giovedì 18 gennaio 2018

del percorso


“Guarda il grande mistero delle stelle, dalla via Lattea viene il terreno germinale delle anime ed esse cadono nel mondo materiale”
(Pimandro)
Secondo l’antica cosmogonia iranica, la lotta tra il bene e il male sarebbe preesistente al mondo stesso, ed in questa realtà la schiera dei giusti prova smarrimento e solitudine, approfondendo i motivi prevalenti della sua sostanziale estraneità nei confronti della dimensione materiale.
La vita, nella concezione tradizionale, è considerata essenzialmente come ‘prova’,  in cui l’azione vivificante della ‘luce’ = conoscenza, consiste nella capacità della persona di evocare dalle proprie profondità interiori l’ineffabile misura d’integrità preesistente al Cosmo fisico.
E’ un anelito rivolto dalla coscienza alla dimensione trascendente, dalla quale la coscienza stessa sente di provenire e per la quale l’esistenza materiale oltre che essere una fenomenale condizione di esilio, assume anche una precisa connotazione misterica; qualificandosi come un’effettiva 'chiamata alla presenza' e dove la via alla ‘risalita’ è molteplicemente ostacolata da potenze propriamente oscure.
Per questo, in tutte le discipline iniziatiche d’ogni tradizione, è affermato che nel corso dell’esistenza terrena è decisivo fare esperienza della dimensione trascendente, ottenerne effettiva premonizione e cognizione, attraverso la quale poter 'anticipare' quei significati superiori dell'essere, che quaggiù, sono profondamente congiunti ai motivi emblematici della ‘seconda nascita’; l'evento significativamente iniziatico e prefigurato presso ogni dottrina sapienziale.
La simbolica germogliazione dell’essere solo in ciò si attua ed ogni sua affermazione significativa consiste esclusivamente nella schiusa allegorica della propria interiorità, in cui si riversano i sovrastanti significati dell’originaria emanazione splendente.
Quest'esperienza vale come l'unica circostanza in grado di amplificare la consapevolezza, avendo disconnesso dalla consapevolezza stessa l’identificazione transitoria dell’io storico occasionalmente incarnato (ego).
Lo ‘stupore’ arcaico – la suprema ingenuitas = nascita incorrotta, eminentemente libera – produsse la proverbiale incubazione filosofica, che noi ancora oggi, nonostante tutto, siamo predisposti a realizzare, il cui senso misterico è presente nella stessa allusione evangelica di un ritorno interiore all'emblematico stupore fanciullesco, che vale il realizzare una condizione elettiva di  'primitiva fanciullezza estatica', senza la quale resterà drasticamente precluso il metaforico ingresso al Regno dei Cieli (Vangelo secondo Matteo 18,1-5.10.12-14).
La volta celeste e' la cavità apparente che costituisce il proscenio ineffabile della profezia, racchiudente il mistero della sorte connessa alla vita dell’uomo, meravigliosa e terribile.
La tragedia, dunque, è l’ineludibile mistero della sorte, la consapevolezza della molteplice e contraddittoria 'volonta' divina', quanto della momentanea insuperabilità del dolore, sia esso fisico quanto e soprattutto ontologico. 

Nel corso dell'esistenza riecheggia la potente nostalgia di un originario bene perduto, e questo richiamo nostalgico alla 'pienezza' perduta e' qualificato come evocazione stessa di una profonda ragione sensibile,  ‘soccorrente’ l’animo ‘assetato d’infinito’, a renderlo idoneo per attuare, mediante un percorso estremamente disciplinato, la più elevata sopportazione del male: infondergli la forza necessaria per resistergli, di accettare in sé stesso la responsabilità della propria drammatica condizione, senza se e senza ma.

L’interiorità di ogni uomo è rivelata con l’essere una profondità puramente mitica, in cui la percezione o aspirazione stessa dell’indicibile splendore originario, quanto mai opacizzato nella nostra Era, è proiettata attraverso ideali coordinate propriamente meta-siderali. 
Tracciati celesti nelle cui geometrie esteriori s’identificarono i segni stessi della realtà divina e dei suoi primordiali conflitti, così narrati negli originari Miti della creazione.
Tutt’altro che placatesi, queste conflittualità trascendenti continuano da tempo immemore a vorticare costantemente nella coscienza di ognuno, che egli ne sia consapevole o meno; perché l’uomo, in quanto virtualmente capace di riflettersi nelle stelle, da sempre nell’intimo è agito da forze divine: la sua grandezza risiede nella consapevolezza stessa della propria abissale impotenza.  




L’imperscrutabile istante in cui il tutto proruppe dal nulla , senza che ce ne accorgiamo, e' replicato costantemente nella nostra interiorità. 

L'irrisolto rapporto con l'ignoto, dal fondo di molteplici contraddizioni, ci richiama ad essere posti costantemente in causa dinnanzi al tutto.
L’aspirazione ideale, intensamente perseguita attraverso i millenni per mezzo dell'ardente “ragion poetica”, essa stessa quasi occhio veggente e guida magnetica della pura comprensione, nonché, sottilissimo tratto d’unione tra la dimensione onirica e il dominio della durissima necessità materiale, costituisce, per le sue intrinseche qualità sovrasensibili, la terminale ‘preziosità alchemica’ che è propria dell’esiguo filo iridescente rilegante l’essere al nulla. 

E’ il simbolico filo d’Arianna, che riannoda nelle volute del labirinto cosmico il cammino dell’uomo ai primi significati sensibili, situati al varco stesso della sua prima emanazione-corruzione, ancestralmente fluita da un abbandono inconsolabile.
Perché in noi, nella coscienza di ognuno, riecheggiano i singhiozzi corrotti del demiurgo omicida.
L’Uomo originario nella Gnosi è identificato come Anthropos – Adamo – preesistente alla stessa creazione del mondo, o meglio, preesistente a quei motivi che addensarono l’universo e, dunque, non è l’Adamo biblico così come descritto nella Genesi, ma, bensì, l’identità emblematica che il cristianesimo gnostico attribuirà all’archetipale Figlio dell’Uomo, ovvero, il Salvatore = colui che salva: da cosa? dalla dimenticanza abissale.
Il Figlio dell’Uomo è l’identità segreta e sensibilmente riflessa nella coscienza di ognuno, ma che giace disattivata nella notte oscura dell’anima, come un seme raggelato in attesa di ricevere il calore necessario per germinare.
La fioritura dell’essere è rinnovata sempre al di sopra delle Ere, è un germoglio in grado di forare la trama stessa del tempo così come nella realtà esteriore uno stelo d’erba può forare il catramoso manto stradale che ricopre il terreno naturale.
L’unico compito realmente significativo dell’uomo, in qualsiasi punto dell’Età cosmica possa situarsi il suo cammino, è di provare a restaurare l’incorrotto stato originario anteriore alla caduta nelle tenebre, di ricordare chi egli effettivamente sia, ed altro non c’è.


lunedì 15 gennaio 2018

Schegge dell’Opera




“L'anima di Adamo è venuta nell'esistenza per mezzo di un soffio. Suo consorte è lo spirito. Chi glielo ha dato è sua Madre; e con l'anima gli è stato dato uno spirito, al suo posto. Per questo, quando si è nascosto egli ha pronunciato parole superiori alle Potenze.

Esse lo invidiarono perché erano separate dall'unione spirituale”

(Vangelo di Filippo, 79)

“Finiscano una volta per tutte i discorsi oscuri, si faccia scintillare nel fondo delle tenebre teologali il primigenio barlume dello spirito immacolato.
E accadde così, ad un passo dalla rivelazione del Tutto, che ad un tratto, improvvisamente, la via divenne scoscesa assumendo una pendenza sempre più ripida e tutti i viandanti, non potendo mantenere l’equilibrio, privi del necessario appiglio, uno dopo l’altro,  cominciarono a precipitare.
I loro richiami allarmati riecheggiarono nell’aria azzurrognola della sera, e chi da lontano ne coglieva l’eco era sfiorato da un lieve brivido che risuonava fin dentro le ossa.
..............
Qui non ci si ferma, ma l’impossibilità di fermarsi non significa che non  sia improbabile il fatto di girare in tondo per un tempo indefinito.
...............
Qualcuno, animato da un profondo calore partecipativo, talvolta si avvia lungo la strada scoscesa e accidentata, confidando di riuscire ad estrarre dai suoi motivi maggiormente reconditi una qualche meraviglia, un’essenza che possa esser restituita nella sostanza di un toccasana integrale. Quasi a distillare dalla suggestione immateriale alcune lacrime  della proverbiale quintessenza, la medicina aurea in grado di mitigare i tormenti della coscienza.
Ma quale abbaglio, quale svista fu più mai eclatante di questa!? La convinzione, alla fine, è stata quella di credere di poter raggiungere uno spazio chiaramente illuminato, mentre qui, invece, ancora si procede tra meandri tortuosi immersi nell’ombra e ricoperti da fitta nebbia. Eppure, fummo avvisati, qualcuno dotato d’indubbio acume già da tempo ebbe a notare: la nebbia mistagoga è per l’uomo una necessità inevitabile”.
(anonimo alchimista tedesco del XIX sec.)
“ (per salvarci) non abbiamo bisogno di nulla, se non di uno spirito vigilante”
(Abba Poemen 135)




lunedì 8 gennaio 2018

il dissolvimento necessario



“chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna”

(1 Cor. 11)


Il giusto impiego della nascita naturale lo realizziamo nello scioglimento dell’anima mentre il corpo fisico e' ancora in piena efficienza.

La natura solare e zodiacale, secondo la dottrina ermetica, costituisce il ‘rifugio provvisorio’ racchiudente i misteri della ‘natura unica’ dove agisce una radiazione composita, ordinariamente definita come ‘spettro elettromagnetico’, al cui interno sussiste, come emanazione ineffabile, l’essenza trasfigurante la realtà della coscienza. 
Questa peculiarità trasfigurante non assolve valori solo elettivi.

La trasfigurazione identitaria può benissimo muovere la coscienza in piani maggiormente confusi dell’essere, i quali, appunto, sarebbero relativi della dimensione astrale, che è il luogo ‘onirico’ in cui agiscono i noti ‘Guardiani della Soglia’, i sorveglianti occulti del dominio cosmico istituito nel multiforme principio della contraffazione originaria; quale fu ideata dagli Arconti della tradizione gnostica.

Il cerchio zodiacale stesso, è l’immensa giostra cosmica in cui periodicamente si rinnovano le tormentate illusioni delle anime incarnate.

Questa sorta di orrorifico Luna Park dell’esistenza, è perfettamente congegnato affinché l’uomo dilapidi la propria ricchezza immateriale, adoperandosi stoltamente per rimanere perennemente aggiogato alla ‘ruota delle meraviglie’, la ruota samsarica governata secondo la cosmogonia Hindu da Yama, il dio dei morti, i cui denti incisivi rappresentano allegoricamente i 4 dolori coscientemente patiti dall’uomo: quello della nascita, della malattia, della vecchiaia e della morte. 

Nell’attuale piano dimensionale l'uomo agisce all’interno di uno schema preordinato, dove tutto è orchestrato per amplificare l’immedesimazione dell’ego nell’idea della perdita o del possibile guadagno.

All’interno di questo tetro Luna Park, può trovare pieno significato l’azione dell’alchimista, di colui che ricerca il ‘Rimedio Universale’, sperimentato mediante continue intime distillazioni di senso, ridestando la coscienza dal profondo stordimento indotto dai ritmi meccanici della ‘giostra’ su cui ruota il continuo rinnovamento della vita.

Come nella realtà ordinaria, la notturna illuminazione artificiale della giostra è parodia della luce naturale, così di giorno, la stessa luce solare a sua volta è contraffazione della vera Luce: caricatura della ‘chiarità preesistente’ all’attuale dimensione chiaroscurale, dove i contorni della falsificazione si confondono perennemente con quelli della verità.

Così, ad esempio, nella lettera di Paolo agli Ebrei 4, 12-16, alla parola Dio, dovremmo sostituire il termine “Luce preesistente”, dunque, idealmente, non volendo sottostare al giogo dell’entità elusiva, recuperiamo l’originario significato salvifico dell’insegnamento finora contraffatto dall’impronta dogmatica, e leggeremo invece di: “la parola di Dio è viva…” “La Luce preesistente è viva, (intendendo per essa ciò che di maggiormente vitale opera all’interno di questa intelaiatura energetica che è il Cosmo) efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione (infinitesimale) dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla; scruta i sentimenti e i pensieri del cuore”.

Non si ottiene libertà adottando atteggiamenti di supplica o contrita preghiera, che, anzi, ci schermano inesorabilmente dalla ricezione dell’azione benefica del Principio Splendente, ma, bensì, la salvazione è conseguita mediante un’intima disposizione soddisfatta di sé e della propria sostanziale insignificanza terrena, (liquefazione dell’ego) e possiamo accoglierne il senso maggiormente recondito, congiunto al mistero della presenza a questa vita, attraverso una profonda rielaborazione intuitiva (operativa) della nostra autentica identità che e' dissimulata dalla maschera dell’ego.



Tale irraggiamento sovrasensibile, (che non è una grazia concessaci ad arbitrio di Dio) penetra, come è scritto nella lettera paolina, i nostri motivi maggiormente profondi illuminando (risanando) l’intelligenza del cuore, la quale è intesa come particolarità puramente veggente dell’inesprimibile realtà 'superiore'.


La Luce preesistente, che è tenebra ad occhi solo materiali, si fisserà profondamente in noi stabilizzando il caotico centro del desiderio, a disconnettere l’impianto dell’errore costruito sulla natura dell’ego.

Si tratta di comprendere che la missione essenziale e fondamentale del corpo fisico naturale, sarà realizzata solo mediante l’applicazione di un ‘nuovo comportamento’.

Solo i risultati del ‘nuovo comportamento’ ci rendono atti a liberarci da noi stessi.

Ciò che è importante non è tanto quello che si realizza, e, d'altronde, meno che mai può essere collegata a quest’aspirazione una mera quanto deleteria volontà autodeificante, ma, ciò che dovrà accadere all’interno dell’aspirazione maggiormente recondita, e' la restituzione senza rimpianto di quanto di più innocente può sussistere nel profondo di noi stessi e, perciò, realizzare l’essenza ineffabile di quanto è più estraneo alle dinamiche ottenebranti della vita.



L’idea stessa di amore, la sua percezione sublime deve subire un rivolgimento assoluto, poiché il suo stesso nucleo estasiato contiene in sé elementi pesantemente offuscanti.

L’acqua di Vita, menzionata nei trattati alchemici, riguarda l’immersione dell’iniziato nell'originaria, amara e chiarissima, ‘corrente eterica’ dove l’adepto ‘guarisce’: guarisce da cosa? dalle sue afflizioni e immedesimazioni parziali e Rettificando la propria coscienza, smaschera l’inganno primordiale che gli è stato collegato.

Peraltro, senza che questo significhi il poter estinguere il dolore insito nella circostanza stessa dell'esistere, ma, bensi', apprendere dalla pratica sperimentale di una ritrovata ierosofia (scaturita dal senso puramente tragico dell'esistenza) la facolta' di sopportare il dolore stesso, che e' ineliminabile dalle circostanze determinanti la nostra costituzione terrena. 

Per conseguire la liberazione ontologica, che in ogni caso significa la definitiva liberazione da se stessi, per neutralizzare e abolire l’onta ancestrale che l’ha sottomessa, la persona dovrà ripulirsi da ogni forma di sentimentalismo vischioso; pervenire a questo non è affatto agevole.     

Oltre le metaforiche ‘giunture’ e ‘midolla’ del corpo fisico menzionate nella lettera paolina, dunque, ben più profondamente di ogni profondità immaginabile, al nostro interno trova realtà l’azione della preesistente radianza geniale, per la quale è rivelata la dimostrazione ‘puramente immaginale’ che è in grado di tradurre la sorte dell’animo al di là della ‘griglia’ astrale, in cui da tempo immemore si dibatte.

La Verità della Luce preesistente, (la sua ricerca trova coincidenza con la stessa cerca graalica) fu contraffatta nell’identità stessa del Dio-entità e falsificata nell’ossequio di un compiacimento dottrinale rivolto al severo e morboso padrone della sua creatura, la quale, in buona sostanza, sarebbe anche la sua unica fonte di nutrimento eterico.

Si tratterebbe di fare intimamente appello alla forza della Luce gnostica, ovvero, all’alchemica ‘Volontà di Proiezione’ e, pertanto, elaborare la nostra ‘perla ignea’, pervasi di una serena partecipazione per la recita che quaggiù dobbiamo assolvere, consapevoli che la personalità ordinaria sta all’essenza come un capello o un unghia stanno alla fisionomia della persona cui appartengono.

L’integralità dell’essere dovrà emergere da un dominio multiforme attraversato da miriadi di esseri e di forze, che precisano il mistero della partecipazione cosciente a questa vita e la ragione stessa del nostro imprigionamento.

Il rimedio supremo è interno a noi, emblematizzato come la “Fonte segreta dell’essere”, la cui polla sorgiva scaturisce da un altro ‘campo di vita’ preesistente la manifestazione attuale.


La Luce preesistente è antitetica a tutto ciò che quaggiù gratifica la nostra identificazione ordinaria, mantenendo l’orbita del nostro io astrale, stabilizzata attorno un nucleo di suggestioni svianti. 

L’avvenimento di scoprire se stessi è un accadimento tutt’altro che carezzevole, ma costituisce l’esperienza indicibile di un evento propriamente doloroso: innanzitutto si tratta di morire a se stessi, ma, in un certo senso, estinguersi intimamente ricercando comunque la gagliardia fino all’ultimo istante dell’esistenza terrena ed oltre a ciò, oltre a quest’apparente assurdità, nulla può essere affermato, poiché l’incorrotta radianza originaria per sua essenza e destinazione è di natura non dialettica.

L’ego o emblematico drago interiore, è metaforicamente trafitto da una personale volontà non semplicemente ‘solare’, ma 'ultra solare', 'meta-solare', e chi fa appello alla sua ereditaria Forza di Luce dovra' simbolicamente portare il suo io alla tomba.

Qui trovano piena dimensione le parole che il Cristo simbolico rivolge a tutte quelle coscienze radicate nella sviante immedesimazione egoica, annodate nella fitta trama di complesse contraddizioni esistenziali, la cui intelaiatura emotiva trova compatta aderenza anche attraverso infinite storie di relazioni affettive, percepite come valori assoluti di gioia e patimento. 

In tutti i Vangeli canonici e apocrifi sono rivolte dure parole di ammonimento verso i bassi compiacimenti dell’ego, alle sue aspirazioni e afflizioni gravemente e vanamente illusorie, sovente dirette contro metaforiche paternita' e maternita' di deleterie convinzioni religiose, che sostanziano la radice di un errore ereditario rilegante la persona all'inganno ontologico originario (inganno propriamente arcontico) e variamente diversificato in una pluralita' di superstizioni mistiche contratte dalla maggioranza degli uomini fin dalla loro primissima infanzia; tale decisa convinzione trascendente, relativa all'importanza estrema di dover realizzare nella breve durata del passaggio terreno la Determinazione di Salvezza internata nelle inespresse potenzialita' dell'individuo, sarebbe così esplicitata in Matteo 10,32: “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell'uomo saranno quelli stessi di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me...”

L’unica valenza ammissibile è riconoscere in quel “degno di me” la dignificazione metaforica dell’animo ri-emergente dal pozzo fondo dei tormenti e angosce, sottratto dalle soffocanti spire di irrimediabili dipendenze emotive, a ritrovare la sua giusta collocazione. 

Altre soluzioni di comodo, prevalentemente consolanti, (cosa si consola? L’ego infimo) sono unicamente i molteplici aspetti dell’inganno in cui siamo racchiusi.     

La distanza intercorrente dal semplice privilegio di scrivere o leggere di ciò al beneficio della sua possibile realizzazione, è infinitamente più ampia del proverbiale intervallo posto tra il dire e il fare.

giovedì 4 gennaio 2018

Il desiderio perduto e l’istante – il nucleo iridescente dell’alchimia –




“E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne mangiò.
Allora si apersero gli occhi ad ambedue, e s’accorsero ch’erano ignudi; e cucirono delle foglie di fico, e se ne fecero delle cinture.

…E l’Eterno Iddio chiamò l’uomo e gli disse: ‘Dove sei?’ E quegli rispose: ‘Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura, perch’ero ignudo, e mi sono nascosto’. E Dio disse: “ Chi t’ha mostrato ch’eri ignudo? Hai tu mangiato del frutto dell’albero del quale io t’avevo comandato di non mangiare? ”

(Genesi, 3)

“Adamo ed Eva ne mangiarono e Subito si videro nudi, per cui si coprirono colle foglie del Giardino. Così Adamo disobbedì a Dio ed uscì dal Retto Sentiero. Ma Dio si volse benigno verso di lui, accolse il suo pentimento e lo ricondusse su quel sentiero”

(Corano, XX, 121-122).


Il cosiddetto ‘perdono di Dio’, nella visione veterotestamentaria tripartita nei tre grandi sistemi religiosi monoteisti, muta radicalmente la prospettiva escatologica dell'uomo, poiché il suo soggiorno terrestre diviene una fenomenale condizione di ‘esilio sorvegliato’, nel corso del quale il Creatore ‘guida morbosamente’ la sua creatura, instaurando con essa una relazione profondamente ambigua.
Nell'Antico Testamento in centinaia e centinaia di passi (se ne contano seicento!) è menzionata l'ira di Dio. E’ un Dio Irascibile, geloso, che punisce le presunte iniquità dei padri nei figli, fino alla terza e alla quarta generazione.

L’ira di Dio furoreggia come vento ardente sulle sorti del mondo e ciò avviene perché il mondo ai Suoi occhi è peccatore.

L'uomo, reso sgomento dall’ira minacciosa, confessa l’irrimediabilità della propria colpa e timoroso aspetta gli sia elargita la Grazia in luogo della sicura punizione.

Quest’aberrante prospettiva metafisica andrebbe definitivamente rifiutata.

Adesso più che mai andrebbero riconsiderati i motivi che avvincono l’uomo alla materia e al senso del divenire, ricavando la sostanza etica della formazione interiore in quegli stessi antichi testi sapienziali in cui, paradossalmente, la contraffazione teologica coesiste con la più pura Verità dell’essere.
Per esempio, nell'alchimia islamica non è mai esistita alcuna interpretazione dannata della materia, come invece fu per lo gnosticismo cristiano. Il filosofo Jàbir (Geber) VIII-IX sec. afferma che l'anima umana, di origine celeste, è comunque sprofondata nel mondo dominato dalla generazione e dalla corruzione, dove, in ogni caso, la ‘discesa’ non è concepita come il risultato di una maledizione, ma, piuttosto, è il tragico esito di una grave disattenzione.
Secondo Geber i mondi materiali non hanno una struttura differente ed estranea rispetto a quella dei mondi spirituali, poiché la natura delle relazioni che li anima è pressoché identica a ciascun livello, sebbene articolata in reciprocità differentemente strutturate.

Ibn Arabi, (XII sec.) individua la visione paradigmatica del destino umano (della sua accezione propriamente elettiva) illustrando il meraviglioso viaggio notturno compiuto dal Profeta Maometto attraverso le sfere celesti. Il viaggio estatico diviene la prefigurazione stessa dell’ineludibile processo trasmutativo (procedimento alchemico) interno ai motivi del divenire; dove l’incubazione simbolica è pienamente realizzata nelle profondità immateriali della dimensione spirituale. Da sempre l'alchimia, attraverso la dissimulazione allegorica, esprime la conoscenza delle metamorfosi spirituali.
Mediante successive purificazioni, l’animo si eleva di stazione in stazione, non tanto verso un Dio-entità che è altro da sé, ma, più propriamente, attraverso una purificazione continua, l'animo distillerebbe dalla propria ‘amalgama interiore’ l’inconoscibile parte incontaminata di sé stesso, che è la favilla dello spirito, intuita essere come l’ineffabile estensione residuale della purissima essenza pre-universale; estremamente recondita e considerata essere il fine ultimo della indagine conoscitiva.

Solo in essa troverebbe realizzazione ultima l’identità sovra-coscenziale dell’uomo, sulla cui sostanza, propriamente ‘divina’ null’altro si può effettivamente dire, poiché è impossibile a definirsi mediante l’esposizione piana di concetti ordinari.

E’ la proverbiale e infinitesimale ‘perla ignea’, l’oggetto della sottile elaborazione interiore, serbata in sensibile potenza da ogni anima incarnata, la cui vita, estesa ben oltre le coordinate spazio-temporali, comprende la verità di una prospettiva sovramondana in cui trova ultimazione il senso della Grande Opera alchemica.

Il compito essenziale consiste nell’estrarre dall'universo materiale le particole spirituali che vi sono precipitate, arrivando a ricongiungerle nell’ambito supremo di ciò che è antecedente alla creazione stessa, ossia, si tratterebbe di ricondurre all'unità perduta la dispersione dell'essere; metaforicamente, arrivando ad immergersi nuovamente nell'incontaminata “sorgente aurea”, in quel ‘luogo’ d’indicibile chiarità preesistente all’addensamento ottenebrante che è proprio della manifestazione attuale.
 
Sempre Ibn Arabi fornisce una descrizione rigorosa dell’emblematico procedimento formativo: “Con il termine alchimia viene designata la scienza che ha per oggetto le proporzioni e le misure applicate a tutto ciò che nei corpi fisici e nei concetti metafisici, nell'ordine sensibile e in quello intelligibile, implica la proporzione e la misura. Il suo potere sovrano risiede nella trasmutazione, ovvero nei cambiamenti dello stato riguardante la 'Sorgente unica'.”

Per accedere alla Luce dell'Origine, non sarebbe affatto sufficiente confidare nella guida del cosiddetto Creatore, poiché (eminente intuizione dei primi gnostici) e' nel risultato stesso dell’opera cosmica che è rivelata la contraddizione profonda del Demiurgo da cui tutto promana.

Egli dimostrò la sua più grave imperfezione nel momento stesso in cui palesò l’esigenza di demarcare la propria identità, imponendo una volonta' di supremazia assoluta, mostrando per questo un drammatico segno di debolezza pienamente rivelato nel dettame: “non avrai altro dio all’infuori di me”. Una frase questa immensamente contraddittoria, nella quale è implicitamente dichiarata l’esistenza di una molteplicità di dèi e dove, ugualmente, è manifestata la falsificazione stessa del soprannaturale.
Pertanto, non dovremmo acconsentire ulteriormente al fatto che la nostra intima direzione debba continuare ad essere orientata da elusive intelligenze sovrasensibili. Entità ambigue, il cui interesse fondamentale è quello di condurre l’uomo attraverso i meandri labirintici di una creazione contenuta in presupposti atrocemente discordi.  

Questa lastra olografica che è il Cosmo sarebbe stato appositamente strutturato per riflettere e assorbire la nostra intima ‘combustione emozionale’, continuamente ravvivata dai molteplici dissidi che caratterizzano le incerte progressioni dell’esistenza incarnata. E’ l’universo specchio del Demiurgo, che realizza nel riflesso distorto dell’ego la percezione di un invincibile aggiogamento dell’animo ad una imperscrutabile volontà superiore.

In un certo senso, per finire quaggiù, saremmo stati adescati mediante un astutissimo inganno in cui la riduzione infinita delle potenzialità elettive interne alla realtà dell’animo sembra rimanere, almeno per il momento, un enigma irrisolvibile.

Più di ogni altra circostanza solo una sembra delinearsi in forma maggiormente chiara: il Cosmo è ‘lastra impressiva’ in cui trovano risalto le più disparate suggestioni dell’animo.

La mente-persona, riflettendo illusoriamente se stessa nel Tutto, rafforza l’inganno primordiale instaurato dagli ‘Eoni’ decaduti che intesero affermare la loro supremazia posticcia, inverata attraverso una sorta di smaniosa contorsione che fu in grado d’imprimere nel grembo dell’indefinito preesistente un indicibile impulso rotatorio da cui prese avvio il Cosmo fisico, individuato essere il ‘luogo scintillante’ dell’istante.

Istante è ciò che immanentemente sovrasta – istante è accezione pressante, ugualmente, è ciò che incalza, che preme.

L’avvento dell’istante coincide all’ancestrale desiderio degli Eoni decaduti, che addensarono le successioni della realtà fisica attorno una sovrana illusione (ciò sarebbe la materia la cui intelaiatura, secondo la cosmogonia Indù, è specificata essere come l’illusorio velo di Maya).

L’universo sarebbe quasi un orma iridescente, un conio ardente impropriamente ricavato dalla preesistente matrice splendente, le cui ‘particelle’ salvifiche segretamente s’impressero nell’errore ancestrale, mescolandosi finemente alla contraffazione.

In ogni istante riecheggia l’atavico desiderio, la smania mai paga confusa al bene celestiale, un dissidio atroce che trova eco maggiormente profonda nell’irrisolta natura umana, intimamente scissa e contraddittoria.

L’aspirazione nell’uomo di voler affermare una propria identità a se stante, la sua ostinazione nel ritenere la maschera dell’ego un valore assoluto, acconsentendo a molteplici fisime di confondere il valore del proprio passaggio terreno, ciò si prefigura come l’estensione stessa dell’ancestrale desiderio squilibrato e mirabilmente rievocato nella complessa cosmogonia gnostica.

L’istante, dunque, costituirebbe l’ininterrotto avvio della corruzione e precipitazione vorticosa dell’essere all’interno di un’esperienza esemplarmente rischiosa, dove accanto alla dannazione sussiste anche l’unica premessa da cui poter nuovamente attingere l’originaria purezza perduta: è appunto in un istante che Adamo ed Eva si percepirono ‘nudi’.

Nell’istante si adatta l’abitudine mendace, ma è nell’istante che talvolta accade la sospensione puramente estatico visionaria, in cui ad ogni momento può rivelarsi lo spalancamento dell’abisso apocalittico o l’innalzamento supremo dei suoi significati salvifici.   
E’ nel cuore dell’istante che la disciplina ermetica, (alchimia) intende setacciare dai sedimenti emozionali grezzi le esigue particole auree della chiarissima, geniale, verità preesistente, (oro potabile o la rugiada celeste) il cui senso profondo istituisce l’ineffabile fondamento pre-egoico dell’essere.
L’allegorica moderazione del ‘fuoco di cottura’ cui fanno riferimento gli antichi trattati d’alchimia, riguarda la capacità dell’operante di saper regolare l’intensità della vigilanza interiore, essa stessa intesa essere il requisito essenziale per il compimento dell’opera – è la costante vigilanza del cuore: l’attenzione continua priva di tensione snervante = ‘eccesso di cottura’.  

Cedere alle illusioni dell’ego significa rinnovare, impossibilitandosi a rimuovere, gli innumerevoli vincoli (vincoli eterici) che ci rilegano all’azione deleteria, propriamente karmica, di causa effetto, la quale, in buona sostanza, reitera all’infinito la condizione eminentemente dolorosa del nostro immateriale debito animico-energetico.

La quintessenza del magistero alchemico, la cui dottrina è variamente ripetuta nel fondo etico delle grandi religioni rivelate, riguarderebbe il dovere d’intraprendere un’intima azione rettificatrice, la quale, non a caso, tradizionalmente è principiata dalla Fase al nero = interiore putrefazione del corpo egoico e, dunque, dalla facoltà, puramente volitiva, di operare in se stessi una determinata quanto severa distinzione, (distillazione) che mira a individuare nella propria natura inferiore il risultato di un innesto emotivo prevalentemente ‘artificiale’.

L’innesto emozionale dell’ego è accaduto in tempi talmente remoti da poter essere definiti come ancestrali, la cui memoria sedimenta nel fondo limoso e cangiante dei Miti originari della creazione.

Pertanto, il lavoro dell'alchimista è ispirato da una visione puramente ‘cardiaca’, riguardando le progressioni di un’ideale discesa interiore (all’interno della camera o caverna del cuore) per la quale, appare anche evidente, come l’elaborazione emblematica sia unicamente fondata sull'universo simbolico e religioso degli antichi ‘misteri del mestiere’ connessi alla metallurgia, ai segreti operativi di coloro che discendevano nelle profondità della terra per ricavare gli elementi utili al proprio lavoro: i minatori e fabbri dei tempi primordiali.

E’ nella disagevole discesa (immersione nel cuore dell’istante) che sarebbe implicita l’idea stessa di “sacrificio” e di “redenzione drammatica della materia”, connessa alla discesa nelle profondità della terra, nei cui meandri si estraggono quei minerali così spesso menzionati nei trattati di alchimia e dove la volta della caverna riproduce la stessa cupola celeste.

Ciò, tra l’altro, legittimerebbe tutta l’impalcatura allegorica delle diverse nascite divine avvenute in grotte o spelonche, giustificando in ciò determinate interpretazioni sapienziali connesse in particolar modo alla cosmogonia zoroastriana (nascita di Mithra) e successivamente cristiana (nascita di Gesù).

La nascita di Gesù, sul piano alchemico, è connessa a quella del ‘piccolo pesce’, il quale oltre a significare indubitabili connotazioni astrologiche, trova compimento anche nell’emblema dell'homunculus, o, più esattamente, nel “piccolissimo individuo minerale e filosofico, che sarà il germe del nostro uovo fecondato”.

L'analogia tra l'embrione alchemico e il Cristo fu spesso evocata dagli alchimisti cristiani, che non mancarono di assimilare il loro “pesce” all'ichthys delle catacombe, dato che esso prende forma nelle tenebre di paradigmatiche profondità universali; nuotando nel buio dove mai splendette la luce ordinaria, ma in cui rifulgerà l'ineffabile chiarezza dello Spirito.
Anche l'azione purificatrice del fuoco, la morte e poi la resurrezione simbolica delle ‘materie in fusione’, in una parola, tutto ciò che tende a presentare la perfezione come il risultato di una ‘raggiante’ sofferenza redentrice, è connessa ai temi allegorici che salvano dall’inganno cosmico.

Al periodo notturno della grotta immersa in una latente luminosità, succede il fulgore dell'Epifania. Il Caos luminoso si condensa, fino a concentrare la propria ineffabile gravità, attorno un polo unico, diventando il segno tanto atteso e caratteristico delle nascite sovrannaturali: la Stella. “I re dissero ai Sacerdoti nella loro lingua: Cos'è il segno che vediamo? E come per divinazione essi dissero: È nato il Re dei Re..”

Riconosciamo nell'uomo il potenziale divino, che si trova immerso nella materia e che non può salvarsi se non elaborando in se stesso la sua forma maggiormente esaltata, vale a dire il principio attuativo maggiormente estraneo alle fantasmagorie dettate dall’ego. Non si tratta di concepire una forma involuta di spiritualità intellettiva, ma, bensì, della prerogativa di poter elaborare, estrarre, dal proprio caos interiore l’allegorica Luce emanata dalla Luce, che è Luce interna alla luce stessa; Luce invisibile che è tenebra ad occhi solo materiali.

Secondo le parole dello Shaykh Ahmad Ahsani, “in fin dei conti, le anime sono luce-essere allo stato fluido. Analogamente anche i corpi sono luce-essere, ma allo stato solido”.