lunedì 26 febbraio 2018

l'aspetto triforme della morte - la chimera astrologica e la ruota karmica

 
Andrebbe  forse corretta una convinzione propria all’antica saggezza popolare, secondo la quale il morire equivale ad estinguere il proprio debito alla natura. 
La divina Scrittura, invece, contraffatta quanto si vuole, pur sempre custodisce nella trama dell’inganno teologico alcuni esigui filamenti di purissima sapienza aurea, rimasti incontaminati, (tali rimarranno fino alla fine dei tempi) assai più acutamente considera l’idea di Morte come lo stipendio del peccato.

Moltissime intuizioni degli antichi filosofi sono sublimi, ma in questa specifica considerazione potrebbe rivelarsi evidente l’errore di molti fra i pagani più eccelsi, fra costoro gli Stoici e lo stesso Seneca e ancora nel cristianesimo eretico dei Pelagiani, i quali, tutti, intesero essere la Morte santamente connaturata all’uomo; quando invece già Giobbe ebbe a notare, e sembra con gran ragione, che la Morte è la figlia primogenita del peccato.

Qui, attraverso l’allegoria veterotestamentaria, la remota visione gnostica sembra trasparire come in filigrana. Secondo la visione degli antichi gnostici, l’uomo prende avvio da un eminente principio sordido, artefattamente coagulato sopra l’impercettibile essenza immacolata preesistente alla creazione; il peccato non è l’uomo ma la volontà demiurgica che l’ha plasmato imprimendogli un’indelebile impronta di oscurità nell’anima.

L’aurea qualità sovrasensibile, attirata nell’evento della vita fisica, costituisce un’anomala condizione di stupefatta prigionia e non rappresenterebbe l’evento puramente augurale, come invece molti stimano essere, pur arroccandosi su posizioni rispettivamente opposte, l'una fideista, che intende la vita prodigamente orchestrata in ogni sua minima espressione da un Dio Misericordioso, oppure, come nel caso degli atei, che la intendono come il fortuito punto d'unione di forze vitali animate dal mero caso, inevitabilmente destinate a consumarsi nell’indistinto.

Assai più verosimilmente, invece, dovremmo ritenere (senza eccessiva apprensione, poiché a tutto esiste un rimedio) questa composita realtà materiale ergersi imperfettamente da radici che affondano nell’oscurità eterica di un terreno malsano, i cui frutti raccolgono i motivi di intelligenti sofferenze ancestrali.

La nostra esistenza cosciente, incardinata nella dimensione presente, compare come l’atto di un primordiale artefice malevolo – il demiurgo omicida – che impastando l’uomo nel fango e nel sangue ne ha rappreso la primitiva essenza Geniale, coagulandola attorno il nucleo di un equivoco catastrofico.

L’equivoco, in definitiva, sarebbe fondato sull’idea dell’amore stesso.

Il demiurgo ha animato l’Adam infondendogli il calore vitale emanato da un dolore inestinguibile. Il Soffio da cui erompe la vita è un sospiro dolente e intriso di un rimpianto immensamente impuro.

L’antica sapienza insegna che ogni forma di tristezza è impura e cosa c’è di maggiormente impuro di una divinità che deve rimarcare se stessa attraverso l’inganno e il terrore? Perché io il Signore tuo Dio sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per quanti mi odiano, ma usa misericordia fino a mille generazioni verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti. (Deuteronomio 5,6-21)

La paura dell’abbandono, che agitò la vita del falso dio, fu maldestramente riversata nel fragile vaso del cuore umano: la ‘creatura’ fu in tal modo avvinta al presupposto straordinario di una schiavitù eterna (ingannevole Alleanza).   

Dalla ‘Caduta’ in poi, tutta la creazione è dannata e i motivi della redenzione sedimentano nel mistero dell’equivoco originario, mantenuto in equilibrio tra le impetuose forze uguali e contrarie di amore e odio, a costituire l’inscindibile Giano del più formidabile impulso che arde nella coscienza la smania di una ricerca infinita e che, di lontananza in lontananza, sull’orizzonte della via del Ritorno emblematico, attraverso una riflessione propriamente nostalgica, plasma il miraggio della pienezza perduta; a rinnovare nell’uomo, lungo il giro ininterrotto di vasti Cicli cosmici, l’implacabile quanto inestinguibile sete d’infinito.

Il dolore maggiore dell'uomo è quello che patisce per la sua impossibilità di ricongiungersi all’integrità perduta dell’essere. Una riunificazione ideale, che per trovare esaudimento (a meno che non si voglia estinguere la coscienza) inevitabilmente, troppo spesso, è rimandata alla ‘speranza cieca’ della fede, la quale, poiché riferita ad un ordine di potenze invisibili (la dimensione astrale) predispone l’animo a subire le influenze ambigue di un dominio invisibile, sembrando decretare con ciò, più che l’assicurazione della propria salvezza spirituale, il trionfo del suo inganno ancestrale.

Ben disse il Poeta con l’affermare che ‘amore muove il sole e le altre stelle’, ma noi, ora, dovremmo riguardare con altra valutazione l’indicazione poetica fornita dalla visione teologica e, soprattutto, l’idea stessa della nozione ‘amore’.

Nella perfetta sincronia di moti celesti, che costituiscono i molteplici indizi di una stupefacente prigionia multidimensionale, poco dovrebbero interessarci le solenni pazzie degli Astrologi, quando, indagando i remoti tracciati siderali, cercano di compiacere nell’individuo la sua curiosita' per gli esiti di vicende legate ad interessi esclusivamente terreni.

Le loro congetture divinatorie sarebbero per tutto simili ad un edificio fondato sulla rena, destinato a rovinare da sé senza che debba sopraggiungere alcun altro tipo di danneggiamento esterno.

Invece, come notarono alcuni capaci esegeti, solo la Morte è l’unica Astrologa provetta di cui dovremmo aver riguardo, poiché attraverso l’affermazione Omnia in occasum = ‘tutto tramonta’, sempre predice il vero senza mai fallire.



Quaggiù solo l’ego anela morbosamente a scrutare la propria sorte, pervertendo l’aspirazione dell’individuo a voler disperatamente realizzare un’illusoria vista onniveggente con cui decifrare gli irrisolvibili enigmi, peraltro completamente fallaci, di evanescenti tracciati celesti.

Dal baluginante fondo nero bluastro della perenne notte cosmica, invece, come unica verità trionfale, si staglia la multiforme figura della Morte – intesa quale aspetto trasparente della Vita – la Morte astrologante, i cui mutevoli tracciati allegorici sostanziano l’unica verità di un risoluto giudizio sorretto da un simbolo triforme. Il suo responso non ammette repliche, esigendo unicamente che l’uomo sia il più possibile preparato in ogni istante della sua permanenza terrena, affinché si persuada che questa sia davvero l’ultima volta che si trovi a pagare il giro dell’infame Giostra e, una volta sceso, mai più possa essere tentato dalle sue ingannevoli lusinghe a ripetere la corsa.


Vi sono tre tipi di Morte: la Morte di natura, la Morte di colpa, la Morte di Grazia. La prima separa l’anima dal corpo, la seconda estingue la Grazia dall’anima, e la terza alleggerisce tutto l’uomo dalle vane cure del mondo.

La prima appartiene a tutti, la seconda è dei malvagi, la terza di chi ha iniziato se stesso alla considerazione delle cose divine.




martedì 13 febbraio 2018

Breve riflessione sul valore iniziatico


“La bellezza della carne, la bellezza spirituale, tutto ciò che concerne la bellezza nasce solo dall'ignoranza e dalle tenebre.”
(Yukio Mishima: “La decomposizione dell'angelo”)  
Plutarco asseriva che il mondo è un tempio santissimo. Egli maturò tale considerazione elettiva attingendo l’intuizione anche dall’insegnamento di Aristotele, il quale specificava che il primo effetto dell’iniziazione eleusina non consisteva nell’ottenere una qualsiasi forma di conoscenza, che, per quanto approfondita potesse rivelarsi, sarebbe in ogni caso destinata ad essere principalmente mediata dalla ragione e, dunque, inevitabilmente circoscritta all’ambito ordinario della sola logica i cui enunciati, per quanto articolati possano mostrarsi, in definitiva, realizzano nulla di più che un’ordinaria esperienza di apprendimento.
Invece, secondo la considerazione dello Stagirita, l’iniziazione realizzata nel tempio mistico del mondo, non va considerata come una forma di conoscenza, ma, al contrario, i suoi effetti immediati consistono in un preminente scotimento interiore, (illuminazione intima) che realizza la più vivida impressione inerente il sentimento di una trepidazione reverenziale (timore misto a stupore) e di ammonizione, intesa essere il preavvertimento stesso del mistero supremo dell’essere; di cui generalmente la nostra coscienza è l’inconsapevole custode.
Il nucleo dell’essenza umana e'
costituito dall’invisibilità, che a sua volta cela l’invisibile dimensione ignota dove agisce una preminente sensibilita', su cui è segretamente ‘innestato’ l’equivoco dell’ego: un ‘vortice emozionale’ variamente cangiante.
Impiantato sulle ineffabili attitudini dell’originaria coscienza incorrotta, l’ego non appartiene a domini cosiddetti inferiori, solo terreni, la sua natura non è solo ‘bassa’, ma predisposta per interagire anche con piani non comunemente dati della realtà. 
Le coeve dimensioni invisibili costituiscono la sua prima dimora, e proprio in questi rarefatti e falsati territori onirici, mediante una continua corruzione dell’incanto, intenderebbe trascinarci mantenendoci nell’orbita di una perenne dispersione di senso.
Secondo la visione gnostica, l’uomo, smarrito delle proprie origini, vorticando nel labirinto degli eoni insegue senza tregua i motivi fantasmagorici di pulsioni e desideri che sono dolorose allegorie di rivelati alterati, – propriamente larvali –  scaturiti nell’incomprensione di remotissime idealità straordinariamente integre e preesistenti alla manifestazione attuale; la cui piena comprensione, filtrata attraverso i passaggi di più Ere, è destinata a rimanere fittamente oscurata ad una coscienza dimentica di se stessa.
Il fine dell’Iniziazione antica, (fondamentale conseguimento della Gnosi) considerata all’apogeo del suo valore elettivo, consistette appunto nel rinnovare il significato emblematico (propriamente redentivo) della ritrovata o rinnovata presenza in se stessi; evento fondamentale della vita cosciente dell’animo e perciò qualificato come ‘seconda nascita’.
Il passaggio alla chiara comprensione dell’integrità originaria, è nascosto da una vastissima selva simbolica, animata a differenti livelli sensibili, la cui sostanziale invisibilità determina l’immenso equivoco esistenziale su cui attualmente è giocata la partita dell’uomo, dove ogni ulteriore possibile distorsione del suo significato simbolico incardina la presente Età a esiti puramente parodistici e inevitabilmente tragici.
A tal proposito non è inutile sottolineare che tutto l’odierno condizionamento mediatico, non a caso, è costruito su ininterrotte distorsioni della nostra percezione interiore, in particolar modo negli ultimi decenni, volutamente centrata alla sola facoltà egoica, (appunto contraddistinta per essere l’artefatto principio vitalistico impiantato sulla pura consapevolezza) ed è per questo preminente motivo, profondamente contrario all’effettiva determinazione dell’uomo, che l’insieme delle forze deputate al ‘rinnovamento dei tempi’, le variabili circostanze ‘innovative’ utili al consolidamento di nuovi assetti normativi, (che sono unicamente strumentali e basati sul binomio artefatto ‘ragione-tecnica’) avvalendosi di un’efficacissima forma di massivo condizionamento pop-ipnotico, in definitiva, legittimano un'opera immensamente involuta di corruzione planetaria e possono essere identificate come le più rilevanti volontà contro-iniziatiche che mai prima d’ora hanno agito in forma così deleteria sul corso della storia.
Assuefatto al peggio, la sola aspirazione decaduta dell’uomo contemporaneo sembra quella di adattare l’inferno al suo aspetto falsamente migliore, dimenticando che una realtà infera, per quanto edulcorata possa apparire, costituisce sempre il fondamento di una dannazione eterna.
Nel mondo antico, l’esperienza iniziatica dei Sacri Misteri, dunque, non riguardava affatto gli esiti di una profonda indagine cognitiva riferita ai significati della nostra costituzione spirituale, piuttosto, la realtà dello Spirito definiva istantaneamente l’essenza di una suprema intuizione sovra razionale, ottenuta mediante una dilatazione-espansione della coscienza ampliata oltre i limiti estremi della sua ricettività; affinché potesse realizzare (mediante una definita ‘disciplina estatica’) la suprema visione della preesistente sorgente incontaminata dell’essere: quale unico motivo redentivo della sua incomprensibile singolarità.
In tal modo, l’inganno ancestrale poteva essere dissolto da una preminente cognizione, svelata dietro la metaforica sembianza indossata da ognuno nel rivestimento perituro che è il corpo fisico. La ‘maschera’ ordinaria, è bene rammentare, da sempre è predisposta a catalizzare la distorsione emotiva centrata sugli insolvibili tormenti dell’ego.   
In tale ordine di riferimenti trova pieno significato la riflessione di Yukio Mishima, che dichiarò di aver sempre provato interesse unicamente per i margini del corpo e dello spirito, fatalmente attratto dalle loro frontiere emblematiche; aggiungendo: “…le profondità non m’interessano. Le lascio agli altri perché sono argomenti frivoli e comuni ”.


lunedì 5 febbraio 2018

un possibile motivo di riscatto dalla gravità arcontica









La bellezza del Mito si è estinta e le metafore giacciono infrante, disperse insieme ai cumuli di rifiuti che le sovrastano.
La realtà odierna è come se sottostasse ad una sorta d’incantesimo buio, rispondente al nome di ‘progresso’, le cui cosiddette ‘dinamiche rinnovanti’, meglio di ogni altra circostanza, dimostrano di attrarre e convergere i significati della società attuale dentro un alveolo oscuro del tempo.
In esso coagula l’intenzione, propriamente dannosa e disgregativa, delle cosiddette forze controinziatiche che imprimono sulla vita continui sigilli di alienazione e di morte.

Un senso propriamente esemplare dell’esistenza ora sembra estremamente difficile ad essere ottenuto, invischiati come siamo dentro il catramoso disincanto fluito assieme l’artificioso rinnovamento dei tempi.
Anche se già da tempo l’umanità ha dismesso i più bei costumi di scena, rivestendo la commedia umana di una orripilante ordinarietà mai contemplata prima dalla storia, poter realizzare il senso straordinario della nostra presenza a questa vita, dopotutto, dovremmo ritenere esserci ancora possibile.
Il nucleo lirico della poetica integrale è un lampo intuitivo, che rinnova il prodigio di una indicibile sublimazione dell’animo, svincolandolo momentaneamente dall’insieme di costrizioni subite dalla materia che lo racchiude.
Si tratterebbe di evocare il significato propriamente intuitivo della simbolica radianza interiore, esemplarmente idealizzata nella concezione stessa del Kairos, momento apicale del tempo (motivo che sublima la costante tragedia dell’essere) e qualificato come intimo avvenimento intuitivo, elevato sulle molteplici contraddittorietà insite nelle complesse dinamiche della vita cosciente.
Kairos è il supremo equilibrio che accade nella dinamiche interne all’azione puramente creativa, è la sospensione che si erge sull’ordinario flusso cronico, dove per un istante (appunto) l’effimera transitorietà che circoscrive a stretto giro l’esistenza della persona, è rischiarata da  un’intuizione suprema; (sostanzialmente intraducibile dal concetto ordinario) e che prodigiosamente riscatta l’esistenza stessa dalla finitezza mortale che la comprende.
Per noi non sarebbero cambiati affatto i motivi centrali congiunti all’affermazione della vita cosciente (motivi puramente epici) e tale enigma preminente siamo chiamati a realizzare in questa durata terrena.
Tentare assiduamente di risolverne l’arcano, attingendo pervicacemente da ogni possibile risorsa interiore: pena l’eterna dannazione. 
La prerogativa misteriosa dell’uomo consiste nella sua possibilità di catalizzare dissolvimenti abissali, oppure, di rendersi ‘vivente magnete aurifero’, ampliando la consapevolezza ad un’intima evocazione ancestrale, congiunta alla comprensione sensibile del primo Enigma appartenente alla stessa Rivelazione delle Origini Splendenti dell’Essere.
Il riflesso remoto del preminente insegnamento misterico, balugina nel fondo della nostra esistenza e, anche se questa è stata ridotta a mero dato statistico, la nostra sostanziale caducità potrebbe tuttora illuminarsi ad un senso specificamente elettivo della propria condizione.
Tale ritrovata ‘conquista’, (puramente ermetica) in ogni caso mai potrà evitare all’esistenza di ritrovarsi nuovamente inghiottita negli esisti dolorosi della sua tragedia, (tragedia propriamente cosmica) che coinvolge la totalità della vita fin dai suoi primordi – nell’attuale piano dimensionale la conoscenza è inscindibilmente annodata al dolore – .
Il nostro unico compito da assolvere nella dimensione attuale, è quello di ricordare chi siamo, e per assolvere a ciò è necessario ridurre all’impotenza il proprio ego, poiché il suo interesse è profondamente contrario ai significati dell’autentica determinazione.
In un certo senso potremmo dire che la determinazione è ricavata nel cuore stesso della personale ‘insignificanza’, dove inesplicabilmente è custodito il maggiore mistero dell’essere, racchiuso in un principio di eminente precarietà, la cui percezione è massimamente distorta da continue aspettative di facili gratificazioni (basse soddisfazioni).
Nessun favore astrologico o divino potrà mai affrancare l’uomo dall'essere costantemente chiamato in causa nell'esplicitazione della sua coscienza.
Le molteplici finzioni consolatorie, commercializzate da edulcorate dottrine new-age, o la stessa concezione della ‘misericordia divina’, (variamente presente in tutte le religioni istituzionalizzate) andrebbero riconosciute una volta per tutte come false aspettative di facile salvezza soprannaturale ed estremamente pericolose per la reale integrità dell’animo.
Tanto l’ateismo (la fede limitata ad una ragione solo materiale) quanto l’idea stessa della cosiddetta ‘misericordia divina’, veicolata da angeli o qualsivoglia divinità, (la quale risolverebbe la coscienza nel realizzare una condizione d’illimitata schiavitù spirituale) sono circostanze da considerare come deleterie per la nostra pura determinazione.
Si tratterebbe invece, una volta per tutte, di interiorizzare il rifiuto implacabile di ogni promessa di Salvezza che non possa essere direttamente evocata dalle nostre inesplorate profondità interiori, ottenuta in quei vastissimi domini dell’animo dove sono stratificate le cangianti potenzialità dell’essere.
La rilevante pratica ‘riflessiva’ (ierosofia) pertanto, dovrebbe rinsaldare per mezzo dell’antenna vivente che è la totalità del corpo, la connessione con la Genialità preesistente l’universo fisico nel tentativo (estremo tentativo) di educarsi a sopportare, quanto meglio sia possibile, gli inevitabili colpi della sorte; questo perché è certo che l’esistenza trovi fatale coincidenza con la gioia quanto con la sofferenza (fisica e morale).
I motivi maggiormente reconditi dell’addensamento fisico, prevedono la distorsione dell’identità cosciente sviata dalla prima immedesimazione con l’ego, che devia il nostro passaggio attraverso un composito vortice emozionale in cui continuamente si rimescolano le forze uguali e contrarie d’indicibili dolori e sublimi soavità.


Nel fondo più cupo delle nostre immersioni maggiormente dolenti, così come nell’elevazione estatica di più rare sublimazioni gioiose, trova campo di azione l’ingerenza stessa del demiurgo e la fantasmagoria onirica scatenata da tutto il suo immenso corteggio astrale, - la proverbiale distorsione simbolica – una selva emblematica al cui interno la perdizione e la salvezza trovano vicendevole presa nella coscienza di ognuno; sviato continuamente da sleali suggerimenti sovrasensibili, i quali, attraverso il corso delle Ere, rinnovano il vincolo rilegante l’umanità presente all'atavico inganno dimensionale.
Qui e ora, invece, sarebbe sempre possibile realizzare il presentimento dell’eterno preesistente, pur trovandoci precipitati nella più fonda delle contraddizioni universali –  la proverbiale notte oscura dell’animo – dove, anche stando immersi nelle tenebre eoniche, possiamo avverare la connessione maggiormente salda con quanto può riscattarci dalla prigionia dimensionale: l’Idealità Geniale preesistente alla remota contraffazione demiurgica.
In questa formazione interiore è importante la rimozione di ogni senso d’importanza personale, il che non implica affatto l’adozione di una scadente remissione passiva – scialbo nichilismo – nei confronti degli impegni richiesti dalla vita.
Si tratta, invece, di pervenire al dissolvimento metaforico della ‘maschera’ qui occasionalmente indossata e di riuscirvi mediante una fondamentale riconsiderazione del senso di responsabilità.
Il ‘segreto’ della nostra opera di riscatto risiederebbe essenzialmente in una condotta di vita che sia il più semplice possibile e, soprattutto, nel non lasciarsi ottenebrare dai depistaggi della mente inferiore, (ego) la cui prestabilita e pressoché continua dispersione emozionale è direttamente connessa alla vertiginosa cupidigia del demiurgo omicida.
Esistere dalla latina Existere, che vale lo stare saldi. Esistenza è ex-sistentia = ‘aver l’essere’, dunque, che esprime una condizione pienamente cosciente di risalita dall’oblio.
Il corpo fisico andrebbe inteso come strumento consono alla rieducazione dell’animo, a costituire il ‘fodero della disciplina’, (questa è l’efficace definizione desunta da un passo della Torah) quale preminente motivo di svincolamento dalla soverchiante gravità arcontica.
La sconfitta degli Arconti non potrà avvenire esteriormente a noi ma si compirà unicamente dentro noi stessi.
Riconsiderato in quest’ottica un discorso a parte meriterebbe il senso dell’esercizio fisico, inteso come validissimo sostegno dell’indagine filosofica e che dovrebbe riguardare una dignità della presenza completamente depurata da ogni volgare intenzione autocelebrativa.
La ginnica è di supporto alla Conoscenza, costituendo un eccellentissimo mezzo cognitivo che non andrebbe mai equivocato con la finalità dell’indagine stessa.
Essendo l’esistenza fisica un fenomeno eccezionalmente transitorio, l’impegno consiste nel poter conseguire una condizione di solidità fisica e mentale sostanzialmente priva di rigidezze, rimanendo sempre consapevoli della nostra sostanziale vacuità.
La finalità momentanea dell’esercizio fisico, è quella di rettificare, quanto più sia possibile prima dell’inevitabile fine del corpo materiale, la profonda contraddizione insita nell’essenza umana.
La conseguenza della pratica ginnica non riguarderebbe affatto i motivi di un vanto solo esteriore, il vuoto compiacimento di una eccessiva cura di sé apparentemente efficiente ma sostanzialmente penosa nell’adozione di un esasperante edonismo, che rivela nient’altro se non l’insieme di tutti quei condizionamenti deleteri - propriamente decadenti e nichilisti - caratterizzanti, attraverso l’ostentazione continua del superfluo, l’esasperante meccanizzazione nullista del tempo presente.
Il termine ‘esercizio’, costituisce il sostrato semantico della parola ‘ascesi’, che è l’ineludibile presupposto da cui avviare un processo d’intima chiarificazione; una purificazione spesso affatto disgiunta da una determinata concezione riguardante il consolidamento stesso del corpo fisico.
Come asserivano gli antichi, e tra questi Aristotele, Ippocrate, Galeno, non il gran numero di esercizi giova alla salute, ma la misurata ripetizione di pochi consoni al consolidamento del corpo e al mantenimento della sua agilità.



Il quotidiano ‘condizionamento’ da fare su di sé, è parte attiva di quella celebre discesa interiore che mira ad estrarre con enorme impegno un presupposto elettivo addensato quasi come gravità interna alla gravità stessa, (emblematica Lux Obnubilata) nel tentativo di rendere il più possibile chiara (ordinata) la percezione del proprio Limes esistenziale.
Ad esempio, nell'antichità gli esercizi ginnici assolvevano all’espressione liturgica dei Sacri Ludi, connessi coi riti funebri dove la coscienza, attraverso una straordinaria applicazione del corpo fisico, andava a tuffarsi nell’ultimo vortice simbolico dell’istante recando con sé l’augurio misterico di riemergerne profondamente rinnovata.
La somma delle intime tensioni della persona, convogliate da una gestualità vigorosa e misurata, temperata da una provata disciplina, amplificavano l’istante ad una ideazione infinita che già nell’esistenza terrena realizzava una differente (accresciuta) dimensione dell’essere.
Questo sarebbe il senso iniziatico della pittura votiva del ‘Tuffatore di Paestum’, di un animo preparato ad immergersi nei fatidici flutti del divenire e della dissolvenza.
Per tali motivi la ginnica può essere considerata come una, se non addirittura la maggiore, delle preminenti estensioni dell’operatività alchemica, i cui esisti ultimi riguardano la sconfitta del drago interiore o, volendo usare un’espressione ora maggiormente corrente, la cognizione essenziale per rimuovere da sé inavvertibili sigilli rettiliani; svincolando la coscienza da una coercizione ancestrale.




L’alchimia, è importante ribadirlo, consiste nel tenere separata la personale formazione da ogni possibile forma di sterile compiacimento, costituito dalle molteplici distorsioni dell’ego, tanto questo possa presentarsi sotto forma di patologica disistima o eccessiva ammirazione di sé, poiché, è cosa nota, entrambe le circostanze rappresentano occasioni di mortale dispersione delle preziosissime energie vitalizzanti la salute dell’animo. 
Potremmo e dovremmo ricavare dal cosiddetto ‘stato di salute’ l’occasione per partecipare attivamente all’edificazione di un assetto virtualmente esemplare – provvisorio, si, ma ugualmente significativo nella sua rigorosa decisione di realizzare la più veridica anticipazione in vita dell’Originaria Integrità Trascendente (in noi – tragicamente – dispersa).
Unicamente attraverso tale impegno, che l’esercizio metodico della forza può e dovrebbe assolvere ad una finalità propriamente riconoscibile come superiore.