lunedì 5 marzo 2018

Dell’Angelo emblematico e la facoltà immaginale


“Quegli antichi vati e interpreti della divina mente dissero che noi siamo nati per pagare il fio di alcune colpe contratte nella vita precedente”.
(Cicerone, Hortensius, frg. 88)
“Testimoniano anche gli antichi teologi e indovini che è per punizione di alcune colpe che l'anima è congiunta al corpo ed è come sepolta in questo”
(Filolao, fr. 14)
La causa che ha principiato l’universo, il luogo enigmatico dove l’uomo sempre più ignaro dei suoi significati superiori (quanto mai sfuggenti) si dibatte da tempo immemore, sarebbe ascrivibile all’ancestrale desiderio malvagio delle anime individuali, che cedendo a un’inclinazione aberrante rinunciarono al loro stato di originalità angeliche per rivestire le maschere mutevoli di svianti individualità materiali.
Il cosiddetto stato di natura incorrotto non rappresenterebbe un punto di coronamento eccelso della vita universale, ma, più verosimilmente, circoscrive il vorticoso scenario di una rappresentazione meravigliosa quanto tremenda; è la totalità stessa del cosmo ad essere perennemente agita da una stupefacente voracità.
La norma di ogni istante manifestato è regolata dall’equilibrio di contrasti sublimi e atroci, in cui l’unica eccezione sembra essere costituita dalla possibilità di riscatto (riscatto puramente metafisico) internata nella coscienza dell’uomo.
Sembrerebbe che solo nell’uomo convivano in forma tanto clamorosa le contraddizioni di tensioni spirituali e fisiche, i cui contrasti ripetuti accendono la vita d’insospettati prodigi.
La presenza dell’uomo nell’universo brilla soprattutto nell’accadimento interiore della Stupefazione, (Meraviglia) che pone la coscienza in ‘luce di simpatia’ con determinate intime realtà elettive altrimenti segrete e che aprono la via all’invisibile dimensione trascendente.
In questo spazio, la ‘fioritura di amore’ viene alla luce come teopatia, accesa nell’intimità di quanti si predispongono ad accogliere e custodire la schiusa del suo germoglio, che attecchisce nel fondo aureo dell’essere pervaso di una nostalgia propriamente divina.
Semplice (ma affatto facile) compito dell’uomo, è di riuscire ad infondere il più alto valore alla possibilità nascosta della Reminiscenza, dunque, di ricordare la nostalgia del “Tesoro nascosto” che aspira ad essere conosciuto.
Proprio da qui originerebbe la più alta funzione dell’amore umano, (una forza temibile e magnetica) come garanzia di coalescenza di ciò che storicamente è stato designato come il momento apicale in cui è rivelata l’idea di Virtù e, pertanto, della stessa Dignità emblematizzata nelle espressioni storiche dell’Amore Cortese e Amore Mistico.
L’amore, infatti, tende alla trasfigurazione della figura amata terrena, ponendola sotto una luce che ne faccia risaltare tutte le virtualità sovraumane. Nell’esempio della cosmogonia Mazdea, fino ad investire la metafora dell’amata della stessa funzione teofanica assolta dall’Angelo emblematico. Così è stato per le Figure femminili celebrate dai Fedeli d'amore compagni di Dante e, ugualmente, così è stato per colei che apparve a Ibn 'Arabi alla Mecca come figura della Sophia divina.

L’anticipazione amorosa tende a far esistere qualcosa che non è ancora esistente nell’amato: l’inesprimibile vastità in cui sublimano i domini dell’essere (sub specie aeternitatis).
L’esperienza dell’amore mistico, qui è intesa come congiunzione, o, metaforica “co-spirazione”, (‘com’ = insieme + ‘spirare’) che indica il convergere dei soffi in un sol punto, e, dunque, l’unirsi della volontà – puramente immaginale – nell’opera sovrasensibile; quale accezione specifica di un segreto accordo dell’animo, ineluttabilmente mosso all’ottenimento del suo fine superiore.
E’ appunto nello spirituale e nel fisico, che entra in gioco l’emblematica ‘dialettica d'amore’ sostenuta dall’Energia immaginativa, o Immaginazione creatrice: eccelsa dottrina estatica, dove risulta fondamentale per l’iniziato attuare in se stesso i rigori di una ferrea disciplina delle emozioni e del pensiero, rieducandosi alla percezione delle cose, altrimenti viziata dall’usuale vagheggiamento condotto su bassi desideri ordinari; i quali, appunto, impediscono di essere all’altezza di significati sensibili maggiormente puri.
Questa teoria riveste un ruolo importantissimo nell’esperienza visionaria di una rilevante parte della stessa profetologia islamica (Ibn ‘Arabi) e, come organo immateriale della possibile trasmutazione del sensibile, essa detiene il potere di realizzare la funzione ‘angelica’ degli esseri.
Presso ogni cultura tradizionale valorizzare l’immaginale equivale alla stessa capacità di vedere ciò che non è manifestato ma che, ugualmente, è qualificato come più reale della stessa tangibilità.
Il ‘vedere’, pertanto, è unicamente riferito ad un dominio riservato e puramente iniziatico, tramutato in sapere totalizzante e riferito ai preesistenti fondamenti incorrotti l’avvio della dimensione fisica; poiché  concerne la realizzazione del maggior senso di quest’esistenza quanto dell'altra.
La figurazione, benché inviti ad una separazione dal mondo sensibile, non è affatto estranea ad esso, poiché l’immaginazione creatrice, (totalmente aderente alla poetica integrale dell’essere) scaturisce come motivo di riscatto da un principio di ottenebramento spirituale, avendo la finalità di trasmutare il ‘sensibile’ per ricondurlo, mediante un percorso ascendente, fino alla sua scaturigine sottile e incorruttibile.
Tale anticipazione terrena realizza una dimensione ideale, la quale, peraltro, fu già contemplata nei Misteri Sacri antichi: “Beato (olbios) chi va sottoterra dopo aver visto quelle cose conosce infatti il termine della vita (ne) conosce l'inizio…” (Pindaro (frg. 137 Schr.)
 “Felice colui tra gli uomini che ha visto queste cose – che ha assistito, anzitutto visivamente, ai misteri – colui che è rimasto privo di questo sacro rito, che non ha avuto parte in esso, non avrà pari destino, anche da morto, giù nell'oscurità profonda”.
L’individuo potendo in tal modo operare in se stesso, opera un duplice movimento in cui fa discendere le realtà spirituali invisibili fino alla realtà dell’immagine, instaurando la sola ‘assimilazione’ compatibile fra l’ineffabile principio immateriale di Verità e la circostanza imperfetta materialmente formata.

Questo duplice movimento, che nella vita terrena fa discendere il divino e nello stesso tempo opera l’assunzione del sensibile, corrisponde a ciò che la mistica islamica, nella persona di Ibn ‘Arabi, etimologicamente designa come una ‘con-discendenza’, dove l’immaginazione è essa stessa il luogo prescelto dell’incontro, in cui il divino sovra-sensibile e il sensibile discendono insieme, stazionando in una stessa ‘dimora’, specificamente individuata nel cuore dell’uomo.
La facoltà immaginale, dunque, attiva, (realizza) la messa in sim-patia dell’invisibile e del sensibile, dello spirituale e del fisico, armonizzandone i reciproci contrasti, poiché all’interno del dissidio interiore continuo dell’uomo troverebbero ulteriori occasioni d’inserimento determinate ‘interferenze’ sottili fuorvianti, da cui è bene rimanere il più possibile protetti.
Grazie alla facoltà immaginale, non in ultimo, è possibile amare un essere del mondo sensibile, attraverso il quale, in realtà, si ama la manifestazione ideale dell’Amore divino.
Senza questa “unione immaginatrice”, senza la trasfigurazione che essa opera, ogni possibile esperienza di unione fisica non rimarrà altro che una lusinga volgare, causa o sintomo di ogni possibile confusione mentale ed emozionale, detrimento intimo, dove l’innamorato ancora privo di esperienza spirituale, dominato dall’immagine dei sensi che investe tutto il suo essere interiore, consumerà stoltamente le proprie risorse col condurre la ricerca esclusivamente al di fuori di sé.
Spiritualizzando al massimo grado l’essere interiore lo eleviamo dalla sua forma sensibile fino alla sua ideale Immagine incorruttibile, cioè al rango di una Immagine teofanica, rivestita di una bellezza superiore a quella che è la sua, ordinariamente confusa alla sovrapposizione sviante impiantata sull’ego.
Una volta che potremmo divellere l’inganno interiore dell’ego, una serena passione potrà soccorrere il senso del divenire, pervadendo l’esistenza di un flusso evocativo che l’animo non potrà mai più smarrire da sé o da cui non potrà mai più assentarsi.
In questa Immagine, infatti, il mistico contempla (realizzata in atto) tutta la perfezione dell’Amato e, vivendone la Verità, ne prova la presenza in se stesso.
Procedere oltre nella complessa intelaiatura dialettica che secondo determinate dottrine, intercorre tra Creatore e creatura, altrimenti nota come Yunio sympathetica, (la bi-unità del Signore d’amore e del suo servo d’amore) che dai presupposti sopra appena enunciati prende origine e che anticamente ha rivestito la riflessione sapienziale dei più bei ornamenti dottrinari attinenti alle tre grandi religioni rivelate, qui non troverebbe troppo motivo d’indagine.
Questo perché anche se racchiuse in pregiate evocazioni poetiche, determinate immagini e allegorie accreditano una relazione di sostanziale sudditanza spirituale, che, considerando l’estrema emergenza dei nostri tempi, non crediamo sia opportuno avvalorare ulteriormente; oltre al fatto che non siamo vincolati a specifiche confessioni, o soggetti al vaglio di quelle autorità inquisitorie che in passato perseguitarono con immensa ferocia quanti provarono a sconfessare dai significati di un’ideale attinenza ascetica, la ritenuta subalternità dell’uomo irrimediabilmente soggiogato al suo Dio Creatore.
Adesso, invece, sarebbe importante la salvaguardia del principio autenticamente iniziatico. Il suo cammino profondo muove sempre contro l’ego, poiché l’ideale alchemico non scaturisce da una deleteria volontà autoglorificante.
La finalità dell’Iniziazione, per l’uomo dell’appiattito tempo digitalizzato, consisterebbe essenzialmente nel ricavare in se stesso il miglior ordine emotivo possibile, (già questa rappresenterebbe una conquista eccelsa per l’odierno individuo nevrotizzato) puntellando l’istante di una continua attenzione propriamente sottile, lucida. Predisponendosi a non aspettarsi null’altro se non il voler realizzare sul fondo obliquo dell’attuale piano dimensionale (sul quale peraltro si adattano, deformandosi, le inclinazioni della psiche) una fiducia che sia il più possibile accorta e chiara (quasi un’ordinata forma di ‘attesa’ affatto passiva).
In questa Ricerca, così come in questo Ritorno, il soggetto – propriamente attivo – rimane l'immagine interiore della Bellezza ideale, appartenente all’Identità preesistente coagulata in misura infinitesimale nella nostra multiforme costituzione umana, la cui porzione maggiormente pura rappresenterebbe il vestigio residuale della superiore controparte trascendentale o emanazione celeste, identificata come l’identità segreta dell’essere: in sostanza, nel mito gnostico, Colei che gli Arconti intesero profanare.
Fuori da questa funzione teofanica ed ermeneutica dell’Angelo, inteso come controparte della coscienza incarnata, quasi a costituirne il sensibile riflesso nel piano trascendente, quale emblematico custode nell’uomo della scintilla di luce; (come ebbe a notare esemplarmente H. Corbin) ogni altro mondo o condizione è destinato a rimanere soltanto silenzio per l’uomo.
La sua ascensione spirituale di Cielo in Cielo, di mondo in mondo, non può trovare realtà senza l’emblematica condizione angelica (conduzione dell’Angelo) evocata in se stesso, nella finalità di superare se stesso attraverso la misura di uno scarto infinito.
Non trovare o perdere il contatto con la propria interiorità angelica, perderne il senso, qui, in questa dimensione terrena, significa dunque smarrirsi nel deserto dell’incerto e dell’inconoscibile, desolatamente vuoto di ogni elevato principio ispirativo, pertanto, vorrebbe significare disertare alla vera vita.
Non si insisterà mai abbastanza su questo punto.
La circostanza del vivere e del morire, riguardano qualcosa che va al di là della comune esperienza della morte e della vita intese solo biologicamente.
La nostra permanenza in questa vita è un evento estremamente illusorio, benché tale ‘apparizione’, per quanto fortuita possa sembrare, fa comunque parte di un progetto sovrasensibile e che esprime in sé un preminente valore formativo.
Morendo l’iniziato si dirige verso un luogo a lui sconosciuto, ma allo stesso tempo familiare. Attraversando la temibile soglia di Ade, (l’ingresso alla dimensione astrale) si entra in un dominio ingannevole e più saremo stati capaci di fare ordine interiore in questa vita (sobrietà emotiva) meno l’animo rimarrà preda di suggestioni svianti.
La preparazione che possiamo conseguire in questa dimensione maggiormente densa, potrà renderci il più possibile indenni dalle traumatiche conseguenze derivanti dallo spogliamento delle ‘vesti materiali’: un trauma questo, patito da chiunque altro ‘scenda’ impreparato nei domini dell’oltretomba.
L’iniziato muore, si, come tutti, ma non paga il gravoso pedaggio richiesto e consistente nella sua riduzione allo stato di ombra o smarrita larva eterica.
Significativo in ciò è il frammento di Sofocle: ‘Oh, tre volte beati quelli tra i mortali che, avendo visto questi riti, vanno nell'Ade: solo per essi c'è laggiù vita, mentre per gli altri ci sono là tutti i mali’.
A questi versi fanno risonanza le stesse parole riservate a chi nella parabola evangelica non indossa l’emblematico abito nuziale, che equivale alla coscienza purificata: Amico, come hai potuto entrare qui senz'abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.


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