lunedì 8 gennaio 2018

il dissolvimento necessario



“chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna”

(1 Cor. 11)


Il giusto impiego della nascita naturale lo realizziamo nello scioglimento dell’anima mentre il corpo fisico e' ancora in piena efficienza.

La natura solare e zodiacale, secondo la dottrina ermetica, costituisce il ‘rifugio provvisorio’ racchiudente i misteri della ‘natura unica’ dove agisce una radiazione composita, ordinariamente definita come ‘spettro elettromagnetico’, al cui interno sussiste, come emanazione ineffabile, l’essenza trasfigurante la realtà della coscienza. 
Questa peculiarità trasfigurante non assolve valori solo elettivi.

La trasfigurazione identitaria può benissimo muovere la coscienza in piani maggiormente confusi dell’essere, i quali, appunto, sarebbero relativi della dimensione astrale, che è il luogo ‘onirico’ in cui agiscono i noti ‘Guardiani della Soglia’, i sorveglianti occulti del dominio cosmico istituito nel multiforme principio della contraffazione originaria; quale fu ideata dagli Arconti della tradizione gnostica.

Il cerchio zodiacale stesso, è l’immensa giostra cosmica in cui periodicamente si rinnovano le tormentate illusioni delle anime incarnate.

Questa sorta di orrorifico Luna Park dell’esistenza, è perfettamente congegnato affinché l’uomo dilapidi la propria ricchezza immateriale, adoperandosi stoltamente per rimanere perennemente aggiogato alla ‘ruota delle meraviglie’, la ruota samsarica governata secondo la cosmogonia Hindu da Yama, il dio dei morti, i cui denti incisivi rappresentano allegoricamente i 4 dolori coscientemente patiti dall’uomo: quello della nascita, della malattia, della vecchiaia e della morte. 

Nell’attuale piano dimensionale l'uomo agisce all’interno di uno schema preordinato, dove tutto è orchestrato per amplificare l’immedesimazione dell’ego nell’idea della perdita o del possibile guadagno.

All’interno di questo tetro Luna Park, può trovare pieno significato l’azione dell’alchimista, di colui che ricerca il ‘Rimedio Universale’, sperimentato mediante continue intime distillazioni di senso, ridestando la coscienza dal profondo stordimento indotto dai ritmi meccanici della ‘giostra’ su cui ruota il continuo rinnovamento della vita.

Come nella realtà ordinaria, la notturna illuminazione artificiale della giostra è parodia della luce naturale, così di giorno, la stessa luce solare a sua volta è contraffazione della vera Luce: caricatura della ‘chiarità preesistente’ all’attuale dimensione chiaroscurale, dove i contorni della falsificazione si confondono perennemente con quelli della verità.

Così, ad esempio, nella lettera di Paolo agli Ebrei 4, 12-16, alla parola Dio, dovremmo sostituire il termine “Luce preesistente”, dunque, idealmente, non volendo sottostare al giogo dell’entità elusiva, recuperiamo l’originario significato salvifico dell’insegnamento finora contraffatto dall’impronta dogmatica, e leggeremo invece di: “la parola di Dio è viva…” “La Luce preesistente è viva, (intendendo per essa ciò che di maggiormente vitale opera all’interno di questa intelaiatura energetica che è il Cosmo) efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione (infinitesimale) dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla; scruta i sentimenti e i pensieri del cuore”.

Non si ottiene libertà adottando atteggiamenti di supplica o contrita preghiera, che, anzi, ci schermano inesorabilmente dalla ricezione dell’azione benefica del Principio Splendente, ma, bensì, la salvazione è conseguita mediante un’intima disposizione soddisfatta di sé e della propria sostanziale insignificanza terrena, (liquefazione dell’ego) e possiamo accoglierne il senso maggiormente recondito, congiunto al mistero della presenza a questa vita, attraverso una profonda rielaborazione intuitiva (operativa) della nostra autentica identità che e' dissimulata dalla maschera dell’ego.



Tale irraggiamento sovrasensibile, (che non è una grazia concessaci ad arbitrio di Dio) penetra, come è scritto nella lettera paolina, i nostri motivi maggiormente profondi illuminando (risanando) l’intelligenza del cuore, la quale è intesa come particolarità puramente veggente dell’inesprimibile realtà 'superiore'.


La Luce preesistente, che è tenebra ad occhi solo materiali, si fisserà profondamente in noi stabilizzando il caotico centro del desiderio, a disconnettere l’impianto dell’errore costruito sulla natura dell’ego.

Si tratta di comprendere che la missione essenziale e fondamentale del corpo fisico naturale, sarà realizzata solo mediante l’applicazione di un ‘nuovo comportamento’.

Solo i risultati del ‘nuovo comportamento’ ci rendono atti a liberarci da noi stessi.

Ciò che è importante non è tanto quello che si realizza, e, d'altronde, meno che mai può essere collegata a quest’aspirazione una mera quanto deleteria volontà autodeificante, ma, ciò che dovrà accadere all’interno dell’aspirazione maggiormente recondita, e' la restituzione senza rimpianto di quanto di più innocente può sussistere nel profondo di noi stessi e, perciò, realizzare l’essenza ineffabile di quanto è più estraneo alle dinamiche ottenebranti della vita.



L’idea stessa di amore, la sua percezione sublime deve subire un rivolgimento assoluto, poiché il suo stesso nucleo estasiato contiene in sé elementi pesantemente offuscanti.

L’acqua di Vita, menzionata nei trattati alchemici, riguarda l’immersione dell’iniziato nell'originaria, amara e chiarissima, ‘corrente eterica’ dove l’adepto ‘guarisce’: guarisce da cosa? dalle sue afflizioni e immedesimazioni parziali e Rettificando la propria coscienza, smaschera l’inganno primordiale che gli è stato collegato.

Peraltro, senza che questo significhi il poter estinguere il dolore insito nella circostanza stessa dell'esistere, ma, bensi', apprendere dalla pratica sperimentale di una ritrovata ierosofia (scaturita dal senso puramente tragico dell'esistenza) la facolta' di sopportare il dolore stesso, che e' ineliminabile dalle circostanze determinanti la nostra costituzione terrena. 

Per conseguire la liberazione ontologica, che in ogni caso significa la definitiva liberazione da se stessi, per neutralizzare e abolire l’onta ancestrale che l’ha sottomessa, la persona dovrà ripulirsi da ogni forma di sentimentalismo vischioso; pervenire a questo non è affatto agevole.     

Oltre le metaforiche ‘giunture’ e ‘midolla’ del corpo fisico menzionate nella lettera paolina, dunque, ben più profondamente di ogni profondità immaginabile, al nostro interno trova realtà l’azione della preesistente radianza geniale, per la quale è rivelata la dimostrazione ‘puramente immaginale’ che è in grado di tradurre la sorte dell’animo al di là della ‘griglia’ astrale, in cui da tempo immemore si dibatte.

La Verità della Luce preesistente, (la sua ricerca trova coincidenza con la stessa cerca graalica) fu contraffatta nell’identità stessa del Dio-entità e falsificata nell’ossequio di un compiacimento dottrinale rivolto al severo e morboso padrone della sua creatura, la quale, in buona sostanza, sarebbe anche la sua unica fonte di nutrimento eterico.

Si tratterebbe di fare intimamente appello alla forza della Luce gnostica, ovvero, all’alchemica ‘Volontà di Proiezione’ e, pertanto, elaborare la nostra ‘perla ignea’, pervasi di una serena partecipazione per la recita che quaggiù dobbiamo assolvere, consapevoli che la personalità ordinaria sta all’essenza come un capello o un unghia stanno alla fisionomia della persona cui appartengono.

L’integralità dell’essere dovrà emergere da un dominio multiforme attraversato da miriadi di esseri e di forze, che precisano il mistero della partecipazione cosciente a questa vita e la ragione stessa del nostro imprigionamento.

Il rimedio supremo è interno a noi, emblematizzato come la “Fonte segreta dell’essere”, la cui polla sorgiva scaturisce da un altro ‘campo di vita’ preesistente la manifestazione attuale.


La Luce preesistente è antitetica a tutto ciò che quaggiù gratifica la nostra identificazione ordinaria, mantenendo l’orbita del nostro io astrale, stabilizzata attorno un nucleo di suggestioni svianti. 

L’avvenimento di scoprire se stessi è un accadimento tutt’altro che carezzevole, ma costituisce l’esperienza indicibile di un evento propriamente doloroso: innanzitutto si tratta di morire a se stessi, ma, in un certo senso, estinguersi intimamente ricercando comunque la gagliardia fino all’ultimo istante dell’esistenza terrena ed oltre a ciò, oltre a quest’apparente assurdità, nulla può essere affermato, poiché l’incorrotta radianza originaria per sua essenza e destinazione è di natura non dialettica.

L’ego o emblematico drago interiore, è metaforicamente trafitto da una personale volontà non semplicemente ‘solare’, ma 'ultra solare', 'meta-solare', e chi fa appello alla sua ereditaria Forza di Luce dovra' simbolicamente portare il suo io alla tomba.

Qui trovano piena dimensione le parole che il Cristo simbolico rivolge a tutte quelle coscienze radicate nella sviante immedesimazione egoica, annodate nella fitta trama di complesse contraddizioni esistenziali, la cui intelaiatura emotiva trova compatta aderenza anche attraverso infinite storie di relazioni affettive, percepite come valori assoluti di gioia e patimento. 

In tutti i Vangeli canonici e apocrifi sono rivolte dure parole di ammonimento verso i bassi compiacimenti dell’ego, alle sue aspirazioni e afflizioni gravemente e vanamente illusorie, sovente dirette contro metaforiche paternita' e maternita' di deleterie convinzioni religiose, che sostanziano la radice di un errore ereditario rilegante la persona all'inganno ontologico originario (inganno propriamente arcontico) e variamente diversificato in una pluralita' di superstizioni mistiche contratte dalla maggioranza degli uomini fin dalla loro primissima infanzia; tale decisa convinzione trascendente, relativa all'importanza estrema di dover realizzare nella breve durata del passaggio terreno la Determinazione di Salvezza internata nelle inespresse potenzialita' dell'individuo, sarebbe così esplicitata in Matteo 10,32: “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell'uomo saranno quelli stessi di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me...”

L’unica valenza ammissibile è riconoscere in quel “degno di me” la dignificazione metaforica dell’animo ri-emergente dal pozzo fondo dei tormenti e angosce, sottratto dalle soffocanti spire di irrimediabili dipendenze emotive, a ritrovare la sua giusta collocazione. 

Altre soluzioni di comodo, prevalentemente consolanti, (cosa si consola? L’ego infimo) sono unicamente i molteplici aspetti dell’inganno in cui siamo racchiusi.     

La distanza intercorrente dal semplice privilegio di scrivere o leggere di ciò al beneficio della sua possibile realizzazione, è infinitamente più ampia del proverbiale intervallo posto tra il dire e il fare.

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