giovedì 26 luglio 2018

L’invisibile fondamento dell’infinità




Al principio dell’Età dei Lumi, prima che ogni cosa precipitasse definitivamente nell’indistinto caos attuale (frammento rimanente di una parte iniziale mancante di cui sono sconosciuti il titolo e la fine)

“Non dubitate, Vostra Eccellenza, nessuno di noi sa ciò che deve succedergli, cosa mai dovrà serbargli in sorte il Fato.
Talvolta, rischiarati da un tenue barlume intuitivo, ci sembra di presagire delle brevissime anticipazioni del nostro futuro e che ci rivelano come una prescienza di luce posta dietro la densa coltre della vita materiale.
In momenti simili accade senza preavviso, come per esempio nel momento presente in cui Vi scrivo, d’accorgersi d’essere immersi nella luce del giorno morente e la coscienza è come se emergesse dal profondo di sé, sembrando lasciarsi dietro il corpo materiale e svincolata per breve momento dal controllo della mente, sola e candida, farsi incontro alle ombre della notte incombente.
E’ proprio in simili istanti che in noi sembra effettivamente agire una superiore percezione, che oltrepassa la soglia dell’attenzione cosciente sublimando dai nostri istinti più profondi una maggiore vividezza intuitiva, che arriva a presagire il mistero dell'Assoluto; quasi a realizzarne il fuggevole e arcano incanto.
Possiamo dire che in simili momenti noi è come se entrassimo in telepatia con Dio?
Non convenite assieme a me, Chiarissima Eccellenza, che per l’animo, oltre che l’aspirazione di rifondersi nella luce più eccelsa, è sua necessità anche inoltrarsi nei contorni incerti delle ombre della sera?
Ciò possiamo sperimentarlo in una forma maggiormente vivida soggiornando qui, nella provincia di R***, nel contemplare l’incantevole paesaggio che s'accende dell’ultima incandescenza del giorno, pochi attimi prima in cui ogni chiarore è dissolto dalle fredde tonalità crepuscolari e tutto diventa evanescente; indugiando lo sguardo, fin sugli estremi limiti della radura, a scrutare i cupi margini del confine boscoso, quasi bramassimo d’indovinare chissà quale enigmatico segno possa rivelarsi nella semioscurità della selva.
Perché noi, Stimatissima Eccellenza, in fin dei conti, ormai attendiamo solo un’inesplicabile rivelazione.
Non sembra anche a Voi che laggiù, custodita nel fitto intrico della boscaglia, sopravviva una presenza arcana? Talvolta, i cani stessi sembrano esserne misteriosamente partecipi col loro inquieto latrare. Cosa rincorrono sui prati all’imbrunire? Cosa vedono che a noi ordinariamente sfugge? Non ritenete che queste creature siano agite da quelle stesse ombre di spettri che, seppur in differente intensità psichica, talvolta agiscono in noi?
Poiché vogliate considerare, Spettabilissima Eccellenza, mi permetto di rammentarVi che l’uomo non è solo nella vasta realtà del Cosmo. Emissari invisibili, provenienti da un mondo a noi parallelo e segreto, giungono a sussurrare alla mente stanca del giorno alcune incomprensibili astrusità, da cui poi nel fondo deliquio del sonno notturno trarranno realtà le più assurde fantasmagorie d’incomprensibili sogni.
In definitiva, sarebbero proprio questi enigmi a rivelarci oscuramente chi siamo e cosa diverremo.
Non dubitate, Reverendissima Eccellenza, ad ogni istante della nostra breve e confusa esistenza è proprio la dimensione di ciò che per noi rimane maggiormente imperscrutabile a scrutarci con maggior intensità, preordinando accuratamente la trama destinale della vita..."


La più alta e pura accezione dell’Ethos sarebbe tutt’altro che una proiezione meramente concettuale.
L’ethos è il primo principio di salvezza: etimologicamente ethos ha comune radicale con la parola aletheia  = verità, il cui significato arcaico specificamente indica la condizione di ‘non oblio’.
Etimologicamente, un’attinenza remota della radicale sanscrita da cui sviluppa la parola ‘ethos’ rimanda a ‘sodalizio’ e in ciò sembra essere preavvisato l’incessante tensione esercitata dal più preminente enigma esistenziale congiunto al significato spirituale dell’uomo.
La dimensione etica, sull’esempio del daimon socratico, costituisce nell’uomo il legame propriamente sottile su cui determinate relazioni sovrasensibili vanno ad instaurarsi con la realtà dell’animo.
L’etica, in un certo senso, potrebbe anche concepirsi come la porzione apicale della dimensione poetica integralmente vissuta dall’essere, l’acume intuitivo atto a forare la trama ordinaria dell’esistenza (l’intuito ben temperato che trapassa l’ingannevole griglia percettiva connessa alla manifestazione presente) costituendo in noi l’interiore motivo catalizzante del puro influsso elettivo preesistente ad ogni individualità incarnata (la tenebra sopralucente) e che nella dimensione attuale può essere avvertito unicamente da un animo sensibilmente preparato ad esserne pervaso; risolvendosi perciò a divenirne l’espressione agente. Chiamandosi a tentare di realizzare il vincolo maggiormente stabile con la vita per partecipare del Bene più alto che altrimenti rimarrebbe inconoscibile e la sua inconoscibilità determina la nostra condizione di dannazione eterna.
Annotava Plotino (Enneadi I,1, 9) a riguardo della costituzione dell’uomo, essere questa un insieme di enigmi concentrici solitamente -‘solidamente’- degradati da impulsi volgari, quali il desiderio bramoso, la rabbia incontrollata, l’immaginazione perversa, che sono affezioni dell’animo occasionalmente sublimate dalla pura consapevolezza estatica = capacità di trascendere l’ego.
Nell’ethos si trovano i capisaldi della vera identità, gli archetipi della nostra liberazione ontologica, i quali, non sono costituiti da idee astratte o principi logici, ma, piuttosto, riguardano la facoltà della nostra intuizione profonda di ritenerci parte attiva dell’indicibile splendore a-cosmico.
L’ethos, pertanto, è la sola qualità che permette di ri-accedere all’immortalità, (di accordarsi nuovamente alle frequenze maggiormente pure e preesistenti la manifestazione attuale) poiché nel ‘temperato’ calore generativo che appartiene all’intuizione maggiormente virtuosa, l’uomo guadagna la via (propriamente stretta) attraverso la quale perviene all’autentica vita, che lo orienta mediante l’interiore chiarore del Furor ‘fuor della mortale misura sua’, oltre la propria effimera immedesimazione terrena, presentandolo infine all’autentica e inimmaginabile essenza di sé.
In quest’inconoscibilità e la nostra determinazione di dirigerci a ogni costo verso di essa, oltre ogni senso possibile, che risiede il nostro valore puramente tragico.
Non sono le sole lacrime a realizzare lo spirito tragico, ogni sofferenza o dolore, emotivi quanto fisici, qualsiasi idea di sconfitta o senso d’abbandono o mancanza stessa di senso esistenziale, vissuti passivamente non costituiscono affatto l’essenza tragica dell’uomo ma, piuttosto, ne realizzano solo il fondo degrado esistenziale.
Per inciso, l’ultima dimensione della tecnoscienza dimostra di saldarci a una forma di passività pressoché invincibile. Quello che l’uomo nuovo potrà realizzare attraverso la propria concezione di bio-macchina, sarà unicamente una sterile condizione di esilio cosmico artificialmente velato ma profondamente confinato all'interno di una irreparabile  tristezza.



mercoledì 18 luglio 2018

Luce della Gnosi: appunti sull'intrappolamento percettivo


“Gli angeli che hanno creato il mondo stabilirono “giuste azioni” per condurre l’uomo in schiavitù con tali precetti”
(Simon Mago)
Nei papiri magici greco-egiziani di età Alessandrina, i cui testi furono indubbiamente attinti da tradizioni anteriori, scaturite da arcaiche esperienze estatico-veggenti, Uomo e Cosmo costituiscono un unico Avvenimento: un unico enigma, in cui il sole è identificato con gli inferi – Helios congiunto ad Hades – quale allegoria esemplare delle remote profondità dell’animo.
Lo spirito della tradizione sotterranea del Sole e degli elementi a lui affini, attraversa il mondo indoeuropeo arrivando a riflettersi nell’alchimia della tarda antichità, le cui supreme investigazioni si protrassero fino al secolo dei Lumi.
Le consuete distinzioni tra superiore ed inferiore, celeste e terrestre, sono abolite in complesse rifrazioni simboliche racchiuse da multiformi allegorie istituite sulla morte e la rinascita splendente, il cui fitto intreccio ermetico penetra nei misteri stessi del cristianesimo.
Un misterico motivo di Salvezza che fu mutuato dai più antichi culti orfici della Luce evocata nelle profondità delle tenebre, (le tenebre sopralucenti) la cui eminente nozione, sebbene in differente credo, costituì il fondamento sapienziale di tutta la Gnosi antica.
L’espressione vitale concernente la comprensione di tali insegnamenti, riguarda ciò che valorizza l’originaria tensione spirituale che, in un tempo prima del tempo, ‘scosse’ il principio immateriale determinandone la ‘frattura’ da cui eruppe la vita manifesta. 
Dal magma primordiale che determinò la gravità incandescente delle stelle scaturiscono le nostre sinapsi mentali e il ritmo cardiaco stesso.
Con ogni certezza possiamo anche ritenere essere preesistente allo stesso ‘furente’ calore primigenio la radianza della coscienza, determinante negli intervalli del battito e del respiro l’indefinita sospensione dell’incanto e assieme, straordinariamente impiantato in esso, l’inganno emotivo-percettivo che ci salda tenacemente alla dimensione presente.
A tal proposito si menzionano le considerazioni di David Icke, del quale personalmente ho da sempre diffidato, ma in ultimo, non posso non riconoscere che determinate sue valutazioni, prevalentemente desunte dalla cosmogonia gnostica, sembrano essere le uniche valide per decifrare la realtà contraddittoria che anima la vita del Cosmo.
L’assunto parte dal fondato presupposto che l’attuale piano dimensionale (la manifestazione fisica) sia una pura illusione, e tale considerazione trova coincidenza con il sapere comune a tutte le culture antiche.
Secondo le religioni orientali il mondo fisico/mentale è Maya =  illusione percettiva.
L’autore John Lamb Lash, nel libro Non a sua immagine, (Uno editori, 2013) più volte citato dallo stesso Icke, riassume efficacemente tale dottrina, prevalentemente contenuta nei testi gnostici di Nag Hammadi.
Sebbene le entità preterdimensionali conosciute come Arconti, non siano in grado di dare origine ad alcunché difettando del fattore divino dell’ennoia = intenzionalità, sono accaniti imitatori ed esperti nella simulazione (HAL = realtà virtuale).
Il Demiurgo diede l’impronta a un mondo celeste maldestramente ricalcato dalle superiori tracce iridescenti che preesistono al tutto e, conseguentemente a ciò il nostro specifico campo energetico dimensionale può qualificarsi come una im-pura simulazione virtuale; specificamente ideata per intrappolare la nostra essenza mediante una continua distorsione percettiva, realizzata da un’accurata manipolazione delle frequenze; poiché appunto è scritto, certamente non a caso, che ‘in principio fu il Verbo’.  La frase incipit del vangelo giovanneo, trova assonanza nel sanscrito “Nada Brahama” =  “Il mondo è suono”. Tra l’altro è riscontrata la straordinaria assonanza fra la parola latina ‘verbum’ (verbo) e la parola vibrazione.
Gli gnostici ritenevano l’uomo come un coagulo della primordiale scintilla divina, un tragico addensamento e conseguente ottenebramento della Consapevolezza infinita, precipitata (per inesplicabili motivi di cui solo un’astrusa allegoria poteva dar conto) nello stato di ‘bassa frequenza’ che ne determina il grave appesantimento e, dunque, la fondissima prigionia.
Dall’evento mitico della Caduta in poi, il Demiurgo e gli Arconti manipolano costantemente la matrice, distorcendone le onde di forma per farle aderire alla loro stessa innata distorsione.
Ma l’opera di contraffazione non poté essere totalmente pervasiva e, pertanto, all’interno della matrice corrotta sussistono comunque gli elementi incorruttibili provenienti dalla preesistente ‘sorgente’ ineffabile, (ciò che Icke definisce la Consapevolezza infinita) la cui infinitesimale traccia elettiva residuale è sepolta nella complessa interiorità umana; smarrita all’interno del labirinto frattale della creazione.

La natura è replicata su schemi frattali e questi possono essere considerati come il supporto emanativo della contraffazione demiurgica.
Afferma Icke: i frattali sono descritti come una vera e propria rete della vita, mentre sarebbe più appropriato affermare che essi formano la rete informazionale della simulazione.
I frattali esistono ad ogni livello della realtà misurabile, dalla dimensione quantica a quella cosmica e molto probabilmente stiamo comprendendo che la coscienza umana aderisce alla realtà presente tramite un ‘profondo’ portale, la cui interconnessione è attivata dalla ramificazione del DNA strutturato attraverso la rete frattale.
Secondo lo studioso Mandelbrot, le relazioni instaurate tra frattali e natura sono più profonde di quanto si creda e dichiara: ‘Si ritiene che in qualche modo i frattali abbiano delle corrispondenze con la struttura della mente umana, è per questo che la gente li trova così familiari. Questa familiarità è ancora un mistero e più si approfondisce l'argomento più il mistero aumenta.
Ritorna l’antico adagio ermetico del come in alto così in basso, ma che dovremmo decifrare come un grave monito piuttosto che cogliere in esso una consolante riflessione.
La luce della Gnosi, riverbera di un diverso risalto il tema pitagorico delle ‘sfere celesti’, il cui riferimento preminente nella letteratura classica è fornito da Platone nel libro X della Politeia, dove il redivivo Er narra ciò che vide e ascoltò trovandosi al cospetto del fuso di Ananke, (la Necessità) Colei che presiede all’incessante rivoluzione dei cieli e che dovremmo pertanto ritener essere l’allegoria stessa dell’instancabile opera tessitrice delle infinite illusioni rileganti l’animo all’inganno percettivo materiale quanto eterico.

Il tema della stupefacente prigionia interstellare toccata in sorte all’Uomo è pertanto riferita dalla dottrina matematico-musicale della panpsiche esposta nel Timeo (il più pitagorico dei dialoghi platonici) e riflessa nello stesso testo del Somnium ciceroniano, in cui l’animo esterrefatto fluttua nella dimensione astrale, dove più d’ogni altra circostanza dimostra di ammirare i motivi reconditi della sua stupefacente reclusione planetaria fatalmente sottoposta alla continua sorveglianza di elusive entità preternaturali; (i cosiddetti dèi) che le impongono sin dagli ancestrali primordi della vita indissolubili vincoli conoscitivi.
Per questo la sapienza antica, rielaborata in parte nel credo pitagorico, molto presumibilmente saldato ai motivi dell’inganno primordiale orchestrato dal demiurgo, intese l’interazione dell’anima con il tutto realizzata unicamente per mezzo dell’armonia-ipnosi o attraverso una corruzione stessa dell’estasi, cadenzata dall’armonia ritmica dei suoni, la cui progressiva manomissione/distorsione determina l’alterazione delle frequenze strutturanti la nostra ‘gabbia percettiva’.
Modulazioni sonore (onde di forma) percepite come l’ineccepibile coerenza che forma l’infinita griglia geometrica universale, dove trovano ragguardevole fusione le diverse cadenze dei ritmi maggiori e minori, tanto dei cieli esteriori quanto di quelli interiori; che sono propri alla coscienza individuale del singolo.
Per i pitagorici l’armonia ha senso poiché congiunge sensibilmente due o più parti di un insieme e quest’insieme va considerato come la molteplicità di mondi invisibilmente connessi l’uno altro mediante una progressione che via via, come emergendo da una fucina increata, compone l’evidenza manifesta.
Ma già Eraclito nel frammento 88 esprime il suo parere discorde sulla dottrina del filosofo di Samo: “Pitagora di Mnesarco attese alla ricerca più di ogni altro uomo, e fatta raccolta dei libri ad essa dedicati, trasse da quelli la sua sapienza, il suo sapere molte cose è la sua arte di frode”.
Secondo l’Oscuro di Efeso, Pitagora escogitò nient’altro che una nuda erudizione e una kakotechnien, letteralmente ‘mala arte’ o ‘arte di frode’, volendo avvalorare ‘un brutto artificio’, una tecnica sostanzialmente scellerata poiché convalidante gli esiti negativi dell’orchestrato inganno universale, non avendo perciò insegnato agli uomini a vedere oltre la geometrica sincronia che regola perfettamente le ragioni ancestrali della loro formidabile reclusione cosmica.
In ogni caso l’idea di ordine non ha senso se non contempla in sé la giusta interazione tra la molteplicità dei possibili ‘stati dell’essere’.

I predatori energetici dovettero persuaderci a completare l’opera di distorsione, convincendoci a divenire i loro docili e inconsapevoli schiavi.
Dall’ultimo Diluvio per approdare alle rive dell’oggi, una lenta ma costante manipolazione ha agito attraverso la nostra psiche, caratterizzando la nostra attenzione su particolari della realtà sempre più parcellizzati, determinando in cio' un frazionamento cognitivo scaduto nell’ossessività della tecnica che è riuscita, se così si può dire, a perfezionare ad una misura inaudita la distorsione originaria operata dagli Arconti.
Ciò ha fatto si che la dimensione presente scadesse le frequenze vitali ad un livello estremamente più basso e nell’acuita insensibilità del temperamento umano potesse trovare sicuro innesto l’assemblaggio hi-tech, dove la conseguente manipolazione genetica del corpo-computer assolve all’unico scopo di sintonizzare-invischiare la coscienza dentro una griglia cognitiva puramente fantasmica; in cui è consumata la dispersione emotivo-energetica della nostra più preziosa facoltà.
Solo l’uomo poteva perfezionare gli esiti della sua provocata Caduta.
Solo noi potevamo dare l’ultimo assentimento alla sottrazione della consapevolezza residua ed è questa la funzione cui assolve l’odierna tecno-scienza e ora sembra non esserci più rimedio.



La trasmutazione alchemica, pertanto, (cosa questa affatto secondaria) non può che originare unicamente da un principio/barlume intuitivo, che intende rettificare la distorsione demiurgica e la cui ardente gemma sapienziale va custodita (propriamente ‘covata’) nel luogo maggiormente segreto di noi stessi, la dove, peraltro, risiede la medesima inclinazione di Salvezza spirituale, il cui senso profondo è rilegato all’istintiva – ingenua/ingenita – facoltà di recondita assonanza dell’animo all’emanazione luminosa preesistente le dinamiche furiose e voraci di una creazione perennemente agita dallo scontro di forze uguali e contrarie.
Nell’uomo, la sua perspicacia superiore sopravanza infinitamente le contingenze materiali legate all’istinto di una sopravvivenza solo terrena, ed è rivelata da un’attenzione convenientemente aperta sulle dinamiche dell’allegoria chiaroscurale che avvolge di una inesauribile mutevolezza la manifestazione attuale.
La luce fisica determina gli ordinari parametri di misura della realtà, che sussiste quasi fosse posta in bilico in un perenne e articolatissimo contrasto di luci e ombre è accortamente nascosto il presagio della Trasmutazione interiore = Seconda Nascita; concepita come tragica contraddizione insita nell’ordine preordinato delle circoscritte ciclicità naturali, in cui solo l’uomo prefigura in sé la possibile attuazione dell’impossibile.
Nella tradizione cristiana tale sarebbe il Corpo diGloria paolino (corpo di luce menzionato in Cor. I 15,50) e che successivamente il cattolicesimo ha travisato in una dottrina ingannevole, estendendo tale possibilità realizzativa, la quale, (è bene ricordare) rientra nel dominio puramente iniziatico (il cui ottenimento assolve al significato di un’autentica Odissea interiore, la quale, con molta probabilità, può protrarsi anche per la durata di più esistenze) a chiunque subordinasse la propria coscienza all’entità metafisica di riferimento, altrimenti anche detta come Padre celeste (il Dio Sòter) il quale, in forza della sola sottomissione dei credenti e, di fatto, a sua imperscrutabile volontà può estendere a tutto il genere umano, simultaneamente e incondizionatamente, la Grazia Divina che è garanzia stessa di Salvezza eterna.
Nelle religioni misteriche questo avveniva sì, grazie a tale connessione trascendente, ma il dio era simbolo del complesso procedimento che il miste doveva attuare in sé, e solo al termine di questo incerto sviluppo si poteva intravedere l’effettiva ri-nascita a nuova Vita, la compiuta re-surrectio, per quanti ne fossero effettivamente in grado.
Nella creazione della religione essoterica, fu invece assunto che tale azione misterica non la compivano gli iniziati, di volta in volta, ma veniva conseguita una sola volta per tutte nella storia, da un unico essere umano-divino e in virtù di quell’atto erano tutti automaticamente iniziati, trasfigurati e risorti.
Ma questa è pura illusione! Ancora più perniciosa fu l’assunzione assolutamente fuorviante e falsa che ogni uomo possiede ab origine un’anima immortale; quando questa è un puro germoglio che va saputo accrescere nella propria serra interiore.
Secondo il punto di vista tradizionale, l’anima dell’uomo ordinario è condizionata e destinata a decadere un certo tempo dopo la morte fisica. 
Solo l’iniziato che ha percorso sino in fondo l’opera di rigenerazione, almeno dei Piccoli Misteri, può giungere a realizzare il cosiddetto ‘Io immortale’; una convinzione questa situata al fuori di tutti quegli svianti spiritualismi consolatori.
Sicché, possiamo avvederci di come il Cattolicesimo attuale sia da considerare un completo travisamento del simbolo del Cristo. Una dottrina ingannevole che rappresenta una grave perdita di contenuto metafisico rispetto al fondamento originario e per questo suscitò le legittime ripulse dei filosofi platonici, degli iniziati antichi (tra essi gli gnostici).
Data questa caduta di potenziale, in sostanza, il Cristianesimo attualmente risulta un simbolo dal significato perduto, incomprensibile a chi lo ha ereditato: La Chiesa.
Tecnicamente, il Cristianesimo è offerto come una pura superstizione, e tale qualifica non presenterebbe neppure alcun intento denigratorio, poiché davvero esso si presenta come tale: ovvero, una super-stitio, che è la degradata rimanenza popolare di un sistema spirituale antico e ormai decomposto, di cui restano parti non più organicamente collegate e, pertanto, è una dottrina non più funzionale alla Salvezza dell’uomo, ma, casomai, più confacente a determinarne un insolvibile intrappolamento spirituale.

giovedì 12 luglio 2018

Amor e Eden



Uomo: prodigiosa e tragica commistione di stupefazione e malattia, continua aspirazione di guarigione congiunta ad un evanescente desiderio di realizzazione terrena, poi, inevitabile, sopraggiunge la morte.
Il raggio dell’inquietudine proietta sull’attuale piano dimensionale l’ombra sbilenca di una coscienza ridotta davvero a mal partito dalla pressione del Fato.
In un tratto del suo labirintico itinerario di Salvezza, millenni or sono, la coscienza fu attirata nell’orbita di una ‘stella nera’ che ulteriormente ne condizionò il limite percettivo.
Sotto l’azione di questa opprimente gravità è deformata l’idea stessa di Amore, lodato e cantato ma prevalentemente anticipato alla vita cosciente come una triste menzogna variamente imbellettata; una parodia entusiasmata nell’interiorità di ognuno che ne partecipa inconsapevolmente dominato dalla propria ombra interiore.
La distorsione di Amore è manifestata da un’ingannevole effervescenza che pervade la totalità dell’individuo, inebriandone la psiche in un prolungato fremito d’incontenibile euforia, nella quale vorrebbe dilatarsi in ogni cosa ma la distorsione ancestrale, allegoricamente narrata nel racconto della caduta mitica, devia l’ingenua aspirazione originaria di una beatitudine ultra cosmica all’attenzione dell’attuale individualità contraffatta, (l’innesto emotivo dell’ego operato sulla coscienza) che equivoca l’illusorio appagamento simultaneo di tutti i sensi materiali con l’idea stessa di felicità e l’ottenimento della piena realizzazione dell’essere, e quale abbaglio è più deleterio di questo per la verità dello spirito?
E’ nell’incomprensione maggiormente fonda di questa concitata partecipazione emotiva, di questo meschino slancio del desiderio destinato a non poter valicare il nostro ridottissimo e davvero misero perimetro emotivo, che arriviamo a nutrire la menzogna più grave, fino a custodire gelosamente in noi l’impulso omicida maggiormente profondo e connesso alla stessa patologica matrice passionale del Demiurgo squilibrato.
La falsificazione di Amore è l’inganno primordiale che andrebbe smascherato una volta per tutte senza mezzi termini e senza troppi giri di parole. Per essa troppo spesso l’uomo diviene l’aguzzino o la vittima dell’altra identità che crede di amare e che invece vuole solo vampirizzare o farsi vampirizzare e ciò accade perché in noi s’è impressa la ripetizione ossessiva di un’attrattiva malata, fin dal tempo in cui i Vigilanti vollero per se' le figlie degli uomini: forse esse stesse intese quali allegorie dell'anima.        
La distorsione del flusso di Amore (emanazione preesistente alle dinamiche che attrassero le gravità dei mondi: quale sostanza è maggiormente ineffabile e ingenua di questa?) è dirottata nella ristretta dimensione dell’ego, inteso essere come il primissimo sigillo impresso dal Demiurgo nel fondamento impalpabile ma ugualmente (maggiormente) reale dell’uomo.
Il desiderio si apre alla vita nell’immagine di una fioritura. Ogni fioritura è una pura attrattiva sensuale, effetto ammaliante di un principio di corruzione atavica che trascinò l’immanenza dell’essente nelle molteplici forme del divenire.
In un traslato sottile, nell’uomo, la fioritura del desiderio ulteriormente fuorviato (ovvero piegato alle sole fisime dell’ego) è come secernesse un catramoso polline emozionale, dal quale noi penosamente distilliamo il micidiale nettare affettivo che avvelena la vita dell’animo.
Nostro malgrado, all’interno della serra dei variopinti desideri, elaboriamo questa sorta di veleno delizioso e ardente, che è la deleteria ambrosia di cui s’invischia la passione.
Tutta la natura vortica stringendosi attorno questo nucleo vorace e spietato, affascinante e irresistibile, che è l’emanazione stessa della primordiale irresoluzione emotiva del demiurgo geloso e omicida e della stessa congerie delle sue ‘angeliche’ emanazioni deviate: gli Arconti.
Egli è Colui che impastando il fango ad altre misteriose essenze iridescenti modellò l’Adamo per confinarlo in un ‘giardino delizioso’, dove l’esigenza primaria fu quella d’instaurare con lui una relazione essenzialmente coercitiva e morbosa.
Nell’Eden, inermi e nudi ci rivelammo posti al di sotto la luce brutale del ricatto.

Quello fu un luogo fitto di ombre, disseminato di nascondimenti e fingimenti e dove, al cospetto del Manipolatore/Creatore, l’uomo innanzitutto imparò ad essere una creatura vile e deresponsabilizzata:
‘Chi! Chi è stato?
Io no! E’ stata lei che mi ha tentato! È solo lei la colpevole!
Ah si eh! Non vi rendete conto di quanto gravi siano le vostre colpe! Allora tu uomo faticherai amaramente, guadagnandoti il pane con il sudore della fronte e tu donna partorirai con dolore! 
Siamo noi che inconsapevolmente abbiamo esagonato (ESAGITATO + ESAGITAZIONE) la struttura emotivo-percettiva della nostra cella dimensionale, ispessendone le vibrazioni dell’addensamento ad un peso esistenziale difficilmente ancora sopportabile, ed è proprio sull’impossibilità di sostenere ulteriormente l’aberrazione portata da questo insostenibile modello di sviluppo in cui siamo confinati, che ambiguamente agisce con sempre maggiore efficacia l’ultimo adescamento transumanista, impiantando i motivi di un’ulteriore degradazione cognitiva contrabbandata come il più auspicabile motivo di emancipazione.


mercoledì 11 luglio 2018

Ingenuitas ed extrema ratio




E’ di fondamentale importanza ricercare la propria “ingenuitas”, ovvero, della possibilità di dichiararsi a fronte della trama destinale dell’esistenza come un’identità virtualmente generata da ‘Madre Libera’, di riconoscere la propria anima figlia ancestrale della Luce preesistente.
Siamo immersi nelle forze dissolutive del divenire, in quest’oscura apnea è vitale il potersi riconoscere ancora ‘ingenuo’ – ingènuus – dalla commistione di IN e GENO, che vale IO GENERO – ovvero, possiedo la facoltà immaginale di creare, (arare nuovamente in me stesso) rinnovando attraverso una pura determinazione l’identità a me intima benché fondamentalmente sconosciuta, seppure vivamente intuita.
La Custode della basilare verità dell’Essere, infinitamente sopravvivente oltre l’interezza dei Cicli universali, poiché la sua essenza non è composta della medesima materia luminescente, ma è 'sopra-lucente'.
La materia stellare solidifica la mente fisica, che è involucro e strumento dell’ego quanto l'enigma labirintico dell’essere. La coscienza, invece, pur essendo in qualche modo connessa alla radianza stellare è di tutt’altra sostanza.
La conoscenza dell’essere, pertanto, non può che vertere sul perno dell’ascesi = pratica continua della vigilanza interiore, consistente nell’adozione di una provata disciplina esistenziale quanto più integra essa possa essere (intima purificazione).
Per tale motivo già Platone, avvertì l’esigenza di ri-fondare l’educazione, intendendola come la formazione integrale della persona, (paideia greca) primariamente instaurata sul progressivo affinamento della sensibilità fisico-emotiva per mezzo di una consona visione poetica.
Tale segreta emancipazione del nostro Io dal vincolo ordinario delle cose, è il medesimo invito presentato nei Vangeli ad accedere al 'Regno dei cieli', un'esortazione rivolta ad ogni persona di buona volontà e che verte sul fondamentale recupero di una fanciullezza interiore che non va equiparata ad una gaia sprovvedutezza, ma, piuttosto, decifrata come vitale riappropriazione dell’effettiva potenzialità radiante dell’animo, del primigenio candore della sua immensa ingenuità, svincolato da ogni 'ombra', da ogni inganno: è l’IN – GENO la prerogativa (VIR) dell’animo stesso, originariamente intuito, appunto, come ingenito e legittimo in se stesso, privo di imposture e, dunque, pervaso di eminente qualità Nobile e Liberale, avendo in sé la straordinaria possibilità evocativa dell’integra e limpida intuizione e della perfetta stupefazione, che è puro Entusiasmo: segreta passione; unicamente intesa nella sua accezione elettiva.
Entusiasmo ha la rad. thu-àzo = sono in furore èn-theos = divinamente ispirato e tale condizione nulla c’entra con l’essere esposto a invisibili interferenze malevoli.
Radice dell’anima è l’incanto, inteso essere l’impalcatura della devozione agente, unica possibile estensione della Vir (Virtus) capace di determinare l’interiore ‘fioritura ardente’, per la quale ogni precedente ‘vincolo ingannevole’ trova effettivo dissolvimento.
Presupposto basilare della Felicità, (essa stessa è una pura conquista ermetica) è la personale capacità di coltivare in sé i semi dell’incanto (la pratica della disciplina immaginale).
L'estasio lucido, è la sola prerogativa che può rilegare l’uomo alla dimensione preesistente, ed in alchimia tale prerogativa puramente sottile è altresì definita come ‘pulcino filosofico’, o anche, ‘polvere di proiezione’ e, ugualmente, ‘oro potabile’, tutte locuzioni metaforiche indicanti l’unica effettiva forza radiante di cui l’uomo dispone all’interno di se stesso per edificare solidamente il presupposto della propria elevazione interiore e svincolarsi dall’ingabbiamento emotivo della presente prigione percettiva, in cui è racchiusa l’esistenza abitualmente prefissata secondo parametri convenzionalmente stabiliti.
Tutto ciò, in ultimo, dovrebbe andare a convergere nel ritrovato significato contenuto nell’espressione ‘extrema ratio’, antica locuzione latina usata in ambito militare, volendo intendere l’ultima soluzione possibile o l’estremo rimedio a cui si deve ricorrere quando non vi siano altre vie d’uscita.
Per l’individuo contemporaneo l’extrema ratio varrebbe come ultima sua possibilità per realizzare l’interiore rivelazione di Salvezza, di pervenire all’evento decisivo che potrà porre in salvaguardia il suo animo.
Il significato dell’extrema ratio, necessariamente, dovrà rivelarsi nell’attuale dimensione casalinga, nelle dinamiche di irrisolte tensioni emotive, (spesso apparentemente irrimediabili, ma innanzitutto è proprio su queste che deve vertere il lavoro su di sé) come sostegno interno (appunto ‘estremo sostegno’) di una apparentemente insignificante liturgia domestica, in cui la residuale traccia dell’intuizione superiore emerge come ultima possibile linea di ‘azione immaginale’ rimasta all’uomo moderno; ora penosamente sbilanciato sull'orlo estremo del margine epocale che lo separa dall’imminente e maggiormente rovinosa capitolazione identitaria.

EXTREMA RATIO


La Mente, appunto mente.
In fin dei conti, quest’esistenza, è una complessa, quanto fenomenale, forma di reclusione concentrica = la prigione percettivo-emozionale: all’interno della quale per una coscienza vigile è vitale interiorizzare e applicare una preparazione integrale costante.

Dopotutto cio' che davvero conta ’e' solo il raggiungimento dell’iper-coscienza simultanea.
Evento misterico centrale perseguito mediante un cammino di azione interiore costante e contraria ad ogni svilimento di senso della nostra presenza a questa vita

Voler essere felici, pertanto, diviene una colpa se si insiste a travisare il significato originario di Felicità... che e' importante ribadire..e' riferibile ad un dominio di azione interiore puramente iniziatico.
I Felix erano coloro che risalivano all'origine prima e inesprimibile della sostanza pre-universale...costoro erano i veggenti estatici e trascendevano la percezione stessa di amore, che riuscivano a dilatare ad una misura ultracosciente.

La felicità di se stessi intesa come una condizione beata veicolata dal simultaneo appagamento dei sensi ordinari e dall'acquietamento della psiche e' da considerare come una volgarita' e un'offesa allo spirito.
In un certo senso, allora è sacrosanto affermare che qui nessuno ha il diritto di ritenersi felice se prima non liquefa' il suo ego volgare, estinguendo assieme ogni sentimentalismo








martedì 3 luglio 2018

Pugna umbratilis





“Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”
Mt 25,13



“…poiché il nostro combattimento non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti”.

Efesini 6,12

La pratica ginnica è parte integrativa della disciplina dell’essere, (assolvendo in ciò alla formazione poetica integrale dell’individuo) il cui conseguimento ultimo deve necessariamente condurre la persona il più vicino possibile all’ottenimento della catarsi = risveglio, consistente innanzitutto dal suo definitivo affrancamento da vincoli meschini.
In stato latente, dentro ogni fibra muscolare, permane  l’intelligenza intuitiva o intelligenza pre-logica, che, semplificando, possiamo definire come estensione sensibile dell’archetipica identità pre-universale.
Ogni fibra della nostra struttura corporea è propriamente un’antenna.
Il DNA stesso è l’antenna primordiale: distorta antenna che possiamo tuttavia provare a rettificare predisponendoci, mediante un progressivo affinamento della coscienza, a recepire ed emettere una ‘chiarità radiante’ con l’ambiente esterno.
I nostri principali centri d’irraggiamento e di recezione convergono e si diramano dal cuore: (nella visione tradizionale il cuore è il Vaso d’elezione in cui è confluita la Sapienza ancestrale) la sede emblematica della vera intelligenza (quella intuitiva) e, solo in seconda istanza la comprensione è mediata dal cervello, che (secondo la sapienza originaria) al cuore rimane subordinato.
Le particelle iridescenti della Genialità Preesistente all’addensamento della manifestazione corrente rimangono internate in noi, in esse è conservato il mistero dell’uomo, (enigma della vita cosciente) del suo animo rivestito dagli spessi strati materiali del corpo fisico.
Compito tragicamente contraddittorio dell’uomo è quello di riuscire a mantenere desto il suo predicato celeste, di non lasciarsi inghiottire da paludi di necessità solo materiali, di non ottenebrare i sensi superiori della coscienza. In questa unica peculiarità esistenziale, costituita da una inquieta quanto prodigiosa indeterminazione, è riposto il significato ermetico della Vigilanza interiore.
L’addestramento implica una sempre maggiore confidenza con la propria gravità – l’affinamento della percezione fisica implica anche una maggiore padronanza emotiva –  e ciò, per quanto sia possibile, permette di recuperare una memoria maggiormente cosciente della propria estensione/profondità dinamica.
Ogni gesto nell’addestramento del corpo, per contrastare l’amnesia motoria che affligge la stragrande maggioranza dell’umanità presente, deve coinvolgere simultaneamente tutti i distretti muscolari, sensibilmente coordinati per realizzare attraverso una singola azione la contrazione e decontrazione di tutto il corpo.
E’ quanto mai necessario recuperare anche attraverso l’esercizio fisico, per quanto sia possibile oggi fare, la reminiscenza stessa dell’ideazione plastica rigeneratrice.
La qualità immaginativa**, insospettabilmente vive anche nelle profondità muscolari e tendinee, agendo fin dentro le ossa e le midolla e sicuramente va ridestata, educata, ‘aggiogata’, letteralmente ‘saldata’ ad un principio elettivo.

Da tale presupposto in oriente prese origine il termine “yoga”, anche se la sua pratica troppo spesso scade, arenandosi come ogni altra forma di preparazione fisica, in una modalità solo estetizzante o anche d’ipertrofia psichica su cui trova immediata connessione l’ego ordinario.
L’esercizio fisico (inteso unicamente come supporto liminale dell’ascesi) vale come possibile estensione della pratica alchemica e, dunque, come una progressiva ‘opera sacrificale’ di sé, della sostanza terrena che ci riveste. Un possibile metodo per regolare l’emblematico ‘calore di cottura’ interno alle dinamiche emotivo-energetiche dell’esistenza, costituendo, in ultimo, la forma più radiosa – Felix – di sostegno al momento in cui le forze naturali ci allontaneranno dall’involucro mortale.

L'esercizio fisico così concepito – inteso appunto come Ierogimnica: ginnica sacra – è una modalità essenzialmente auto-educativa, (la coscienza è costretta a convivere con l’ego, cui deve lasciare sempre meno margine d’ingerenza) la cui pratica rientra nell’ottica della più pura Guerra Interiore.
L’uomo da sempre tende a respingere tale disciplina, in particolar modo nel tempo attuale, proprio in quanto è atavicamente dominato dall’ombra interiore, dunque, invincibilmente soggiogato dalla paura di sentirsi il reale e unico responsabile del proprio destino di ‘salvezza’ e questa ineffabile circostanza, puramente misterica, coincide con la stessa ‘dissoluzione’ del sé ordinario.
Della Tradizione, di ciò che nel suo nucleo possiamo ancora sensibilmente riconoscere come principio universalmente valido, quindi di ciò che possiamo riattualizzare nell’istante presente, (quasi a residuo sostegno metafisico dell’essere) mantenendo la mente sgombra da ogni forma di vincolo dottrinale che mira a rilegare la nostra ‘identità sfuggente’ al volere di cosiddetti ‘poteri superiori’, è importante attingere in forma limpidamente intuitiva all’ideazione simbolica di noi stessi, cioè dell’uomo.
L’intuizione non vale come inaspettata possibilità, la più alta forma di disciplina riguarda proprio l’affinamento continuo della facoltà intuitiva.
Viviamo nella più fonda dimenticanza del nostro ‘centro’, nell’inosservanza completa dell’atavico nucleo di consapevolezza preesistente, in cui ‘oscuramente’ è riflessa la multiforme Visione dell’essere - inesprimibile altrimenti se non appunto che per intuitiva premonizione.
L’unico compito dell’individuo è quello di recuperare e decifrare all’interno dell’intricata selva simbolica del reale manifestato, le esigue radici sapienziali ancora collegate all’essenza prima, e, considerando la condizione di estrema gravità in cui versa il tempo presente, ciò va fatto respingendo da sé ogni altra forma devozionale che preveda il coinvolgimento (quindi l’ingerenza) di qualsiasi entità sovrasensibile.
La ginnica diviene pertanto uno studio dinamico sulla metafora preminente dell’esistenza. Nessuna aspettativa di vuoti estetismi possono essere contemplati, ciò che va perseguito è solo un continuo affinamento della propria ‘salda insignificanza’, il divenire consapevoli della sostanziale inutilità della propria ricerca di solidità corporea e assieme comprendere di non potervi rinunciare, poiché in ogni caso l’esercizio fisico dignifica e distilla l’attimo presente.
La ierosofia o ierogimnica è metaforica pugna umbratilis: lotta rituale continua intrapresa con l’ombra interiore, una modalità d’azione essenzialmente privata e che costituisce l’estremo tentativo di recupero o anche di salvaguardia della percezione elettiva del ‘Nulla Cangiante’, da cui promana l’effettiva coscienza di sé.
La realizzazione suprema, coincide con la pura consapevolezza e la pura consapevolezza si riflette nel Puro Nulla (inteso come inesprimibile condizione pre-egoica) e non vi è altra realizzazione da conseguire.
C’è solo il raggiungimento dell’iper-coscienza simultanea, attraverso un cammino di azione interiore costante e contrario ad ogni svilimento di senso della nostra presenza a questa vita.
Assaporare gli attimi fuggevoli di questo passaggio che è la vita terrena e, conformemente alla propria natura, saper riemergere dagli inabissamenti dello sconforto, non lasciandosi nemmeno fuorviare da possibili infatuazioni; predisponendosi attimo dopo attimo, per quando giungerà il momento fatale, a tuffarsi con animo il più limpido possibile nell’ultimo vortice dell’istante.
Quest’esistenza, dopotutto, sarebbe una complessa quanto fenomenale forma di reclusione concentrica, la prigione percettivo-emozionale all’interno della quale è vitale interiorizzare la qualità di una preparazione integrale costante.
Il viaggio preminente, l’autentica odissea, avverrà nel momento in cui deporremo definitivamente l’attuale veste materiale e dopo quel fatidico istante, accedendo alla dimensione del Bardo, vorticheremo come aereobati ultraleggeri pervasi di espansa veggenza, fluendo con gran disorientamento nella cosiddetta dimensione astrale dove, immersi nelle correnti eteriche di flutti totalmente insensati, cercheremo di mantenere salda la direzione sovraceleste; contrastando altresì l’inesorabile attrazione di ulteriori e ora impensabili gravità.



**Attraverso l'esercizio fisico si educa la stessa facoltà immaginale.


Immaginazione non vuol dire facile vaghezza interiore o futile fantasticheria. Nell’introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, in uno studio a firma di Oso, il poeta Arturo Onofri fornisce la più attinente definizione dell’ Immaginazione alchemica: Immaginare, che è “imum ago” = imago = agisco, opero per “imum”, dunque, per profondità.

Immaginare vuol dire ricavare, estrarre in sé, dal di dentro mai troppo esplorato la visione interiore, ed operare tramite essa, ma la sola mente paradossalmente può essere di estremo ostacolo a questo principio di elevazione interiore.


Avviarsi ad un percorso di rettificazione ginnica può contribuire ad assolvere a quel medesimo principio individuato dal controverso Ciro Formisano, quando nelle sue considerazioni sull’ermetismo annotò che “Initio” ed “initiare”, sono nell’accezione ieratica anch’essi significanti del termine consacrare, introdurre nei misteri (Corpo, Cerimonia, Creare, sono parole che non a caso racchiudono la radicale “kr”, esprimente il principio della pura potenza numinosa).


“Initium” ed “Exitium”, rispettivamente la vita e il suo contrario ch’è la morte, hanno la seconda parte della parola che è identica: “Ito”, “Itio”, “It”, andare con frequenza, andare, muoversi, sono voci di moto; movimento diretto dove? Verso il compimento ultimo del percorso cui siamo chiamati in questa dimensione (sempre più opacizzata) e finalizzato al dissolvimento, a svanire, a ri-consegnarci all’ignoto, che, dobbiamo ritenere, vale per un inesprimibile cambiamento di sostanza.