giovedì 29 marzo 2018

Il disadattamento cosmico (il Battesimo nella concezione della Gnosi e frammenti dalla Vita nuova)


Poiché la verità non è un termine ma un principio, non è un concetto ma una forza che deve agire; e agisce soltanto quando essa può funzionare in un organismo preparato ad essere mosso da essa.

(Aniceto del Massa: Diari)


Ioan Petru Culianu nel suo bellissimo saggio “Eros e magia nel Rinascimento” riconosce al pensiero di Giordano Bruno il vero e solo posto d’onore tra le teorie della moderna manipolazione delle masse, indicando il trattato Il “De vinculis in genere” come lo scritto che meglio di ogni altro decritta le tecniche d’influenza collettiva delle menti.

Scopo della suggestione malevola, antica o moderna che sia, è quello di legare per mezzo di vincoli occulti la nostra volontà a interessi che le sono fondamentalmente estranei.

Hanno avuto torto gli storici moderni sostenendo la scomparsa della magia con l’avvento delle scienze positive, quando in realtà essa non ha fatto altro che dissimulare i suoi significati in quest’ultime; uno stratagemma che ha permesso di amplificare la forza persuasiva di determinate influenze negative.

La magia non ha mai smesso di proseguire i sogni e gli scopi deviati di tutte quelle volontà malevoli che da sempre, intendono avvalersi di determinate malie per soggiogare l’identità umana; in particolar modo, nel tempo attuale, dove sono presenti avanzati sostegni che accrescono la portata della seduzione oscura come forse mai nel passato s’è potuto fare.


Agli albori del Rinascimento, Marsilio Ficino definì appunto come ‘rete’ il legame immaginale (propriamente virtuale) atto a fascinare nell’individuo la suggestione, una qualità malleabile ed estremamente variabile, efficacemente intercettata dalle finissime maglie di una composita tessitura simbolica la cui distorsione valoriale è accuratamente preordinata dai manipolatori della psiche.

Un principio questo, oggi estremizzato dall’insieme delle connessioni che articolano la rete virtuale di internet, dove prevalentemente è realizzata una moltiplicazione insana delle suggestioni, la cui finalità mira a inviluppare la qualità soprasensibile dell’essere in continui inganni degradanti.

Non è dunque un caso che la distorsione dell’erotismo e il suo scadimento nella più bassa pornografia, rappresenti il principale motivo su cui convergono i motivi della manipolazione psichica, poiché, è noto, che la distorsione dell’Eros = amore infero, (Eros tirannico) sin dall’antichità, costituisca la causa prima dell’azione vincolante esercitata dalla magia nera; quale espressione di una circostanza spiritualmente infettante e ascrivibile ad una delle maggiori manifestazioni negative della potenza dissolvente il senso - puramente eroico - dell’essere.

Per noi è quanto mai vitale poter invece comprendere l’importanza dell’unico Valore che sia in grado di determinare la completa pienezza dell’animo, poiché il fondo decadimento della condizione etica sembrerebbe coinvolgere irrimediabilmente gli aspetti maggiormente reconditi della nostra esistenza.
La miglior presenza a questa vita, consisterebbe in null’altro se non nella capacità di mantenere desta la consapevolezza sulla realtà invisibile del continuo ‘combattimento magico’ intercorrente tra la coscienza e le potenze incorporee che la circondano e verso le quali è chiamata ad insorgere nella finalità di contrastarne intimamente l’azione dissolvente.
Quando Dante, nel capitolo III della Vita nuova, riferisce dell’apparizione emblematica che lo esorta all’esperienza interiore del “Vide cor tuum”, intende significare proprio la notevole estrinsecazione di un capovolgimento visionario dell’essere, di cui l’uomo ha esperienza fin dalla più remota antichità.

‘Vide cor tuum’, costituisce la sintesi di un invito misterico rivolto alla persona di ogni epoca, nel momento in cui ha compreso che la ricerca della propria identità ‘splendente’ va intrapresa in se stessa, inoltrandosi nei luoghi maggiormente incogniti della propria interiorità.

Un’esperienza che ordinariamente giace nelle nostre profondità psichiche e il cui ‘risveglio’, eccedendo infinitamente la mera identificazione egoica, riconnette la coscienza oltre il ‘tragico splendore’ che promana dalla remota scaturigine dell’essere.

Fin dalla preistoria, il bagliore cosciente dell’uomo individuò nel cuore e nel sole i contrastanti simboli fisici atti a rivelare l’azione nobile, benché estremamente tormentata, di una medesima potenza generativa scaturita dal nulla.

Solo attraverso la realtà di questa intima vocazione, l’Uomo vive autenticamente rinnovando l’aspirazione di una Pura Redenzione sovra-universale.

Nella visione Beatrice – anticipazione sensibile della Sapienza rivelata – mangia visibilmente diversi pezzi del cuore magmatico e radiante del Poeta: presentatosi come umbratile luminescenza dell’inquietante figurazione di Amor e dove il maggiore significato allegorico restituito al suo valore elettivo, svincola l’immagine dal mero senso letterale.: “...segnore di pauroso aspetto…apparso in nebula di color fuoco” e ancora, “…e tanto si sforzava per suo ingegno, che le fece mangiare questa cosa che in mano le ardea, la quale ella mangiava dubitosamente…”

Il cuore è la tradizionale sede dell’intelligenza sensitiva, il vano emblematico in cui la passione puo' preordinarsi a mutare di senso, (elevandosi da se stessa in se stessa) trascendendo tutti quei motivi inferiori che nella dimensione terrena costituiscono la causa del proprio radicamento mortale.


Ciò che il poeta offre all’amata figurata è la propria intima ‘radianza’, sacralizzata come esempio paradigmatico dell’ideale Amor Cortese, il quale, attraverso una fondamentale estensione lirica dei suoi preminenti significati, definisce l’ideale superiore di Salvezza; (puramente sacrificale) inteso come l’imprescindibile scopo attraverso cui la controversa realtà umana realizza la verità dell’essere.

La realtà elettiva dell’invisibile metamorfosi dell’animo, qui è preavvertita da una sensibilità assimilata nella stessa poetica integrale, con la quale forma un’unità inscindibile e che potremmo qualificare come ‘perfetta anomalia elettiva’, che misteriosamente contraddice dall’interno le cicliche cadenze ordinanti i ritmi universali.

L’animo è destinato a sperimentare molteplici tormenti, amalgamati a possibili rivelazioni sublimi, ma, fondamentalmente, la sua identità è tragica e determinata dalla sua basilare estraneità alla prestabilita preordinazione insita nello ‘stato di natura’, in cui si ritrova incastonato per motivi apparentemente inesplicabili e dal quale emerge sorreggendosi ad una peculiare distinzione, caratterizzata dall’innata irriducibilità della sua enigmatica essenza, impossibilitata a sottostare passivamente alle preordinate leggi naturali di necessità, dove ogni cosa manifesta è destinata alla caducità.

Il Cosmo è la nostra smisurata dimora fittizia, dove la coscienza è destinata a non trovare mai la propria ‘reale dimensione

La riflessione sulla finitezza, cui la vita materiale è destinata, ravviva nell’animo un disagio che può essere definito anche come il motivo di un disadattamento integrale, (inteso come senso recondito della pura meraviglia) follemente proteso oltre ogni possibile limite universale, per evocare, attraverso l’indefinita somma delle sue intime tensioni, l’accadimento prodigioso della propria trasfigurazione***(1).

L’impronta nostalgica dell’essere, è rilevata dalla necessità di ritrovare nei fondali simbolici dell’oceano primordiale quei motivi elettivi (l’emblematica perla ignea) in grado di redimere la disperazione atavica determinata dallo smarrimento della perduta integrità trascendente.

E' la significativa testimonianza di un immersione allegorica, variamente figurata come obbligatorio passaggio esistenziale presente nelle narrazioni di tutti gli originari Miti della creazione, quale indispensabile circostanza di Salvezza dell’essere, dunque, dell’uomo stesso, affinché possa ritrovare il congiungimento con l’enigmatico “Corpo di Gloria ” delle Origini dimenticate. La sua determinazione primordiale è sommersa dall’incessante fluire del tempo e, anche se inabissata nel fondo degli Eoni, non potrà mai dissolversi definitivamente.

In questo senso s’inquadrerebbe la simbolica pesca degli uomini da parte del Cristo. Egli, invitando ad immergere le reti della pesca allegorica, invita l’uomo a recuperare la sua sommersa determinazione primordiale, il cui compimento infonde la sorprendente rivelazione di un potere spirituale completamente svincolato dal controllo degradante imposto dall’ego sulla coscienza, ordinariamente invischiata nei motivi dell’inganno atavico.  

Il tema della determinazione primordiale perduta, sebbene in diversa espressione, è il medesimo trattato nei tragici furori dionisiaci, paurosi e radiosi e mutuati da più antiche liturgie preistoriche, rivelate alla coscienza da un vertiginoso smarrimento universale. Attraverso l’ebrezza furiosa, angosciosamente tuffata nella primordiale sorgente nostalgica, il Miste conseguiva l’estinzione della propria sete d’infinito.
La polla sorgiva nostalgica è uno specchio lacustre, screziato di molteplici e ambigui riverberi, con essa s’individuerebbe la medesima fonte dove Narciso, essendosi lasciato sedurre dal riflesso della propria immagine, annega. La fonte emblematica è un luogo dove trovano reciproca confluenza le acque di vita a quelle stesse di morte, (le corrosive acque del dio Kronos) i cui mutevoli sensi figurali irrigarono le antichissime e ‘pietose vigne’, assieme le straordinarie (benché dolorose) e contrastanti fioriture dell’essere.

Nella sorgente nostalgica scorre un’acqua propriamente immateriale, contrapposta alla corrente psichica vitalizzante il dominio della cosiddetta dimensione astrale, secondo la visione degli gnostici, intesa come emanazione sovrasensibile del desiderio corrotto degli arconti.

Un limbo rarefatto, dove confluirebbero le indefinite estensioni emozionali delle diverse eggregora elaborate dall’indefinita somma delle inquietudini psichiche dei vivi e in cui trovano motivo d’immersione nel dopo morte numerosissime anime disincarnate, ingannate da molteplici suggestioni svianti e ancora aggiogate ai fili della teatralità di fantasmagorie infinite, che le accompagnano lungo un camminamento degradante facendole ridiscendere, una volta ancora, nella vita materiale. Qui, cadendo ancora nell’inganno, rivestiranno altri corpi di sofferenza.

Nel mito gnostico, è la corrente psichica a convogliare la discesa delle anime verso il cosmo, precipitandole sordamente nella materia; dove affondano come pesanti ciottoli gettati nelle acque di un fiume torbido.

In un certo senso, il battesimo emblematico del Cristo dovremmo ritenere essere stato attuato in un flusso puramente immaginale, immergendosi nel tratto maggiormente limpido della medesima ‘corrente nostalgica’, (intesa quale immateriale ‘acqua di salvezza’) dove poté trarre il principio splendente della propria Liberazione.
L’immersione nel fiume battesimale è simbolica e attesta la sua uscita dal fluido negativo portato da acque esteriori solo psichiche e, perciò, sostanzialmente impure. Nel fondo melmoso del fiume fisico, sedimenta il limo infetto scaturito dall’abisso demiurgico da cui promana una materia perennemente febbrile e agita dalle convulsioni caotiche delle sue incessanti trasformazioni.*** (2) 

A questo significato andrebbe anche riferita l’allegoria evangelica del camminamento sulle acque effettuato dal Salvatore, come principio di elevazione dal demiurgico oceano primordiale.

L’iniziativa autenticamente cosciente e che possiamo definire come propriamente geniale, è realizzabile in noi, ma, in un certo senso, unicamente fuor di noi stessi, non riponendo la speranza nel favore arbitrario di qualsiasi entità trascendente, ma, piuttosto, col ricercare esclusivamente in noi stessi, fin d’ora (qui e ora) nella dimensione presente, la massima integrità possibile.


***(nota 1)

La grave condizione di disadattamento cosmico, che contraddistingue la ricerca dell’animo volto alla comprensione di se stesso, è anche sostenuta dalle parole riportate in Matteo 8,18-22: “Le volpi hanno una tana e gli uccelli hanno un nido, ma il Figlio dell'uomo non ha un posto dove poter riposare”.

*** (nota2)

“La visione negativa, demoniaca del battesimo e delle acque è presente in altri ambiti gnostici.

Nel primo dei due brevi e frammentari “Trattati sul Battesimo” che chiudono la Esposizione valentiniana di Nag Hammadi, si descrivono le acque del Giordano come un “luogo del mondo”, ovvero una corrente psichica in “discesa” verso il cosmo e il conseguente incatenamento alla sfera dell’Heimarmené.

Il momento salvifico non è quindi l’immersione battesimale, bensì l’uscita dalle acque ( = Giordano = mondo) verso l’Eone incorruttibile.

L’Esegesi dell’anima, ulteriore scritto proveniente dal corpus copto di Nag Hamadi, sottolinea l’imperfezione e la negatività del rito battesimale: è il battesimo di “conversione” (metanoia) fatto di “dolore e sofferenza”, che ha come destinatari gli “psichici”, cioè gli adepti della Grande Chiesa”.

(cit. da Ezio Abrile: “Un Karma Occidentale” ; II capitolo ‘Il caso gnostico’ - ed. Mimesis 2017)

Poiché, tramanda il pensiero gnostico, la Grande Chiesa di Roma, istituita fin dai primissimi tempi della sua fondazione sopra una distorsione dell’autentico significato di Salvezza, è asservita alla dimensione demoniaca e il suo rito battesimale, avvalendosi di una simbolica “acqua di morte”, (quale veicolo prescelto a trasmettere l’influsso di un’entità falsamente benevola: l’arconte omicida chiamato Jahvè) tutt’altro che redimere, segretamente rafforza i vincoli eterici preposti a soffocare la primigenia determinazione dell’animo.

Quanta solitudine dolente e penosa, quale spaventevole e oscura inquietudine trapela da queste parole, dalle quali emerge il fondo delirio tirannico del demiurgo omicida:  Io, io – sono - Yahwéh e nessuno eccetto - me è - Salvatore, (Is 43:11) 


giovedì 15 marzo 2018

Le Muse o del contrasto poetico (frammenti di Gnosi dalla Commedia)



La testimonianza dell’arte antica esemplarmente connessa alla gravità poetica, non sembra più offrire un valido sostegno alle nostre moderne esistenze, considerevolmente travisate con la fine delle età degli incanti.

La coscienza, sempre più plagiata da una pervadente pop-ipnosi che ottunde la nostra facoltà maggiormente preziosa, è diventata pressoché indifferente agli insegnamenti misterici dissimulati nelle allegorie delle antiche favole.

L’uomo realizza autenticamente se stesso mediante una provata disciplina dell’estasi, atta a svelare la dimensione cangiante del ‘vero’, dove l’anima realizza la vastità emblematica di una prigionia in cui solo la poesia (integralmente vissuta) può efficacemente soccorrerne il fondo disorientamento, indicando attraverso una preziosa ambiguità la disagevole ma avvincente via che apre alla sua definitiva liberazione.

Possiamo ancora accorgerci allora del perché l’attuale dimensione preconfezionata e pop-ipnotica sia desolatamente vuota di autentici prestigi poetici, ma immensamente sovraccarica di facili richiami seduttivi.

Poiché ciò confonde i valori reali, equivocati con l’aspirazione malsana di voler realizzare come massimo obiettivo esistenziale un coronamento del piacere maggiormente effimero: quello consumistico.

Come annota un sagace studioso di cose sacre, la parola ‘piacere’ nella lingua anglosassone è ‘please’, che, assai significativamente può essere riordinata nella parola ‘asleep’ = addormentati.

  La Techne (tecnica) degenerando è diventata ‘trucco’, ‘spediente’, camuffamento di una realtà profondamente orrenda in cui la ricercatezza è sinonimo di contraffazione utile all’ispessimento del primo inganno.

Il Primo Inganno è la creazione stessa, la dimensione materiale in cui appariscono determinati prestigi elettivi emanati dalla Luce Preesistente a cui la tessitura demiurgica non poté impedire di filtrare attraverso la trama degli elementi naturali.

La soavità che talvolta ci pervade quando ci accostiamo alla natura proverrebbe dalla radianza geniale preesistente alla materia, il cui addensamento vortica attorno una legge di necessità quanto mai vorace.

Il Prologo in cielo del Faust di Goethe, attraverso due eminenti figure angeliche, poeticizza il prodigioso concatenamento dell’immane meccanismo cosmico:

Rafaele. Il Sole risuona, come da antico, fra l'emula armonia delle sfere fraterne, e compie il prescritto suo viaggio coll'andamento della folgore. Il suo aspetto dà vigore agli angeli, ma niuno può scrutare il suo profondo. Le alte, incomprensibili opere del Signore sono splendide come nel primo lor giorno.

Gabriele. E veloce, incomprensibilmente veloce si rivolve nella sua magnificenza la terra. Il luminoso sereno del cielo si alterna coll'immenso orrore della notte; il mare leva spumando le sue larghe correnti sul vertice inaccesso degli scogli; e gli scogli e il mare sono via rapiti nell'eterno, infaticabile corso delle sfere.

E’ questo un ritmo costantemente posto in bilico tra perenni contrasti, dove ogni cosa può divenire ideale Limes circoscrivente gli indeterminati confini dell’animo.

Nel fondo dal senso poetico balugina la sublimità del vero indicibile, che snoda il suo percorso allegorico adombrato nei contrasti di una duplice ragione, connessa a prodigiose circostanze di salvezza variamente ostacolate da perfette occasioni di dannazione assoluta.

La Musa è il simbolo della Grazia illuminante, che l’uomo rievoca in sé come superiore qualità di veggenza, espressione di legame ancestrale ad una sovrastante reminiscenza che nel valore del ricordo, di far ricordare, decanta nella sua virtù le passioni, elevandone i desideri ad assentimento della dimensione divina.

Musa è verbo significante il ‘suscitare’ venti, così come il ‘far scaturire’ una sorgente, o ‘far divampare’ una fiamma, o il ‘lasciar andare’ i cavalli, indicando quindi un impulso al movimento, una liberazione di energie latenti il cui significato trova affinità coi verbi orientali dell’antica cultura vedica specificamente riferiti alla pura ispirazione.

Dal verbo latino mon-eo, deriverebbe il nome stesso della madre delle Muse Mnemosine, e si può anche confrontare il teonimo romano Mon - Moneta, epiteto di Giunone in quanto colei che aveva avvertito i Romani di un terremoto imminente, (Cicerone: De natura deorum, III.47) potendo ravvisare nell’informazione antiquaria il nesso ancestrale che salda tra loro ‘memoria’ e ‘veggenza’.


Per questo i poemi sacri patrocinati dalle Muse riferiscono attraverso la trasposizione poetica il fondamento iniziatico della pura Conoscenza, (valore intuitivo contraddistinto dall’empatia) che sola può realizzare la dimensione umana, altrimenti destinata a rimanere inesorabilmente circoscritta da un inganno primordiale.

Le conseguenze dell’inganno ancestrale, ideato dal demiurgo omicida, sono state spesso equiparate alla totale dimenticanza dell’anima, abbandonata nelle tenebre di una irrimediabile condizione letargica.

In questa concezione, l’animo che non può o non vuole realizzare la propria Gnosi di Salvezza, si ritroverà a trasmigrare incessantemente di vita in vita, scontando in eterno la sua pena stabilita in continue rinascite e dove, ogni volta dimentico di sé, rivestirà l’occasionale maschera terrena di un corpo perennemente aggiogato ai fili emotivi dislocati al controllo di malevoli entità invisibili.

Spesso i motivi iniziatici dell’allegoria, che variamente rivestono le grandi narrazioni sacre dell’umanità, quali la Bhagavad-Gita, così come le Argonautiche, l’Odissea, l’Eneide, L’asino d’oro di Apuleio, gli stessi Romanzi del Graal, la Divina Commedia, articolano la narrazione delle diverse fasi riguardanti l’essenzialità di ineludibili quanto estremi attraversamenti, che di volta in volta l’animo deve essere pronto a superare per conseguire la propria effettiva liberazione.

L’idea di disciplina, onnipresente in tutti questi poemi, varrebbe la subordinazione dell’animo alla inesausta ricerca della sua purificazione, dunque, a tutti quei motivi riguardanti l’aggiogamento dei sensi fisici ordinari ad un idea suprema che ne preveda il trascendimento, al fine di garantirsi, una volta dissolto l’involucro fisico, il sicuro ricongiungimento oltremondano con l’identità geniale preesistente; svincolandosi perciò dalla trappola eonica, spalancatasi nel momento stesso in cui è nata la dimensione presente.

L’archetipo della morte-rigenerazione sacramentale, che trasforma l’identità degli iniziati in indicibili estensioni della preesistente equivalenza luminosa dell’essere, (l’emblematica angelica farfalla) sono il preminente motivo che giustifica la nostra transitoria apparizione terrena.

Il viaggio-sogno mistico di Dante emblematizza, seppur con differente allegoria, i medesimi tracciati meta-dimensionali dell’oltretomba simbolico già esplorato dai primi orfici e che il Poeta, trasportato dormiente da Lucia, (Luce) al balzo del Purgatorio così testimonia:

In sogno mi parea veder sospesa

un’aquila nel ciel con penne d’oro,

con l’ali aperte e a calar intensa

Ed esser mi parea là dove forò

Abbandonati i suoi da Ganimede,

quando fu ratto al sommo concistoro

(Purg. IX, 19,24)

Rievocando così tutti quei motivi, propriamente estatico veggenti, variamente narrati nei resoconti di innumerevoli ‘viaggi immaginali’ (che non significa irreali, anzi, tutt’altro) e contemplati presso tutte le tradizioni sacre.

La certezza dominante è che già durante il corso della vita terrena è possibile (fondamentale) rivelare alla coscienza dell’esistenza di una preminente apertura dimensionale; conseguibile dall’individuo solo mediante l’ausilio di una specifica preparazione mistica estremamente rigorosa.   




Non altrimenti sarebbe possibile oltrepassare le due sorgenti oltremondane dispensatrici dell’oblio e del ricordo, per le quali il novello epopto cristiano volle rendersi simile all’iniziato antico quando:

…dalla santissima onda

rifatto si come piante novelle,

rinovellate di novella fronda,

puro e disposto a salire alle stelle

(Purg. XXXIII, 142-145) 

come inatteso rinvenimento di una primigenia scaturigine orfica, confluita appunto nell’Eunoè dantesco, dove anche l’allegoria umanizzata nella figura di Matelda rievoca in altra sembianza - sub specie cristiana - la medesima essenza della Persefone mistagogica (la Kore) a cui si addice il grave compito di scortare le anime alle acque ravvivanti la virtù tramortita.

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lunedì 12 marzo 2018

L'enigma della persona

L’esperienza dell’esistenza, così intesa nella sua accezione poetico- tradizionale, vede ogni azione umana riflettersi e culminare nel dominio del sovrasensibile.
‘Persona’ è termine convenzionale, che indica un evento sostanzialmente incomprensibile della manifestazione cosciente: enigma di un vincolo esistenziale incardinato nella necessità e prevalentemente contrassegnato dalla contraddittorietà.
‘Persona’, presumibilmente da Personar, che vale, “risuonare a traverso”, nell’accezione metaforica indicando con ciò la qualità sonora recitativa preavvertente l’inevitabile azione del Fato.
Nel teatro antico, pervasa di prestigi tragici, la maschera scenica vocalizzava la rappresentazione sacra per evocare in quanti vi partecipavano l’evento interiore della catarsi.
La catarsi (intima purificazione) è pari ad un lampo notturno, che accende l’animo tramite un’intuizione suprema, (la Conoscenza immediata) innalzandolo da stesso nella finalità di trascendere infinitamente se stesso (l’ego è la maschera sviante perennemente invischiata nella grezza trama della vita ordinaria).
‘Reale’ è ‘ciò che è maggiore alla sua specie’, e tale significato si può intuire non come una mera indicazione quantitativa ma, piuttosto, come pura designazione qualitativa.
La parola ‘realtà ha un doppio significato, cui corrispondono i termini latini “realis” e “actualis”; dove l’uno deriva da “res” che vale “cosa” e l’altro da “actus”, atto, e, dunque, la “realtà” coincide essenzialmente con il poter avverare la maggiore definizione di sé, insieme alla facoltà di sapere reagire significativamente, “re-actus”.
Reagire e realizzare, sono azioni propriamente vitali e nell’uomo vanno intese nella loro accezione elettiva, poiché il loro significato travalica infinitamente l’istinto solo animale e sottende alla prerogativa della coscienza di muovere contrariamente a quanto determina il deterioramento o la contraffazione stessa del senso etico; appunto, indicando la sua possibilità di reagire contro il degrado spirituale che ottenebra il senso dell’animo.
Il mistero del tempo è l’enigma delle frequenze connesse al moto vorticoso della materia, ed in questo la vocalità umana avrebbe un ruolo di relazione non secondario a fronte delle ragioni primordiali del nostro addensamento fisico.
‘foggeranno per gli uomini in terra un canto gli immortali’
(Od. XXIV.197)
Quale canto è stato foggiato? Con quali intervalli? Perché agli ‘immortali’ è stato necessario circoscrivere mediante concentriche ciclicità l’azione umana?
Dovremmo ritenere la vocalità umana dei primordi il residuo di una circostanza elettiva sommamente ispirata. La sonorità vocale fu una delle principali chiavi con cui si ‘aprivano’ le giunzioni armoniche intercorrenti tra il visibile e l’invisibile. Sostanzialmente, dovremmo ritenere che fino a un dato momento storico la vocalità poté schiudere le ‘griglie dimensionali’ della nostra straordinaria prigionia ancestrale. 

Giacendo sotto la volta del palato, sormontata dall’emblematica cupola del cranio, la lingua, in un certo senso, è come se riposasse sulla forza totale dell’uomo.
“Templi e luoghi augurali per me siano dentro i confini che io con la mia lingua indicherò nel modo rituale…”
Come tramanda Varrone nel “De lingua latina”, queste erano le prime parole che un Augure era tenuto a pronunciare.
L’Augure era cosciente del potere creativo del “verbum”, il cui arcano sonoro si tramandava dalle età più remote e, peraltro, su di una simile espansione interiore che gli stessi nativi Australiani ‘aprivano’ le loro vie dei canti nei territori che percorrevano.
Analogamente, secondo Pausania il Vate primordiale Oleno, primo fra gli antichi, costruì un canto di parole.
Qui lo storico greco abbina il termine ‘costruire’ all’uso appropriato della modulazione vocale, intesa come impalpabile e preminente strumento creatore, del resto, riferendosi alla medesima sapienza primordiale, anche Omero incluse gli Aedi tra la classe degli artigiani.
Così nella più antica cultura vedica, dove la parola fu ideata come pura azione, si trova l’espressione “compiere - creare la Parola’, dove la rad. kr - è il verbo generico del ‘fare’, specificamente connesso all’espressione di potenza di un determinato agire rituale, in cui è realizzata l’azione (kárman-) sacrificale per eccellenza.
Le prime voci dunque, tutt’altro che mugugni, sicuramente costituirono un’ineguagliabile forma di canto.
Un canto per nulla lezioso, ma espressione di una cosciente quanto salda determinazione di agire sulle differenti modulazioni del ‘vero’, le cui frequenze erano riconosciute per essere un insieme illimitato di tensioni ed energie puramente simboliche convergenti nello spirito dell’uomo.
‘Stupore’, non è ordinario sbigottimento inconsapevole, ma costituisce la facoltà latente nell’identità dell’animo di potersi determinare, mediante una superiore empatia, l’effettivo agente co-creatore della realtà.
Intima tensione questa il cui residuo involuto riecheggia fino al mondo romano, quando con l’appellativo di Stupor Mundi si qualificava un importante esito legato alle campagne belliche, in cui si consacravano le doti di un condottiero protagonista di significative conquiste estese oltre i normali confini dell’impero.
Oggi, ‘l’ossessione sonora’ marca costantemente il perimetro della nostra nuova realtà preconfezionata, sostituendo al senso originario dello stupore una opacissima stupefazione la cui funzione eminente, peraltro abilmente dissimulata, è quella di disattivare completamente la connessione elettiva mente-coscienza (pop-ipnosi).
La paurosa decadenza del linguaggio, ridotto a funzionalità bassamente utilitaristica, è stato il disfacimento stesso del “dovere di saggezza” dell’uomo. Questa, una circostanza gia' emblematizzata nell’episodio biblico della proverbiale confusione delle lingue di Babele, in cui la parola (per conseguente discesa ciclica dei tempi) smarrì la sua rilevante funzione augurale e intesa come essenziale valorizzatrice del timbro sovra-cosmico riecheggiante nella manifestazione visibile, e, dovremmo ritenere, realizzata nella coscienza come perfetto valore estatico-poetico, ovvero, come Prima Sapienza avverata dalla ‘meraviglia’: intesa essere il sostegno sensibile della pura ‘consapevolezza alchimica’.
E’ aderendo intimamente a siffatte ispirazioni, bollate dal contorto pensiero cosiddetto “pratico” come sciocche ingenuità, che possiamo pervenire all’effettiva autocoscienza, (purificazione dell’animo) filtrando attraverso la matrice dell’inganno ancestrale le esigue particole auree emanate dalla Luce Preesistente, per guadagnare, così come intese l’antica Gnosi, l’effettivo riscatto da una trappola esistenziale di proporzioni universali. 
In ogni epoca, è proprio attraverso il sincero perseguimento dell’ideale maggiormente nobile, che l’uomo ottiene l’effettivo equilibrio tra le gradazioni sensibili ordinanti i differenti aspetti della dimensione materiale, e quando tale presupposto risulta essere oscurato nella sua realtà interiore la manifestazione esteriore subisce un degrado radicale.
In età medievale le storie della Cavalleria legate alla Cerca del Graal, rappresentano l’ultima concezione corale di vita autenticamente ‘Felice’, volendo qui intendere la Felicità non come una condizione di appagamento dei sensi ordinari, ma, piuttosto, come il presupposto di una realizzazione interiore  puramente iniziatica, dunque, svincolata dall’idea di un benessere solo sensoriale; quale estrinsecazione di un significato altissimo e che presso ogni cultura, in questa parte di Ciclo, fatalmente appartiene allo spirito eroico dell’età antica.
L’allegoria tradizionale articola una successione di valori trascendenti, i quali, ovviamente, sono saldamente connessi all’agire umano (seppur intriso di atroci contraddizioni) che nell’estensione ciclica di più Età storiche e meta-storiche, dimostra di conservare la facoltà di poter riconoscere il mosaico simbolico che forma la griglia energetica della realtà manifesta, individuandone gli invisibili punti d’intersezione comunicanti tra loro differenti domini e la cui conoscenza (profondamente intuitiva) rimane fondamentale per conseguire i misteri dell’anima.
“…Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano.” (Matteo 7:13-14)
Sono questi riferimenti e non altri, a realizzare la nostra presenza in questa vita. Sono proprio tali relazioni vitali, appartenenti al nucleo della Tradizione, variamente presente in ogni Civiltà antica, che riferiscono il dominio della dimensione tangibile scaturire dalla superiorità assoluta di ciò che solo una considerazione superficiale delle cose può considerare come irreale.
Da una sovrana dimensione invisibile scaturisce la cifra simbolica del ‘vero’, che attraverso mutevoli enigmi definisce la qualità etica dell’esistenza e la sua scaturigine, determinata dal sacrificio primordiale di una radianza propriamente aurea – prodigiosamente immaginale – che ora, come ingoiata dalle tenebre, accresce interiormente la nostra percezione dell’infinito.
E’ unicamente attraverso una emblematica possibilità splendente, di cui la luce naturale è solo un pallido simbolo, che l’uomo ricava il maggior senso del suo significato esistenziale e, inoltre, la più veridica speranza di redenzione della sua incomparabile, nonché tormentata, identità.


lunedì 5 marzo 2018

Dell’Angelo emblematico e la facoltà immaginale


“Quegli antichi vati e interpreti della divina mente dissero che noi siamo nati per pagare il fio di alcune colpe contratte nella vita precedente”.
(Cicerone, Hortensius, frg. 88)
“Testimoniano anche gli antichi teologi e indovini che è per punizione di alcune colpe che l'anima è congiunta al corpo ed è come sepolta in questo”
(Filolao, fr. 14)
L'universo e' il luogo enigmatico dove l’uomo, sempre più ignaro del suo significato superiore, (oggi quanto mai sfuggente) si dibatte da tempo immemore. L'origine del Tutto, secondo la visione gnostica, sarebbe ascrivibile all’ancestrale desiderio malvagio delle anime individuali, che cedendo a un’inclinazione aberrante rinunciarono al loro stato di originalità angeliche per rivestire le maschere mutevoli di svianti individualità materiali.
Il cosiddetto stato di natura incorrotto non rappresenterebbe un punto di coronamento eccelso della vita universale, ma, più verosimilmente, circoscrive il vorticoso scenario di una rappresentazione meravigliosa quanto tremenda; è la totalità stessa del cosmo ad essere perennemente agita da una stupefacente voracità.
La norma di ogni istante manifestato è regolata dall’equilibrio di contrasti sublimi e atroci, in cui l’unica eccezione sembra essere costituita dalla possibilità di riscatto (riscatto puramente metafisico) internata nella coscienza dell’uomo.
Sembrerebbe che solo nell’uomo convivano in forma tanto clamorosa le contraddizioni di tensioni spirituali e fisiche, i cui contrasti ripetuti accendono la vita d’insospettati prodigi.
La presenza dell’uomo nell’universo brilla soprattutto nell’accadimento interiore della Stupefazione, (Meraviglia) che pone la coscienza in ‘luce di simpatia’ con determinate intime realtà elettive altrimenti segrete e che aprono la via all’invisibile dimensione trascendente.
In questo spazio, la ‘fioritura di amore’ viene alla luce come teopatia, accesa nell’intimità di quanti si predispongono ad accogliere e custodire la schiusa del suo germoglio, che attecchisce nel fondo aureo dell’essere pervaso di una nostalgia propriamente divina.
Semplice (ma affatto facile) compito dell’uomo, è di riuscire ad infondere il più alto valore alla possibilità nascosta della Reminiscenza, dunque, di ricordare la nostalgia del “Tesoro nascosto” che aspira ad essere conosciuto.
Proprio da qui originerebbe la più alta funzione dell’amore umano, (una forza temibile e magnetica) come garanzia di coalescenza di ciò che storicamente è stato designato come il momento apicale in cui è rivelata l’idea di Virtù e, pertanto, della stessa Dignità emblematizzata nelle espressioni storiche dell’Amore Cortese e Amore Mistico.
L’amore, infatti, tende alla trasfigurazione della figura amata terrena, ponendola sotto una luce che ne faccia risaltare tutte le virtualità sovraumane. Nell’esempio della cosmogonia Mazdea, fino ad investire la metafora dell’amata della stessa funzione teofanica assolta dall’Angelo emblematico. Così è stato per le Figure femminili celebrate dai Fedeli d'amore compagni di Dante e, ugualmente, così è stato per colei che apparve a Ibn 'Arabi alla Mecca come figura della Sophia divina.

L’anticipazione amorosa tende a far esistere qualcosa che non è ancora esistente nell’amato: l’inesprimibile vastità in cui sublimano i domini dell’essere (sub specie aeternitatis).
L’esperienza dell’amore mistico, qui è intesa come congiunzione, o, metaforica “co-spirazione”, (‘com’ = insieme + ‘spirare’) che indica il convergere dei soffi in un sol punto, e, dunque, l’unirsi della volontà – puramente immaginale – nell’opera sovrasensibile; quale accezione specifica di un segreto accordo dell’animo, ineluttabilmente mosso all’ottenimento del suo fine superiore.
E’ appunto nello spirituale e nel fisico, che entra in gioco l’emblematica ‘dialettica d'amore’ sostenuta dall’Energia immaginativa, o Immaginazione creatrice: eccelsa dottrina estatica, dove risulta fondamentale per l’iniziato attuare in se stesso i rigori di una ferrea disciplina delle emozioni e del pensiero, rieducandosi alla percezione delle cose, altrimenti viziata dall’usuale vagheggiamento condotto su bassi desideri ordinari; i quali, appunto, impediscono di essere all’altezza di significati sensibili maggiormente puri.
Questa teoria riveste un ruolo importantissimo nell’esperienza visionaria di una rilevante parte della stessa profetologia islamica (Ibn ‘Arabi) e, come organo immateriale della possibile trasmutazione del sensibile, essa detiene il potere di realizzare la funzione ‘angelica’ degli esseri.
Presso ogni cultura tradizionale valorizzare l’immaginale equivale alla stessa capacità di vedere ciò che non è manifestato ma che, ugualmente, è qualificato come più reale della stessa tangibilità.
Il ‘vedere’, pertanto, è unicamente riferito ad un dominio riservato e puramente iniziatico, tramutato in sapere totalizzante e riferito ai preesistenti fondamenti incorrotti l’avvio della dimensione fisica; poiché  concerne la realizzazione del maggior senso di quest’esistenza quanto dell'altra.
La figurazione, benché inviti ad una separazione dal mondo sensibile, non è affatto estranea ad esso, poiché l’immaginazione creatrice, (totalmente aderente alla poetica integrale dell’essere) scaturisce come motivo di riscatto da un principio di ottenebramento spirituale, avendo la finalità di trasmutare il ‘sensibile’ per ricondurlo, mediante un percorso ascendente, fino alla sua scaturigine sottile e incorruttibile...(continua)