martedì 2 ottobre 2018

Gloria



La dimensione simbolica della luce, evento propriamente glorioso, è destinata dalla combustione celeste del sole alla coscienza, i cui contrasti ispirano la capacità di astrazione propria della mente umana, primordialmente animata da un principio di dedizione (assorbimento universale) al cospetto della vita, nella finalità di pervenire all’espansione dell’essere oltre la dimensione ordinariamente fisica. 
In questo consiste l’autentico e unico fine dell’uomo.
I Greci antichi insegnarono che la Conoscenza coincide con l’evento interiore della reminiscenza. L’uomo diviene consapevole nel momento in cui traduce, (intuisce per mezzo della visione) le complesse cause invisibili determinanti gli eventi che scandiscono i ritmi della sua storia, intesa essere una diramazione energetica, mutevole e transitoria, di un evento maggiore ineffabile e ascrivibile alla natura divina, ri-attualizzata nelle vicissitudini interiori di ognuno.
Per l’uomo l’effimera transitorietà costituisce un passaggio obbligato.
Drammaticamente dimentico di se stesso e delle sue origini, con ogni evidenza sembra aver smarrito l’autentico senso della presenza a questa vita; ma, in ogni caso, anche se inconoscibile nelle sue cause prime, la vita è la realtà, di fatto, una realtà misconosciuta quanto sottovalutata nelle sue molteplici diramazioni sensibili.
In altri tempi, (nemmeno troppo distanti) l’uomo propriamente felice, dunque, il Felix, era chi realizzava in sé la meraviglia – propriamente attiva – (meraviglia sapiente, intesa nella sua ideazione esclusivamente iniziatica) per la quale esaudiva la possibilità di una connessione estrema, propriamente integrale, (implicazione aurea) instaurata tra le molteplici contraddizioni presenti nella peritura vita cosciente e l’intuizione stessa della dimensione infinita in cui si riflette il pensiero.
Tale intuizione è connessa all’ulteriore sopravvivenza–trasfigurazione dell’essere, la sua identità profondamente occultata nella coscienza, peraltro, sarebbe pienamente rivelata solo alla fine di un’esistenza terrena che abbia interiorizzato in vita una determinata preparazione.
Nella dottrina della Salvezza misterica, il corpo terreno è solo involucro e maschera, la cui irrimediabile dissolvenza determinata nell’esperienza della morte fisica, acconsentirebbe di nuovo alla diluizione eterica dell’essenza volatile e inenarrabile che l’ha animato durante la sua permanenza nella dimensione fisica.
Giovinezza, vecchiaia, veglia, sonno, vita e morte, non sono che i diversi aspetti di una costrizione universale unica, per la quale la personalità umana, letteralmente immersa nell’istante mutevole, deve agire interiormente in sé per ottenere, conquistare, la sua condizione di Gloria (trasfiguramento totale dell’io svincolato dalla trappola emotiva dell’ego).
Il patimento evangelico necessario alla conquista della Gloria, sarebbe specificamente riferito proprio agli esisti drammatici di una determinazione suprema, di cui si fa espressione una coscienza irradiata nel senso profondo della propria caducità, per la quale si risolve a entrare in guerra contro se stessa ed in questa specifica determinazione culminerebbe la stessa rivelazione profetica dei tempi.

Senza la virtù profetico-veggente non esisterebbe nemmeno l’effettiva percezione del tempo, ma, casomai, permarrebbe il fluire indifferenziato di una transitorietà puramente inconsapevole del proprio divenire.
Tutte le culture tradizionali, individuano nell’uomo delle origini il Vivente – colui che è centrato in sé e quindi indovinato nel Cosmo come un’eccelsa anomalia, la cui vitalità profonda è effettuata, aggiogata, ad una gravità affatto solo materiale e che lo intaglia percettibilmente nell’Universo, qualificandolo come simbolo dinamico per eccellenza – .
Oggi si tende ad equivocare il barlume poetico per una sorta di languido vezzo o di una mera eccentricità, quasi fosse l’inverosimile residuo dell’età infantile.
L’ideale poetico sembra essere confinato nelle rarefatte comprensioni delle aspirazioni vaghe, divenendo quasi sinonimo di deleterio smarrimento, completamente estraneo alle dinamiche pratiche della vita quotidiana; almeno così come oggi la quotidianità è ordinariamente intesa.
In realtà senza poesia (che è nucleo stesso del vigore) non può esservi reale determinazione, autentica presa di coscienza, non potendo realizzarsi al di fuori delle sue inesplicabili intime tensioni alcuna  trasmutazione dell’io.