giovedì 18 gennaio 2018

del percorso


“Guarda il grande mistero delle stelle, dalla via Lattea viene il terreno germinale delle anime ed esse cadono nel mondo materiale”
(Pimandro)
Secondo l’antica cosmogonia iranica, la lotta tra il bene e il male sarebbe preesistente al mondo stesso, ed in questa realtà la schiera dei giusti prova smarrimento e solitudine, approfondendo i motivi prevalenti della sua sostanziale estraneità nei confronti della dimensione materiale.
La vita, nella concezione tradizionale, è considerata essenzialmente come ‘prova’,  in cui l’azione vivificante della ‘luce’ = conoscenza, consiste nella capacità della persona di evocare dalle proprie profondità interiori l’ineffabile misura d’integrità preesistente al Cosmo fisico.
E’ un anelito rivolto dalla coscienza alla dimensione trascendente, dalla quale la coscienza stessa sente di provenire e per la quale l’esistenza materiale oltre che essere una fenomenale condizione di esilio, assume anche una precisa connotazione misterica; qualificandosi come un’effettiva 'chiamata alla presenza' e dove la via alla ‘risalita’ è molteplicemente ostacolata da potenze propriamente oscure.
Per questo, in tutte le discipline iniziatiche d’ogni tradizione, è affermato che nel corso dell’esistenza terrena è decisivo fare esperienza della dimensione trascendente, ottenerne effettiva premonizione e cognizione, attraverso la quale poter 'anticipare' quei significati superiori dell'essere, che quaggiù, sono profondamente congiunti ai motivi emblematici della ‘seconda nascita’; l'evento significativamente iniziatico e prefigurato presso ogni dottrina sapienziale.
La simbolica germogliazione dell’essere solo in ciò si attua ed ogni sua affermazione significativa consiste esclusivamente nella schiusa allegorica della propria interiorità, in cui si riversano i sovrastanti significati dell’originaria emanazione splendente.
Quest'esperienza vale come l'unica circostanza in grado di amplificare la consapevolezza, avendo disconnesso dalla consapevolezza stessa l’identificazione transitoria dell’io storico occasionalmente incarnato (ego).
Lo ‘stupore’ arcaico – la suprema ingenuitas = nascita incorrotta, eminentemente libera – produsse la proverbiale incubazione filosofica, che noi ancora oggi, nonostante tutto, siamo predisposti a realizzare, il cui senso misterico è presente nella stessa allusione evangelica di un ritorno interiore all'emblematico stupore fanciullesco, che vale il realizzare una condizione elettiva di  'primitiva fanciullezza estatica', senza la quale resterà drasticamente precluso il metaforico ingresso al Regno dei Cieli (Vangelo secondo Matteo 18,1-5.10.12-14).
La volta celeste e' la cavità apparente che costituisce il proscenio ineffabile della profezia, racchiudente il mistero della sorte connessa alla vita dell’uomo, meravigliosa e terribile.
La tragedia, dunque, è l’ineludibile mistero della sorte, la consapevolezza della molteplice e contraddittoria 'volonta' divina', quanto della momentanea insuperabilità del dolore, sia esso fisico quanto e soprattutto ontologico. 

Nel corso dell'esistenza riecheggia la potente nostalgia di un originario bene perduto, e questo richiamo nostalgico alla 'pienezza' perduta e' qualificato come evocazione stessa di una profonda ragione sensibile,  ‘soccorrente’ l’animo ‘assetato d’infinito’, a renderlo idoneo per attuare, mediante un percorso estremamente disciplinato, la più elevata sopportazione del male: infondergli la forza necessaria per resistergli, di accettare in sé stesso la responsabilità della propria drammatica condizione, senza se e senza ma.

L’interiorità di ogni uomo è rivelata con l’essere una profondità puramente mitica, in cui la percezione o aspirazione stessa dell’indicibile splendore originario, quanto mai opacizzato nella nostra Era, è proiettata attraverso ideali coordinate propriamente meta-siderali. 
Tracciati celesti nelle cui geometrie esteriori s’identificarono i segni stessi della realtà divina e dei suoi primordiali conflitti, così narrati negli originari Miti della creazione.
Tutt’altro che placatesi, queste conflittualità trascendenti continuano da tempo immemore a vorticare costantemente nella coscienza di ognuno, che egli ne sia consapevole o meno; perché l’uomo, in quanto virtualmente capace di riflettersi nelle stelle, da sempre nell’intimo è agito da forze divine: la sua grandezza risiede nella consapevolezza stessa della propria abissale impotenza.  




L’imperscrutabile istante in cui il tutto proruppe dal nulla , senza che ce ne accorgiamo, e' replicato costantemente nella nostra interiorità. 

L'irrisolto rapporto con l'ignoto, dal fondo di molteplici contraddizioni, ci richiama ad essere posti costantemente in causa dinnanzi al tutto.
L’aspirazione ideale, intensamente perseguita attraverso i millenni per mezzo dell'ardente “ragion poetica”, essa stessa quasi occhio veggente e guida magnetica della pura comprensione, nonché, sottilissimo tratto d’unione tra la dimensione onirica e il dominio della durissima necessità materiale, costituisce, per le sue intrinseche qualità sovrasensibili, la terminale ‘preziosità alchemica’ che è propria dell’esiguo filo iridescente rilegante l’essere al nulla. 

E’ il simbolico filo d’Arianna, che riannoda nelle volute del labirinto cosmico il cammino dell’uomo ai primi significati sensibili, situati al varco stesso della sua prima emanazione-corruzione, ancestralmente fluita da un abbandono inconsolabile.
Perché in noi, nella coscienza di ognuno, riecheggiano i singhiozzi corrotti del demiurgo omicida.
L’Uomo originario nella Gnosi è identificato come Anthropos – Adamo – preesistente alla stessa creazione del mondo, o meglio, preesistente a quei motivi che addensarono l’universo e, dunque, non è l’Adamo biblico così come descritto nella Genesi, ma, bensì, l’identità emblematica che il cristianesimo gnostico attribuirà all’archetipale Figlio dell’Uomo, ovvero, il Salvatore = colui che salva: da cosa? dalla dimenticanza abissale.
Il Figlio dell’Uomo è l’identità segreta e sensibilmente riflessa nella coscienza di ognuno, ma che giace disattivata nella notte oscura dell’anima, come un seme raggelato in attesa di ricevere il calore necessario per germinare.
La fioritura dell’essere è rinnovata sempre al di sopra delle Ere, è un germoglio in grado di forare la trama stessa del tempo così come nella realtà esteriore uno stelo d’erba può forare il catramoso manto stradale che ricopre il terreno naturale.
L’unico compito realmente significativo dell’uomo, in qualsiasi punto dell’Età cosmica possa situarsi il suo cammino, è di provare a restaurare l’incorrotto stato originario anteriore alla caduta nelle tenebre, di ricordare chi egli effettivamente sia, ed altro non c’è.