mercoledì 9 maggio 2018

Il matraccio della gnosi







La vita preserva i propri misteri.
Non si affermerà mai abbastanza che l’Uomo primariamente è Simbolo, enigma vivente, sensibilità consapevole in cui il tormento è perennemente avvinto alla meraviglia e quando la persona diviene incapace di riflettersi nelle profondità allegoriche da cui scaturiscono le sue facoltà raziocinanti e primariamente intuitive, è come se diventasse più che cieca, destinata a subire l’imposizione di percorsi chiusi e prestabiliti da altre volontà contrarie alla sua libera determinazione.  

Una sola è la condizione necessaria allo svelamento della Conoscenza Iniziatica: l’ispirazione, che è il fervore genialmente temperato dal barlume di Amor (così latinamente inteso nella commedia antica da Apuleio a Dante) e da cui promana l’emozione elettiva, definita già da Platone, come ‘risultanza di un’intima e assidua unione’ con ciò che di meraviglioso e inesprimibile preesiste al tutto.

Nel testo gnostico dell’apocrifo di Giovanni, il demiurgo re-impastò l’uomo con l’unica intenzione di profanarne la scintilla divina, ma fu destino che nel fondo degli Eoni le brame dello pseudo dio dovessero consumarsi con la vana ricerca dell’Epinòia: Colei che ipostatizza e personifica, avendo assorbito in se stessa, l’originaria potenza generatrice divina, divenendo il soggetto dell’ulteriore metamorfosi soprannaturale avviata col primo atto di riflessione, che la rese portatrice delle potenze creatrici separate dalla sorgente ancestrale e delle quali smarrì il controllo divenendone pertanto la vittima designata nell’attuale dimensione; il luogo in cui le residuali forze trascendenti, ormai degenerate, mirano ad affermare unicamente se stesse attraverso il fondo travisamento della propria potenza.
Il demiurgo è un dio tetro, arido tessitore d’inganni, di cui si avvale per imbrigliare l’energia delle anime che cadono nella sua trappola multiforme.
E’ sotto questa prospettiva teologica che il testo gnostico di Giovanni presenta i motivi del Diluvio, nei quali l’acqua diviene la metafora delle tenebre che sostanziano la natura demiurgica di Jaweh, sintetizzando con ciò la tragica sorte dell’umanità imprigionata nel dedalo degli eoni.

Nella narrazione apocrifa Noé viene preavvertito dell’imminente arrivo di una terrifica notte spirituale ed egli esorta i figli degli uomini a mettersi in salvo attraverso il soccorso (soccorso affatto esterno ma intimamente evocato) dell’ineffabile luce, ‘pronòia’, appartenente all’ancestrale intuizione di salvezza.
Testualmente è scritto: “Non fu come disse Mosé: - essi si nascosero in un arca – essi invece si nascosero in un luogo, non soltanto Noé ma anche molti altri uomini | della generazione non vacillante.
 Essi si recarono in un luogo, si nascosero in una nube luminosa…Jaldabaoth (lo pseudo dio Jaweh) infatti, aveva steso le tenebre su tutta la terra.”
Il demiurgo omicida raggiunge pertanto il suo scopo, la corruzione dell’umanità attraverso la creazione di uno spirito imitante l’immagine di quello vero.
Da quel tempo in poi, la consapevolezza è intesa come una prerogativa dell’intuizione (interiore presentimento dell’autentica natura divina, straordinariamente confusa alle miserie del corpo terreno) che sola può tornare ad accenderne il barlume tragicamente internato nelle profondità emblematiche dell’identità umana, dov’è rinnovata (tramite molteplici traversie distese lungo il corso delle Ere) la sua segreta facoltà di riscatto da quanto agisce nell’ombra col fine di determinarne la corruzione ultima.
Tale reminiscenza sembra trovare significativa eco nel fr. 123 di Eraclito: La natura delle cose ama celarsi.
In tale occultamento profondo s’inoltra il vagare del Poeta – Vate – Filosofo, che sconfina la propria identità in una condizione tanto estrema (ad ampliarsi mediante lo spirito ‘fuor della stessa misura sua’) da non serbare quasi alcun ricordo dei motivi iniziali del suo estatico procedere.
Tramite l’ispirazione, (pura elevazione interiore) intima tensione chiarificatrice equiparabile alla medesima ‘fiamma alchimica’ necessaria all’elaborazione di ogni umano perfezionamento, l’individuo responsabile potrà pervenire all’essenziale condizione dell’essere, (come legittima aspirazione di ogni persona autenticamente cosciente) ritrovando ‘fuor di se stesso’ (pur rimanendo quanto mai presente a se stesso) l’integrità emblematica della propria trasmutazione spirituale, e tale attinenza troviamo in Dante: “e ' l pensamento in sogno trasmutai” (Purgatorio – XVIII 145).
E’ la deambulazione onirica che fa compiere al neofita i necessari passaggi dimensionali, puramente estatici e qualificati appunto come “vero sonno”, (sonno puramente iniziatico) differenziato dall’ordinaria letargia profana.

Nella Commedia, tale condizione elettiva di sonno, propriamente veggente, è testimoniata da San Bernardo che la riscontra nell' ultimo tratto del viaggio in Paradiso e individuata come l’indispensabile circostanza interiore dove matura la Mirabil Visione.
Per suo tramite il Poeta dichiarerà se stesso virtualmente “legato” (rad. sanscrita a-ling-a-mi = abbraccio) con amor in un volume, il cui significato estensivo vale anche ‘umbilico’, equiparato nell’ideale cosmogonico di Dante alla medesima idea dell’umbilicus Urbis, quale metaforico centro della Città ideale e il cui riflesso materializzato trova sostanziale identità con la Roma dei primordi, fondata attorno un nucleo d’irradiazione trascendente:
“Nel suo profondo vidi che s'interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squaderna”
Precipitato nel pozzo orbitale del tempo, quasi completamente smarrito nel fondo cono di tenebra della sconfinata notte cosmica, l’Essere*** irradia per un’ultima volta – prima che termini il presente Ciclo – la propria essenza-consapevolezza, che tremula risplende dell’ulteriore Tenebra Sopralucente rifrangendo negli abissi dell’Eone la sovrasensibile Luce preesistente, la cui nozione fu riferita dai primi orfici e, successivamente, divenne patrimonio dottrinale del cristianesimo tramite la Scuola di Dionigi l’Aeropagita, al cui flusso sapienziale attinse la stessa ideazione misterica di Dante.
Il Deus Absconditus è in noi, ma, in un certo senso è come se non ci riguardasse affatto, poiché la sua realtà può rivelarsi unicamente attraverso il nostro intimo dissolvimento, coincidente al metaforico senso paolino della cupio dissolvi, che rappresenta un’aspirazione elettiva completamente estranea all’ordinario richiamo di una morte solo fisica, la quale, in definitiva, non fugherebbe dalla coscienza alcun vincolo sottile. 
Lo svanimento fisico non risolverebbe alcuna inquietudine profonda dell’animo, i cui stretti nodi emotivi vanno sciolti quando si è ancora radicati alla densità della dimensione attuale.


Sarebbe peraltro necessario chiarire la circostanza dell’intimo dissolvimento, del tutto coincidente alla prima fase dell’Opera alchemica, conosciuta altrimenti come ‘Fase al Nero’, in cui sono riversate nell’ampolla emblematica (o Atanor) tutte quelle ‘sostanze impure’ determinanti l’ottenebramento perenne della coscienza, sprofondata com’è nel dominio della materia e per le quali si ritiene necessaria la perfetta liquefazione/sublimazione di tutte le impure sostanze emotive, ottenuta mediante un sapiente procedimento dissolutivo pazientemente disciplinato attraverso la moderazione della paradigmatica fiamma di cottura.
Ciò richiama la nostra attenzione verso i significati di un’intima elaborazione misterica, il cui avvio si rivela tutt’altro che agevole poiché riguarda i preminenti motivi esistenziali di una realtà interiore eccezionalmente drammatica.
L’occorrenza di ricavare il celeberrimo Oro Filosofale – risultato, questo, coincidente all’ultima fase dell’Opera = Albedo – non assolve ad un fine voluttuario o solo accessorio dell’essere, ma, bensì, ne costituisce la sua prima vocazione, la cui premura è determinata dalla necessità di sciogliersi definitivamente dalla mutevole trama ordita nell’inganno ancestrale, (propriamente arcontico) dove, mediante una forma di raggiri concentrici, all’interno di questo labirinto che è il cosmo, è amplificato il disorientamento dell’animo nella finalità di depredarne l’incomparabile essenza. L’ultima fase dell’Opera: l’Albedo, costituisce la garanzia di sopravvivenza o rinascita spirituale di un’identità (propriamente riconosciuta come divina) del tutto svincolata dai motivi del suo ottenebramento.
Per il successo di tale elaborazione (intima rettificazione) è fondamentale nell’iniziando possedere il requisito del controllo emotivo – equivalente al saper temperare la propria ‘fiamma’ senza che ciò debba renderlo completamente insensibile, nullificando con ciò il senso superiore stesso dell’Opera avviata.
La metafora del ‘regime di cottura’ è senz’altro riferita all’imprescindibile capacità di autoregolare le proprie emozioni, la cui aumentata comprensione determina uno dei principali requisiti, se non addirittura il maggiore, da possedere per il compimento dell’Opera.
Principiare la Fase al Nero, vuol dire riconoscere la propria sostanziale estraneità al mondo, un distacco ideale affermato decisamente ma soprattutto privo di ogni altezzosità.
Quando una persona è determinata a ‘sigillare’ il proprio Atanor, intenzionata ad avviare l’emblematico  processo dissolutivo delle sue ‘sostanze impure’, davvero vi sarebbero sempre meno compromessi possibili da instaurare con la realtà esteriore, poiché tale inizio coincide con un aumentato disinteresse per le attrattive che essa può offrire, per le sue possibili lusinghe o delusioni.
La durata temporale dell’interiore procedimento dissolutivo, ciononostante, non può in alcun modo essere prevista e, con ogni certezza, dovremmo ritenere che il corso ordinario di una vita terrena spesso non basta per poterne verificarne gli ineffabili risultati.



In quest’ordine di riferimenti va dunque interpretato l’adagio alchemico del ‘Solvi et Coaugula’, riassumente (appunto ermeticamente) la principale fase attraverso cui realizzare il compimento dell’umana perfezione e, proprio in virtù di tali emblematiche ragioni, è quanto mai essenziale il riuscire ad ottenere una percezione sensibile dell’invisibile dimensione splendente, la quale preesiste ai motivi che precipitarono la coscienza nel mutevole coagulo materiale.

In tale collosa densità l’animo può intuire il valore riposto nella sua recondita possibilità di riscatto e vi perviene mediante un disagevole, sofferto e pazientissimo esercizio di affinamento continuo dei sensi fisici che lo rivestono. Unicamente attraverso questa rigorosa conformità esistenziale, pur trovandosi immerso nelle sostanziali contraddizioni arrecategli dall’esistenza terrena, l’animo riesce a preavvertire le inesprimibili risultanze della sua vera beatitudine, situata infinitamente oltre qualsiasi circostanza di appagamento materiale e completamente estranea ad ogni intensità sperimentabile coi sensi ordinari, tanto da prefigurarsi quasi come inconcepibile meta assurdamente posta oltre l’impensabile confine del nulla.

Le tre fasi dell’Opera alchemica, che principiano da un ‘dissolvimento’ e terminano con una ‘sublimazione’, a nient’altro occorrono se non a rifondere l’inesprimibile essenza racchiusa dall’uomo al Nulla inconcepibile da cui promana.



Ogni altra aspettativa di salvezza è depistaggio sottile dell’ego, (forma di materialismo spirituale) che non intende deporre la sua autorità, precariamente affermata sull’immagine illusoria di coloro che rimangono incapaci di comprendere quale complessa forma d’inganno epocale nasconda la maschera effimera che incarnano.
L’ego, elaborato sottile dell’atavica manipolazione demiurgica, proditoriamente innestato in un flusso di pura consapevolezza, non intende rinunciare al nutrimento amaro fornitogli da una coscienza tormentata (l’appagamento fisico disgiunto da una consapevolezza spirituale che ne educhi la misura, implica nell’individuo un volgimento o piegamento o torcimento dei sensi in una forma di passione ottenebrante che è qualificata come uno stadio stesso del tormento).
Dal presupposto dell’inganno ancestrale, nell’esigenza di rettificare l’avvenuta manomissione ontologica pervenendo alla perfetta gnosi, che s’è codificata l’allegoria alchemica.
*** nota
"L’Essere, dunque, almeno se intendiamo il termine nel suo significato più rigoroso, non è il Principio supremo in quanto tale, ma soltanto la sua prima determinazione; ciò non impedisce di usare l’espressione ‘essere totale’ o ‘essere assoluto’ per indicare la Realtà universale nella sua totalità, senza cioè limitarsi alla sola considerazione dell’Essere propriamente detto.
Come osservava Guénon, ‘quando si parla degli stati di non manifestazione di un essere, bisogna ancora distinguere tra il grado dell’Essere e ciò che ne è al di là; in questo caso, è evidente che lo stesso termine ‘essere’ non è più rigorosamente applicabile nel suo vero significato; tuttavia, in mancanza di un altro termine più adatto, siamo obbligati a mantenerlo per via della struttura stessa del linguaggio, attribuendogli allora soltanto più un valore analogico e simbolico, altrimenti ci sarebbe del tutto impossibile trattare di quest’argomento”.

(Alberto Ventura: L’esoterismo islamico – ed. Adelphi 2017)


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