lunedì 5 febbraio 2018

un possibile motivo di riscatto dalla gravità arcontica









La bellezza del Mito si è estinta e le metafore giacciono infrante, disperse insieme ai cumuli di rifiuti che le sovrastano.
La realtà odierna è come se sottostasse ad una sorta d’incantesimo buio, rispondente al nome di ‘progresso’, le cui cosiddette ‘dinamiche rinnovanti’, meglio di ogni altra circostanza, dimostrano di attrarre e convergere i significati della società attuale dentro un alveolo oscuro del tempo.
In esso coagula l’intenzione, propriamente dannosa e disgregativa, delle cosiddette forze controinziatiche che imprimono sulla vita continui sigilli di alienazione e di morte.

Un senso propriamente esemplare dell’esistenza ora sembra estremamente difficile ad essere ottenuto, invischiati come siamo dentro il catramoso disincanto fluito assieme l’artificioso rinnovamento dei tempi.

Anche se già da tempo l’umanità ha dismesso i più bei costumi di scena, rivestendo la commedia umana di una orripilante ordinarietà mai contemplata prima dalla storia, poter realizzare il senso straordinario della nostra presenza a questa vita, dopotutto, dovremmo ritenere esserci ancora possibile.
Il nucleo lirico della poetica integrale è un lampo intuitivo, che rinnova il prodigio di una indicibile sublimazione dell’animo, svincolandolo momentaneamente dall’insieme di costrizioni subite dalla materia che lo racchiude.
Si tratterebbe di evocare il significato propriamente intuitivo della simbolica radianza interiore, esemplarmente idealizzata nella concezione stessa del Kairos, momento apicale del tempo (motivo che sublima la costante tragedia dell’essere) e qualificato come intimo avvenimento intuitivo, elevato sulle molteplici contraddittorietà insite nelle complesse dinamiche della vita cosciente.
Kairos è il supremo equilibrio che accade nella dinamiche interne all’azione puramente creativa, è la sospensione che si erge sull’ordinario flusso cronico, dove per un istante (appunto) l’effimera transitorietà che circoscrive a stretto giro l’esistenza della persona, è rischiarata da  un’intuizione suprema; (sostanzialmente intraducibile dal concetto ordinario) e che prodigiosamente riscatta l’esistenza stessa dalla finitezza mortale che la comprende.
Per noi non sarebbero cambiati affatto i motivi centrali congiunti all’affermazione della vita cosciente (motivi puramente epici) e tale enigma preminente siamo chiamati a realizzare in questa durata terrena.
Tentare assiduamente di risolverne l’arcano, attingendo pervicacemente da ogni possibile risorsa interiore: pena l’eterna dannazione. 
La prerogativa misteriosa dell’uomo consiste nella sua possibilità di catalizzare dissolvimenti abissali, oppure, di rendersi ‘vivente magnete aurifero’, ampliando la consapevolezza ad un’intima evocazione ancestrale, congiunta alla comprensione sensibile del primo Enigma appartenente alla stessa Rivelazione delle Origini Splendenti dell’Essere.
Il riflesso remoto del preminente insegnamento misterico, balugina nel fondo della nostra esistenza e, anche se questa è stata ridotta a mero dato statistico, la nostra sostanziale caducità potrebbe tuttora illuminarsi ad un senso specificamente elettivo della propria condizione.
Tale ritrovata ‘conquista’, (puramente ermetica) in ogni caso mai potrà evitare all’esistenza di ritrovarsi nuovamente inghiottita negli esisti dolorosi della sua tragedia, (tragedia propriamente cosmica) che coinvolge la totalità della vita fin dai suoi primordi – nell’attuale piano dimensionale la conoscenza è inscindibilmente annodata al dolore – .
Il nostro unico compito da assolvere nella dimensione attuale, è quello di ricordare chi siamo, e per assolvere a ciò è necessario ridurre all’impotenza il proprio ego, poiché il suo interesse è profondamente contrario ai significati dell’autentica determinazione.
In un certo senso potremmo dire che la determinazione è ricavata nel cuore stesso della personale ‘insignificanza’, dove inesplicabilmente è custodito il maggiore mistero dell’essere, racchiuso in un principio di eminente precarietà, la cui percezione è massimamente distorta da continue aspettative di facili gratificazioni (basse soddisfazioni).
Nessun favore astrologico o divino potrà mai affrancare l’uomo dall'essere costantemente chiamato in causa nell'esplicitazione della sua coscienza.
Le molteplici finzioni consolatorie, commercializzate da edulcorate dottrine new-age, o la stessa concezione della ‘misericordia divina’, (variamente presente in tutte le religioni istituzionalizzate) andrebbero riconosciute una volta per tutte come false aspettative di facile salvezza soprannaturale ed estremamente pericolose per la reale integrità dell’animo.
Tanto l’ateismo (la fede limitata ad una ragione solo materiale) quanto l’idea stessa della cosiddetta ‘misericordia divina’, veicolata da angeli o qualsivoglia divinità, (la quale risolverebbe la coscienza nel realizzare una condizione d’illimitata schiavitù spirituale) sono circostanze da considerare come deleterie per la nostra pura determinazione.
Si tratterebbe invece, una volta per tutte, di interiorizzare il rifiuto implacabile di ogni promessa di Salvezza che non possa essere direttamente evocata dalle nostre inesplorate profondità interiori, ottenuta in quei vastissimi domini dell’animo dove sono stratificate le cangianti potenzialità dell’essere.
La rilevante pratica ‘riflessiva’ (ierosofia) pertanto, dovrebbe rinsaldare per mezzo dell’antenna vivente che è la totalità del corpo, la connessione con la Genialità preesistente l’universo fisico nel tentativo (estremo tentativo) di educarsi a sopportare, quanto meglio sia possibile, gli inevitabili colpi della sorte; questo perché è certo che l’esistenza trovi fatale coincidenza con la gioia quanto con la sofferenza (fisica e morale).
I motivi maggiormente reconditi dell’addensamento fisico, prevedono la distorsione dell’identità cosciente sviata dalla prima immedesimazione con l’ego, che devia il nostro passaggio attraverso un composito vortice emozionale in cui continuamente si rimescolano le forze uguali e contrarie d’indicibili dolori e sublimi soavità.


Nel fondo più cupo delle nostre immersioni maggiormente dolenti, così come nell’elevazione estatica di più rare sublimazioni gioiose, trova campo di azione l’ingerenza stessa del demiurgo e la fantasmagoria onirica scatenata da tutto il suo immenso corteggio astrale, - la proverbiale distorsione simbolica – una selva emblematica al cui interno la perdizione e la salvezza trovano vicendevole presa nella coscienza di ognuno; sviato continuamente da sleali suggerimenti sovrasensibili, i quali, attraverso il corso delle Ere, rinnovano il vincolo rilegante l’umanità presente all'atavico inganno dimensionale.
Qui e ora, invece, sarebbe sempre possibile realizzare il presentimento dell’eterno preesistente, pur trovandoci precipitati nella più fonda delle contraddizioni universali –  la proverbiale notte oscura dell’animo – dove, anche stando immersi nelle tenebre eoniche, possiamo avverare la connessione maggiormente salda con quanto può riscattarci dalla prigionia dimensionale: l’Idealità Geniale preesistente alla remota contraffazione demiurgica.
In questa formazione interiore è importante la rimozione di ogni senso d’importanza personale, il che non implica affatto l’adozione di una scadente remissione passiva – scialbo nichilismo – nei confronti degli impegni richiesti dalla vita.
Si tratta, invece, di pervenire al dissolvimento metaforico della ‘maschera’ qui occasionalmente indossata e di riuscirvi mediante una fondamentale riconsiderazione del senso di responsabilità.
Il ‘segreto’ della nostra opera di riscatto risiederebbe essenzialmente in una condotta di vita che sia il più semplice possibile e, soprattutto, nel non lasciarsi ottenebrare dai depistaggi della mente inferiore, (ego) la cui prestabilita e pressoché continua dispersione emozionale è direttamente connessa alla vertiginosa cupidigia del demiurgo omicida.
Esistere dalla latina Existere, che vale lo stare saldi. Esistenza è ex-sistentia = ‘aver l’essere’, dunque, che esprime una condizione pienamente cosciente di risalita dall’oblio.
Il corpo fisico andrebbe inteso come strumento consono alla rieducazione dell’animo, a costituire il ‘fodero della disciplina’, (questa è l’efficace definizione desunta da un passo della Torah) quale preminente motivo di svincolamento dalla soverchiante gravità arcontica.
La sconfitta degli Arconti non potrà avvenire esteriormente a noi ma si compirà unicamente dentro noi stessi.
Riconsiderato in quest’ottica un discorso a parte meriterebbe il senso dell’esercizio fisico, inteso come validissimo sostegno dell’indagine filosofica e che dovrebbe riguardare una dignità della presenza completamente depurata da ogni volgare intenzione autocelebrativa.
La ginnica è di supporto alla Conoscenza, costituendo un eccellentissimo mezzo cognitivo che non andrebbe mai equivocato con la finalità dell’indagine stessa.
Essendo l’esistenza fisica un fenomeno eccezionalmente transitorio, l’impegno consiste nel poter conseguire una condizione di solidità fisica e mentale sostanzialmente priva di rigidezze, rimanendo sempre consapevoli della nostra sostanziale vacuità.
La finalità momentanea dell’esercizio fisico, è quella di rettificare, quanto più sia possibile prima dell’inevitabile fine del corpo materiale, la profonda contraddizione insita nell’essenza umana.
La conseguenza della pratica ginnica non riguarderebbe affatto i motivi di un vanto solo esteriore, il vuoto compiacimento di una eccessiva cura di sé apparentemente efficiente ma sostanzialmente penosa nell’adozione di un esasperante edonismo, che rivela nient’altro se non l’insieme di tutti quei condizionamenti deleteri - propriamente decadenti e nichilisti - caratterizzanti, attraverso l’ostentazione continua del superfluo, l’esasperante meccanizzazione nullista del tempo presente.
Il termine ‘esercizio’, costituisce il sostrato semantico della parola ‘ascesi’, che è l’ineludibile presupposto da cui avviare un processo d’intima chiarificazione; una purificazione spesso affatto disgiunta da una determinata concezione riguardante il consolidamento stesso del corpo fisico.
Come asserivano gli antichi, e tra questi Aristotele, Ippocrate, Galeno, non il gran numero di esercizi giova alla salute, ma la misurata ripetizione di pochi consoni al consolidamento del corpo e al mantenimento della sua agilità.



Il quotidiano ‘condizionamento’ da fare su di sé, è parte attiva di quella celebre discesa interiore che mira ad estrarre con enorme impegno un presupposto elettivo addensato quasi come gravità interna alla gravità stessa, (emblematica Lux Obnubilata) nel tentativo di rendere il più possibile chiara (ordinata) la percezione del proprio Limes esistenziale.
Ad esempio, nell'antichità gli esercizi ginnici assolvevano all’espressione liturgica dei Sacri Ludi, connessi coi riti funebri dove la coscienza, attraverso una straordinaria applicazione del corpo fisico, andava a tuffarsi nell’ultimo vortice simbolico dell’istante recando con sé l’augurio misterico di riemergerne profondamente rinnovata.
La somma delle intime tensioni della persona, convogliate da una gestualità vigorosa e misurata, temperata da una provata disciplina, amplificavano l’istante ad una ideazione infinita che già nell’esistenza terrena realizzava una differente (accresciuta) dimensione dell’essere.
Questo sarebbe il senso iniziatico della pittura votiva del ‘Tuffatore di Paestum’, di un animo preparato ad immergersi nei fatidici flutti del divenire e della dissolvenza.
Per tali motivi la ginnica può essere considerata come una, se non addirittura la maggiore, delle preminenti estensioni dell’operatività alchemica, i cui esisti ultimi riguardano la sconfitta del drago interiore o, volendo usare un’espressione ora maggiormente corrente, la cognizione essenziale per rimuovere da sé inavvertibili sigilli rettiliani; svincolando la coscienza da una coercizione ancestrale.




L’alchimia, è importante ribadirlo, consiste nel tenere separata la personale formazione da ogni possibile forma di sterile compiacimento, costituito dalle molteplici distorsioni dell’ego, tanto questo possa presentarsi sotto forma di patologica disistima o eccessiva ammirazione di sé, poiché, è cosa nota, entrambe le circostanze rappresentano occasioni di mortale dispersione delle preziosissime energie vitalizzanti la salute dell’animo. 
Potremmo e dovremmo ricavare dal cosiddetto ‘stato di salute’ l’occasione per partecipare attivamente all’edificazione di un assetto virtualmente esemplare – provvisorio, si, ma ugualmente significativo nella sua rigorosa decisione di realizzare la più veridica anticipazione in vita dell’Originaria Integrità Trascendente (in noi – tragicamente – dispersa).
Unicamente attraverso tale impegno, che l’esercizio metodico della forza può e dovrebbe assolvere ad una finalità propriamente riconoscibile come superiore.








                            








Nell’antichità furono classificati tre generi di ginnastica: la ginnastica definita come “Autentica” o “Medica”, seguiva quella “Bellica”, e la terza, quella più effimera detta “Atletica” o anche “Obletica”, definita appunto come viziosa dallo stesso Galeno, il quale non esita a definirla innaturale essendo una degenerazione delle due precedenti, poiché mira all’ottenimento di una robustezza impossibile ad essere preservata nel tempo e dunque, contraria all’idea della vera salute.

Secondo Plinio i ludi ginnici ebbero origine da Licaone e l’atletica fu inventata da Ercole in Olimpia, ma col passare del tempo, diffondendosi il malcostume tra gli uomini, pervenne a tale stato di depravata degenerazione che nella Roma imperiale Galeno (medico personale di Marco Aurelio) sosteneva convintamente che per l’atletica agonistica era più appropriato il termine di “cacotechnia”, ossia di “mala arte”.

Egli notava come i “palestriti” dell’antichità, per eccesso di attività fisica, rimanevano sonnolenti per tutto il resto del tempo che non occupavano intenti alla pratica degli esercizi, non attendendo per questo ad un attenzione più nobile verso la realtà per la quale un uomo è chiamato alla vita.

Nei suoi trattati censura il professionismo atletico, poiché capiva quanto danno derivasse al genere umano il fanatismo per l’atletica, che corrompeva la persona in una continua e sterile magnificazione solo esteriore. Galeno testimonia d’aver guarito un gran numero di persone e che altrettante ne aveva messe in condizione di mantenersi in buona salute dando invece preferenza a esercizi specifici consistenti nell'arte del camminare congiunta ad altri di movimenti energici, derivanti dall’accovacciata, dai richiami alternati di una gamba e l’altra, così come dai piegamenti sulle braccia seguite dal salto, le rapide connessioni in contrazione e decontrazione veloce delle gambe.

Questo richiama alla mente la stessa cerimonia sacra eseguita dai sacerdoti Salii descritta da Plutarco nella vita di Numa, i quali durante il mese di Marzo, attraversavano la città portando in processione i sacri scudi, (chiamati ancilii) percossi ritmicamente con pugnali corti mentre avanzavano per la via ora girando su stessi, ora eseguendo repentini cambi di direzione movendosi con passi brevi in semicerchio, dando così prova di estrema vigoria congiunta ad agile eleganza.

Era noto che la robusta costituzione viene agli uomini non dai molti esercizi, ma dagli esercizi regolati, tra questi, l’irrobustimento delle gambe fu a ragione considerato un eccellente rimedio alle afflizioni cardiache e per rinvigorire il sistema immunitario in generale.

Aristotele parla espressamente della ginnastica bellica nell’VIII libro della Politica, raccomandando di praticare quella ginnastica che con sforzo moderato ma costante sia in grado di irrobustire il corpo.

Gli atleti, invece, agiscono all’opposto delle norme di buona salute, per questo si asseriva che l’esercizio fisico portato agli estremi è l’anticamera non della buona salute, ma piuttosto della malattia.

 “La condizione atletica non è naturale, è preferibile uno stato di buona salute” afferma Ippocrate e con ciò egli non solo fa chiaramente intendere che l’attività atletica non è naturale, ma non chiama nemmeno “stato” la condizione degli atleti, privandoli in questo modo anche di quella denominazione con la quale tutti gli antichi indicavano la condizione delle persone realmente sane.

Plutarco, paragonò gli atleti ai sassi e alle colonne dei ginnasi, asserendo anche che a niente altro i greci dovevano il principio della loro mollezza e la loro servitù, se non a questa ginnastica viziosa, dalla quale intorpiditi e illanguiditi erano distratti dall’autentica virtù marziale.

Agli Spartani, per esempio, all’auge della loro potenza, era severamente vietato colpirsi forte durante e fuori dall’addestramento, questa norma fu istituita per salvaguardare l’integrità della persona, che in tempi di pace era chiamata ad assolvere altre attività per le quali non doveva risultare menomata o impedita per un inutile incidente basato su pretesti superflui (Plutarco: vita di Licurgo).

Qui idealizzo un particolare tipo di ginnastica, definibile (ieri come oggi) "ginnastica igienica” o “medica”, la stessa di cui parla Platone nel Timeo, che pur avendo l’apparenza di attendere soltanto alla cura del fisico, coordina simultaneamente ed uniforma le sue operazioni ai principi che regolano le attività spirituali, non permettendo che l’ego volgare, per eccesso di vanità prenda il sopravvento sulla coscienza al punto da sottrarla al riguardo e alla disciplina che ad essa deve e congiuntamente al mistero stesso della vita.

Per usare un espressione di Empedocle, ciò che intimamente deve fiorire è il “germoglio notturno”, per infondere nella coscienza una serena percezione del mistero che da ogni parte la sovrasta; questo e non altri è il compito dell’autentica ginnastica: incrementare la forza e agilità articolare convogliandole verso un fine superiore: quale possibile parte integrante dell’alchimia interiore.