martedì 29 maggio 2018

Nĭhĭl








E’ una fiamma dolorosa il sole!
Barbaglio di raggi accecanti
che dal nulla ci trassero allo stupore
e al dolore









Realizzare l’idea propriamente ‘felice’ del Nulla non significa avvizzire la presenza a questa vita.

E’ davvero considerabile come Felix la persona che realizza la concezione elettiva del Niente.
Colui che riconosce se stesso come un ‘puro niente’ coscienziale è propriamente Felice, (nell’accezione puramente iniziatica che originariamente il termine ‘Felice’ comportava in quanti ne realizzavano la qualifica) ma pervenire alla percezione elettiva del Niente non è affatto una cosa da niente.
Nell’uomo la cognizione veritiera è accesa da un’intuizione eccelsa, presagente l’enigma viscerale congenito all’irriferibile identità dell’essere.
Determinati atteggiamenti fondamentali e appartenenti alla dimensione umana quali il senso della meraviglia, la dedizione, la gratitudine, indicano la disponibilità della coscienza ad aprirsi al mistero cangiante della propria essenza.
Tale caratteristica essenziale, odiernamente non solo non è coltivata dalla società attuale, ma è spietatamente avversata da tutte le sue dinamiche cosiddette ‘innovative’.  
Per tale motivo, proprio di questi tempi, dovremmo porre estrema attenzione sul personale affinamento di determinate peculiarità ‘istintive’ e connaturate a preminenti e maggiormente rare intuizioni, le sole che possono ridefinire (ri-creare) il nostro più elevato rilievo identitario.
La rigenerazione totale dell’uomo è orientata da definiti preavvertimenti interiori, (sensibilità ricettiva) la cui superiore intuizione, travalicando infinitamente il nucleo emozionale psichico, intensifica l’intendimento dell’anima  accrescendone la pura consapevolezza.
La pura veggenza è un sereno preavvertimento dell’infinito, è sicura anticipazione di vita posta oltre l’esistenza ordinaria. La veggenza è prescienza di luminosità immateriale, che in questa dimensione è inscindibile dall’irradiamento poetico e può qualificarsi come superiore impulso di liberazione insito nello stesso istinto naturale, dove determina l’inesplicabile contraddizione elettiva dell’essere:
“E’ un fatto che questi argomenti in nessun modo si possono comunicare e dire come le altre dottrine.
Bensì sono la risultanza di un’intima e assidua unione di tutti noi stessi con i problemi fondamentali; sono la risultanza di una esistenza vissuta in comunione con essi.
Ecco improvvisamente, come una luce si accende dal fuoco e balza su, questa misteriosa luce si inserisce nell’interiorità nostra e sé da sola nutre”  
(Platone, Epistola VII)
L’invito è rivolto all’esercizio di una meditazione dinamica pressoché ininterrotta, prevalentemente adottata nei fatti minimi dell’esistenza, per garantire la salvaguardia della nostra intima risorsa maggiormente preziosa e del tutto coincidente alla dimensione poetica dell’Essere Integrale; quale ideazione suprema connessa ai motivi abissali dell’esistenza, ampliata ad una inesprimibile dimensione acosmica, che e' intuita come l'ancestrale dimora dello spirito.
Mai come oggi sarebbe richiesta al singolo individuo l’esercizio di una vigilanza interiore continua, la cui pratica potrebbe anche richiedere l’osservanza di alcuni periodi di completo isolamento, di necessario silenzio interiore.
In questo non aiuta affatto l’adesione alle piattaforme virtuali dei cosiddetti ‘social’, (pretesti d’intrappolamento emotivo) le cui dinamiche pervadenti obbligano quanti vi aderiscono a essere disposti a segnalare sempre e dovunque la propria posizione e condizione, convulsamente decifrata in scadenti cadenze comunicative che, in fin dei conti, in prevalenza costituiscono una sorta di auto-inquisizione costante.
Da sempre, la formazione personale deve essere il più possibile integrale poiché, appunto, mira all’effettiva riconquista della perduta integrità dell’essere.
L’animo maggiormente accorto, benché estremamente diminuito sul pericoloso declivio dei tempi, a ogni modo troverebbe sempre una perfetta adesione all’idea stessa del Fieri Suum latino, (sua idealità puramente iniziatica) svincolato da ogni supporto artefatto, sebbene oggi la sua essenza sia più difficile ad essere individuata il ‘Nulla Supremo’ cui fa riferimento corrisponde alle medesime illuminazioni presentate nella stessa dottrina zen.
Liberarsi dall’immagine fasulla di noi stessi non è affatto agevole, ma potendo e riuscendo a superare l’iniziale senso di smarrimento che si ha nel determinare la dissolvenza della maschera ordinaria (grande successo per noi sarebbe anche il solo eliminare il superficiale strato di trucco ornativo con cui spesso tentiamo fintamente di camuffare la finzione stessa) questa prima ‘liberazione’ equivarrebbe a rendere stabile come altrimenti mai potrebbe essere la nostra piattaforma emotiva.
Tale riflessione, peraltro, è riconnessa ai motivi stessi della mistica persiana incarnata dal poeta Rumi, (Gialal al-Din Rumi 1207-1273) il cui più noto insegnamento recita: ‘O uomo! Viaggia da te stesso in te stesso’; persegui la dissolvenza di ogni intimo inganno.

Rumi per tutta l’esistenza anelò alla ricerca del Nulla elettivo che mai significò il tetro inabissamento dentro un disperante nullismo.
Il Nulla è la sola Qualità elettiva dell’essere tragicamente confuso nella caotica quantità della dimensione presente.
L’indagine ierosofica di Rumi è connessa ai motivi ancestrali della ricerca eterna, che verte sul recupero della ‘perla ignea’ inabissata nell’oceano primordiale, le cui illimitate estensioni e profondità sono confluite nella nostra stessa interiorità.
Come mirabilmente afferma la mistica persiana, questa e' un’aspirazione che la mente ordinaria ignora, ma che l’intelligenza del cuore attende richiamandone segretamente l’elezione tra gli intervalli dei suoi battiti.
Il Nulla è la Fucina simbolica dell’inesprimibile identità preesistente e l’uomo, se autenticamente cosciente, è chiamato a rifondersi all’interno della sua altissima combustione, poiché solo per questo tramite perverrà al significato primordiale del sacrificio mistico resosi necessario dopo l’arbitraria instaurazione dell’inganno ancestrale impiantato nel suo intimo.
Gli esiti infausti della contraffazione primordiale possono annullarsi unicamente attraverso la morte definitiva dell’ego, la cui dissolvenza coincide esemplarmente con la terminazione della prima fase alchemica ‘nigredo’; il significato (propriamente tragico) della sua dissoluzione definitiva non potrà mai assolvere alle tendenze effimere dettate dalle varie mode mistiche del momento.

Nessun impegno o disciplina se filtrate dalla volontà egoica potranno mai affrancare l’individuo dal suo vincolo occulto.
Un ego ordinario ricerca ricchezze e piaceri mondani, un ego maggiormente affinato ambisce a riluccicare di mistico splendore, ricercando l’illuminazione spirituale; ma non è questo a renderlo meno infido e traditore: anzi.
La centratura emozionale è resa stabile in ben altra formazione apparentemente più insignificante, estremamente più semplice ma affatto facile ad essere interiorizzata.
Il fine di ogni esistenza autenticamente cosciente non può non prevedere il dissolvimento completo di ogni possibile distorsione emozionale, possibilmente da realizzare in questa vita affinché l’animo possa effettivamente recuperare se stesso, assentendo e non assoggettandosi alla dimensione autenticamente divina.
Ogni nostro passo realmente cosciente, pertanto, (rievocando in ciò la pertinenza visionaria di Rumi) dirige la comprensione dentro la Fucina del cuore, cioè, inoltra dentro noi stessi e non altrove condurrebbe la sensibilità elettiva (veridico nucleo dell’intelligenza) se non all’interno di questa ‘camera segreta’, prefigurata come il luogo rappresentativo in cui avvampa l’assurdo Nulla; che nel suo indicibile splendore riassorbe, dissolvendo elettivamente, ogni valore e vincolo affettivo.
Al di fuori dalla Fucina emblematica, rimanendo esclusi dal suo ineffabile principio estatico/intuitivo, (la cui elaborazione fonda sulla concreta applicazione quotidiana e non è ricavata da astratte fughe mistiche) nulla ha effettivo valore ed ogni qualità impossibilitata a riceverne la luce immateriale, immancabilmente avvizzisce e degrada a solo pretesto di ulteriori falsificazioni strumentali compiute dall’ombra interiore, (ego) i cui fervori continui, oscillanti tanto in facili esaltazioni che intimi abbattimenti, ci ‘dissanguano energeticamente’ sottraendo all’animo la sua fondamentale determinazione.
Perciò, come avvisa il poeta Jehudah Halevi nel suo ‘Canzoniere Sacro’
Non perdere altro tempo,
poni delle regole alla tua anima.
Insegui l’essenziale,
domina i tuoi desideri come faresti con un servo

nota:
E’ evidente di come l’A.I. costituisca una replica solo fantasmica della presenza autenticamente cosciente, compiendo l’aberrazione più fonda in cui può precipitare il senso identitario dell’uomo. L’intelligenza artificiale non può che essere del tutto antitetica all’esplicitazione e conseguente autonomia dell'Essere Integrale (E.I.) e dunque profondamente antitetica alla Verità della Liberazione (quella stessa menzionata in Giovanni 8,32). 
E’ nell’ordinaria vita quotidiana, che la pratica di una rigorosa attenzione interiormente rivolta a se stessi, (incubazione del preavvertimento poetico) forma nell’animo la solidità del suo sostegno identitario, altrimenti pesantemente svalutato da una progressiva consuetudine opacizzante, che mancando dei fondamentali riferimenti sensibilmente elettivi, dovrà necessitare di stimoli esterni artefatti con cui provare a sfuggire (sebbene senza successo) all’insorgere del proprio non-senso esistenziale.
L’individuo del tempo presente è educato ad atrofizzare la propria attenzione superiore, condizionato a concentrarsi esclusivamente sulle cosiddette necessità pratiche della vita e sull’appagamento dei cosiddetti piaceri materiali, oggi prevalentemente consumistici, che ne amplificano la distorsione cognitiva, completamente stravolta da fissazioni e fisime continue.
In questo l’ultima tecnologia non aiuta affatto, anzi, costituisce il pretesto anestetizzante finale, la panacea corrotta in grado di sopprimere definitivamente nell’uomo il barlume di consapevolezza residuale rimastogli, abbindolandolo con la lusinga ingannevole di poter essere artificialmente guarito dall’irrimediabile dolore dell’esistere.
Tristemente svuotati dalla pura virtualità poetica, agli individui sembra non rimanere altra alternativa se non quella di consegnarsi (intimamente sconfitti) alla congelante virtualità sintetica.
E’ stato inevitabile che l’avvento della dimensione industriale comportasse una profonda degradazione dell’idea del ‘nulla’. 
La moderna suggestione nichilista presentandosi come una negazione totale, in ogni modo, ha comunque affermato l’indistinta legittimità di ogni cosa e del conseguente degrado del tutto.
Invece, tutto nell’Universo rientra in una categoria di riferimenti trascendenti.
Ogni età storica realizza nell’individuo un determinato modo e possibilità di riferirsi alle proprie ragioni archetipali. I motivi della ricerca sono snodati attraverso tracciati plurimillenari ma mai come oggi il camminamento interiore sembra essere tanto impervio.
Il principio realizzativo è del tutto antitetico alla percezione di una irrimediabile disfatta esistenziale, – il fraintendimento del nichilismo moderno –  in fondo, è proprio in ragione di questa presunta sconfitta del senso dell’essere che l’attuale pensiero del transumanesimo, facendosi espressione agente dell’equivoco più abietto, incoraggia l’uomo contemporaneo a rifondersi totalmente e in maniera definitiva nella congelante dimensione artificiale.



mercoledì 9 maggio 2018

Il matraccio della gnosi







La vita preserva i propri misteri.
Non si affermerà mai abbastanza che l’Uomo primariamente è Simbolo, enigma vivente, sensibilità consapevole in cui il tormento è perennemente avvinto alla meraviglia e quando la persona diviene incapace di riflettersi nelle profondità allegoriche da cui scaturiscono le sue facoltà raziocinanti e primariamente intuitive, è come se diventasse più che cieca, destinata a subire l’imposizione di percorsi chiusi e prestabiliti da altre volontà contrarie alla sua libera determinazione.  

Una sola è la condizione necessaria allo svelamento della Conoscenza Iniziatica: l’ispirazione, che è il fervore genialmente temperato dal barlume di Amor (così latinamente inteso nella commedia antica da Apuleio a Dante) e da cui promana l’emozione elettiva, definita già da Platone, come ‘risultanza di un’intima e assidua unione’ con ciò che di meraviglioso e inesprimibile preesiste al tutto.

Nel testo gnostico dell’apocrifo di Giovanni, il demiurgo re-impastò l’uomo con l’unica intenzione di profanarne la scintilla divina, ma fu destino che nel fondo degli Eoni le brame dello pseudo dio dovessero consumarsi con la vana ricerca dell’Epinòia: Colei che ipostatizza e personifica, avendo assorbito in se stessa, l’originaria potenza generatrice divina, divenendo il soggetto dell’ulteriore metamorfosi soprannaturale avviata col primo atto di riflessione, che la rese portatrice delle potenze creatrici separate dalla sorgente ancestrale e delle quali smarrì il controllo divenendone pertanto la vittima designata nell’attuale dimensione; il luogo in cui le residuali forze trascendenti, ormai degenerate, mirano ad affermare unicamente se stesse attraverso il fondo travisamento della propria potenza.
Il demiurgo è un dio tetro, arido tessitore d’inganni, di cui si avvale per imbrigliare l’energia delle anime che cadono nella sua trappola multiforme.
E’ sotto questa prospettiva teologica che il testo gnostico di Giovanni presenta i motivi del Diluvio, nei quali l’acqua diviene la metafora delle tenebre che sostanziano la natura demiurgica di Jaweh, sintetizzando con ciò la tragica sorte dell’umanità imprigionata nel dedalo degli eoni.

Nella narrazione apocrifa Noé viene preavvertito dell’imminente arrivo di una terrifica notte spirituale ed egli esorta i figli degli uomini a mettersi in salvo attraverso il soccorso (soccorso affatto esterno ma intimamente evocato) dell’ineffabile luce, ‘pronòia’, appartenente all’ancestrale intuizione di salvezza.
Testualmente è scritto: “Non fu come disse Mosé: - essi si nascosero in un arca – essi invece si nascosero in un luogo, non soltanto Noé ma anche molti altri uomini | della generazione non vacillante.
 Essi si recarono in un luogo, si nascosero in una nube luminosa…Jaldabaoth (lo pseudo dio Jaweh) infatti, aveva steso le tenebre su tutta la terra.”
Il demiurgo omicida raggiunge pertanto il suo scopo, la corruzione dell’umanità attraverso la creazione di uno spirito imitante l’immagine di quello vero.
Da quel tempo in poi, la consapevolezza è intesa come una prerogativa dell’intuizione (interiore presentimento dell’autentica natura divina, straordinariamente confusa alle miserie del corpo terreno) che sola può tornare ad accenderne il barlume tragicamente internato nelle profondità emblematiche dell’identità umana, dov’è rinnovata (tramite molteplici traversie distese lungo il corso delle Ere) la sua segreta facoltà di riscatto da quanto agisce nell’ombra col fine di determinarne la corruzione ultima.
Tale reminiscenza sembra trovare significativa eco nel fr. 123 di Eraclito: La natura delle cose ama celarsi.
In tale occultamento profondo s’inoltra il vagare del Poeta – Vate – Filosofo, che sconfina la propria identità in una condizione tanto estrema (ad ampliarsi mediante lo spirito ‘fuor della stessa misura sua’) da non serbare quasi alcun ricordo dei motivi iniziali del suo estatico procedere.
Tramite l’ispirazione, (pura elevazione interiore) intima tensione chiarificatrice equiparabile alla medesima ‘fiamma alchimica’ necessaria all’elaborazione di ogni umano perfezionamento, l’individuo responsabile potrà pervenire all’essenziale condizione dell’essere, (come legittima aspirazione di ogni persona autenticamente cosciente) ritrovando ‘fuor di se stesso’ (pur rimanendo quanto mai presente a se stesso) l’integrità emblematica della propria trasmutazione spirituale, e tale attinenza troviamo in Dante: “e ' l pensamento in sogno trasmutai” (Purgatorio – XVIII 145).
E’ la deambulazione onirica che fa compiere al neofita i necessari passaggi dimensionali, puramente estatici e qualificati appunto come “vero sonno”, (sonno puramente iniziatico) differenziato dall’ordinaria letargia profana.

Nella Commedia, tale condizione elettiva di sonno, propriamente veggente, è testimoniata da San Bernardo che la riscontra nell' ultimo tratto del viaggio in Paradiso e individuata come l’indispensabile circostanza interiore dove matura la Mirabil Visione.
Per suo tramite il Poeta dichiarerà se stesso virtualmente “legato” (rad. sanscrita a-ling-a-mi = abbraccio) con amor in un volume, il cui significato estensivo vale anche ‘umbilico’, equiparato nell’ideale cosmogonico di Dante alla medesima idea dell’umbilicus Urbis, quale metaforico centro della Città ideale e il cui riflesso materializzato trova sostanziale identità con la Roma dei primordi, fondata attorno un nucleo d’irradiazione trascendente:
“Nel suo profondo vidi che s'interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squaderna”
Precipitato nel pozzo orbitale del tempo, quasi completamente smarrito nel fondo cono di tenebra della sconfinata notte cosmica, l’Essere*** irradia per un’ultima volta – prima che termini il presente Ciclo – la propria essenza-consapevolezza, che tremula risplende dell’ulteriore Tenebra Sopralucente rifrangendo negli abissi dell’Eone la sovrasensibile Luce preesistente, la cui nozione fu riferita dai primi orfici e, successivamente, divenne patrimonio dottrinale del cristianesimo tramite la Scuola di Dionigi l’Aeropagita, al cui flusso sapienziale attinse la stessa ideazione misterica di Dante.
Il Deus Absconditus è in noi, ma, in un certo senso è come se non ci riguardasse affatto, poiché la sua realtà può rivelarsi unicamente attraverso il nostro intimo dissolvimento, coincidente al metaforico senso paolino della cupio dissolvi, che rappresenta un’aspirazione elettiva completamente estranea all’ordinario richiamo di una morte solo fisica, la quale, in definitiva, non fugherebbe dalla coscienza alcun vincolo sottile. 
Lo svanimento fisico non risolverebbe alcuna inquietudine profonda dell’animo, i cui stretti nodi emotivi vanno sciolti quando si è ancora radicati alla densità della dimensione attuale.


Sarebbe peraltro necessario chiarire la circostanza dell’intimo dissolvimento, del tutto coincidente alla prima fase dell’Opera alchemica, conosciuta altrimenti come ‘Fase al Nero’, in cui sono riversate nell’ampolla emblematica (o Atanor) tutte quelle ‘sostanze impure’ determinanti l’ottenebramento perenne della coscienza, sprofondata com’è nel dominio della materia e per le quali si ritiene necessaria la perfetta liquefazione/sublimazione di tutte le impure sostanze emotive, ottenuta mediante un sapiente procedimento dissolutivo pazientemente disciplinato attraverso la moderazione della paradigmatica fiamma di cottura.
Ciò richiama la nostra attenzione verso i significati di un’intima elaborazione misterica, il cui avvio si rivela tutt’altro che agevole poiché riguarda i preminenti motivi esistenziali di una realtà interiore eccezionalmente drammatica.
L’occorrenza di ricavare il celeberrimo Oro Filosofale – risultato, questo, coincidente all’ultima fase dell’Opera = Albedo – non assolve ad un fine voluttuario o solo accessorio dell’essere, ma, bensì, ne costituisce la sua prima vocazione, la cui premura è determinata dalla necessità di sciogliersi definitivamente dalla mutevole trama ordita nell’inganno ancestrale, (propriamente arcontico) dove, mediante una forma di raggiri concentrici, all’interno di questo labirinto che è il cosmo, è amplificato il disorientamento dell’animo nella finalità di depredarne l’incomparabile essenza. L’ultima fase dell’Opera: l’Albedo, costituisce la garanzia di sopravvivenza o rinascita spirituale di un’identità (propriamente riconosciuta come divina) del tutto svincolata dai motivi del suo ottenebramento.
Per il successo di tale elaborazione (intima rettificazione) è fondamentale nell’iniziando possedere il requisito del controllo emotivo – equivalente al saper temperare la propria ‘fiamma’ senza che ciò debba renderlo completamente insensibile, nullificando con ciò il senso superiore stesso dell’Opera avviata.
La metafora del ‘regime di cottura’ è senz’altro riferita all’imprescindibile capacità di autoregolare le proprie emozioni, la cui aumentata comprensione determina uno dei principali requisiti, se non addirittura il maggiore, da possedere per il compimento dell’Opera.
Principiare la Fase al Nero, vuol dire riconoscere la propria sostanziale estraneità al mondo, un distacco ideale affermato decisamente ma soprattutto privo di ogni altezzosità.
Quando una persona è determinata a ‘sigillare’ il proprio Atanor, intenzionata ad avviare l’emblematico  processo dissolutivo delle sue ‘sostanze impure’, davvero vi sarebbero sempre meno compromessi possibili da instaurare con la realtà esteriore, poiché tale inizio coincide con un aumentato disinteresse per le attrattive che essa può offrire, per le sue possibili lusinghe o delusioni.
La durata temporale dell’interiore procedimento dissolutivo, ciononostante, non può in alcun modo essere prevista e, con ogni certezza, dovremmo ritenere che il corso ordinario di una vita terrena spesso non basta per poterne verificarne gli ineffabili risultati.



In quest’ordine di riferimenti va dunque interpretato l’adagio alchemico del ‘Solvi et Coaugula’, riassumente (appunto ermeticamente) la principale fase attraverso cui realizzare il compimento dell’umana perfezione e, proprio in virtù di tali emblematiche ragioni, è quanto mai essenziale il riuscire ad ottenere una percezione sensibile dell’invisibile dimensione splendente, la quale preesiste ai motivi che precipitarono la coscienza nel mutevole coagulo materiale.

In tale collosa densità l’animo può intuire il valore riposto nella sua recondita possibilità di riscatto e vi perviene mediante un disagevole, sofferto e pazientissimo esercizio di affinamento continuo dei sensi fisici che lo rivestono. Unicamente attraverso questa rigorosa conformità esistenziale, pur trovandosi immerso nelle sostanziali contraddizioni arrecategli dall’esistenza terrena, l’animo riesce a preavvertire le inesprimibili risultanze della sua vera beatitudine, situata infinitamente oltre qualsiasi circostanza di appagamento materiale e completamente estranea ad ogni intensità sperimentabile coi sensi ordinari, tanto da prefigurarsi quasi come inconcepibile meta assurdamente posta oltre l’impensabile confine del nulla.

Le tre fasi dell’Opera alchemica, che principiano da un ‘dissolvimento’ e terminano con una ‘sublimazione’, a nient’altro occorrono se non a rifondere l’inesprimibile essenza racchiusa dall’uomo al Nulla inconcepibile da cui promana.



Ogni altra aspettativa di salvezza è depistaggio sottile dell’ego, (forma di materialismo spirituale) che non intende deporre la sua autorità, precariamente affermata sull’immagine illusoria di coloro che rimangono incapaci di comprendere quale complessa forma d’inganno epocale nasconda la maschera effimera che incarnano.
L’ego, elaborato sottile dell’atavica manipolazione demiurgica, proditoriamente innestato in un flusso di pura consapevolezza, non intende rinunciare al nutrimento amaro fornitogli da una coscienza tormentata (l’appagamento fisico disgiunto da una consapevolezza spirituale che ne educhi la misura, implica nell’individuo un volgimento o piegamento o torcimento dei sensi in una forma di passione ottenebrante che è qualificata come uno stadio stesso del tormento).
Dal presupposto dell’inganno ancestrale, nell’esigenza di rettificare l’avvenuta manomissione ontologica pervenendo alla perfetta gnosi, che s’è codificata l’allegoria alchemica.
*** nota
"L’Essere, dunque, almeno se intendiamo il termine nel suo significato più rigoroso, non è il Principio supremo in quanto tale, ma soltanto la sua prima determinazione; ciò non impedisce di usare l’espressione ‘essere totale’ o ‘essere assoluto’ per indicare la Realtà universale nella sua totalità, senza cioè limitarsi alla sola considerazione dell’Essere propriamente detto.
Come osservava Guénon, ‘quando si parla degli stati di non manifestazione di un essere, bisogna ancora distinguere tra il grado dell’Essere e ciò che ne è al di là; in questo caso, è evidente che lo stesso termine ‘essere’ non è più rigorosamente applicabile nel suo vero significato; tuttavia, in mancanza di un altro termine più adatto, siamo obbligati a mantenerlo per via della struttura stessa del linguaggio, attribuendogli allora soltanto più un valore analogico e simbolico, altrimenti ci sarebbe del tutto impossibile trattare di quest’argomento”.

(Alberto Ventura: L’esoterismo islamico – ed. Adelphi 2017)