martedì 19 dicembre 2017

Odisseo e il labirinto della Conoscenza








“Siccome una giornata bene spesa dà lieto il dormire,

così una vita bene usata dà lieto il morire”

(Leonardo da Vinci)



Ulisse, ospite nella reggia di Alcinoo, chiede all’aedo Demodoco d’interrompere il canto struggente che commemora i trascorsi della guerra troiana, poiché ascoltarne la melodica rievocazione gli provoca intenso turbamento.
I poemi di Omero andrebbero considerati anche come la testimonianza cosciente della precipitosa e labirintica discesa occorsa all’uomo nell’ultima fase dell’attuale yuga o Età del ferro esiodea.


La Conoscenza è poesia: poesia integrale.


La coscienza poetica è coscienza propriamente virile (da Vir = eminente ispirazione trascendente) della propria mortalità, compresa essere occasione di formazione e passaggio verso ciò che è qualificato come inesprimibile.
Il nostro passaggio terreno costituisce l’attraversamento emblematico della "selva tenebrata".
L’esistenza è primariamente Allegoria, dove la luce da realtà al gioco chiaroscurale delle forme manifestate.
Noi non saremo mai pienamente coscienti finché non acquisiamo coscienza del nostro pieno significato simbolico.
Ulisse è il paradigma dell’uomo cosciente ma smarrito, su cui agiscono multiformi interferenze. Egli è il solo del quale Omero fornisce la specifica indicazione riguardo ai colori per alcune fasi della sua navigazione: il rosso per la prora della nave, il nero di cui era dipinta la nave successivamente presa per ricondurre Criseide al padre Criseo ed infine, il bianco delle vele issate nel viaggio di ritorno.



Questi sono i colori della celeberrima Grande Opera, ripresentati nella stessa Divina Commedia e che riguardano il senso di un tragitto labirintico puramente simbolico, essenzialmente volto alla trasmutazione (purificazione) interiore.


Egli non si piega definitivamente alle seduzioni della ninfa Calipso, rifiutandone in ultimo l’offerta d’immortalità fisica, dimostrando in ciò una superiore fedeltà verso se stesso. Egli attesta una persistente dedizione verso il proprio enigma, col dichiarare l'estrema lealtà nei confronti dell'esperienza di conoscenza interiore liberatoria, per la quale perviene a quanto di più umano vive nell'uomo.
Lui rifiuta di essere proprietà di una Dea, svincolandosi dalla sua malia intorpidente, che nel dono del privilegio apparente (l’immortalità terrena, che vale l’immortalità dell’ego) dissimula l’orribile realtà di una schiavitù eterna.
Decidendo altrimenti del suo destino si riappropria della sua facoltà immaginale, (multiforme ingegno) rifiutando un’immortalità che sarebbe stata solo egoica e sceglie di ri-trovare la sua ingenita (benché gravemente insidiata) condizione di ‘uomo libero’, libero in se stesso, dunque, che accetta la propria condizione esteriormente finita e mortale e che, soprattutto, dichiara libera da vincoli (vincoli propriamente eterici) che ne avvilirebbero definitivamente l'identità profonda.

 “Infelice! porti addosso una misera sorte anche tu!”
(Odissea XI, 618)


Queste sono le parole, di vaga reminiscenza gnostica, che l’ombra di Eracle rivolge ad Ulisse sceso nell’Ade.

Su queste parole è lontanamente riflesso il barlume del necessario riscatto esistenziale toccato in sorte ad ogni persona desiderosa di pervenire alle fonti splendenti dell'essere.

L'infelicità richiamata da Eracle allude all'incomprensione predestinata ad ognuno nei riguardi di se stesso, un'incomprensione profonda, internata nei misteri della nascita e del divenire.

La vocale I, (da cui I-taca) non solo nella lingua greca, esprime l’esperienza oggettiva del raggio di luce, dell’Io in posizione eretta, ovvero verticalmente collegato, e ‘I-OS’ è freccia.



Tornato in patria, Odisseo alfine tende l’arco, il quale, proprio per il fatto di essere allegoricamente custodito all’interno della propria dimora, nessun altro all’infuori di lui poteva piegare. Questo perché nessun altri all’infuori di noi stessi può decidere di vitalizzare la propria volontà. Ulisse, ritornato a Itaca, dunque, ritrovato se stesso, si avvale di arco e frecce per dissolvere l’impronta oscura che incrudelisce la propria dimora.

Simbolicamente l’azione di tendere l’arco vale il poter esercitare in sé una straordinaria volontà chiarificante e questo è il medesimo significato  contenuto nella Rivelazione Eleusina e Cristiana poi, peraltro, la cui ineffabile reputazione è menzionata nelle stesse lettere paoline, dove in Corinzi (4-6) si allude esplicitamente alla natura visionaria della sopravveniente consapevolezza, la cui verità: “rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza”.

In questa lettera Paolo fa riferimento all’irraggiamento del cuore, evento misterico contemplato da ogni Tradizione (il nucleo della Tradizione è primariamente estatico-veggente) dove l’uomo si rende propriamente umano attraverso l’esaltazione positiva della sua sensibilità sensitiva, (sua qualità trascendente) preavvisata nella vita terrena da una visione propriamente cardiaca.


Interiorizzare il senso dell’assedio cui è sottoposta la nostra “cittadella interiore”, vale interiorizzare la verità di una guerra massimamente opacizzata, scaltramente nascosta, quanto mai grave, i cui esiti ultimi necessariamente si svolgeranno interiormente a noi stessi.

Realizzare il “Chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo” significa contrastare il Fato che ci guida forzosamente in continui attraversamenti estenuanti, dove la confusa e fittissima selva delle emozioni adombra l’esistenza di sentimenti e nostalgie corte che impediscono l’effettiva Liberazione. In questo, gli Estratti da Teodoto (frammenti di scritti gnostici raccolti nel II sec. E. v. da Clemente d’Alessandria ai fini di una loro confutazione) sembrano aderire perfettamente ai significati simbolici del periplo di Ulisse orientato sulla via del ritorno alla patria perduta:
Ciò che ci rende liberi (da noi stessi) è la gnosi
Di chi eravamo

Di cosa siamo divenuti

Di dove eravamo

Di dove siamo stati gettati

Della meta verso la quale ci affrettiamo

Di ciò da cui siamo liberati

Di cosa sia veramente nascere

Di cosa sia veramente rinascere

La Conoscenza, pertanto, è una persistente tensione intuitiva, che espande la consapevolezza nella dimensione sovrarazionale, rischiarandola da motivi solo ottenebranti prodotti dalle vane fantasticherie di una psiche malgovernata.
Conoscenza è innanzitutto ‘illuminazione interiore’, e, benché in questa dimensione possa rivelarsi come evento fuggevole, il suo istantaneo barlume realizza nell’animo la sua ‘identità informale’ o la fulminea prefigurazione dell’intelletto poetico integrale, attraverso il quale la coscienza, pur dimorando dentro il limite mortale, presagisce il senso dell’eterno rilegandosi a ciò che preesiste all’attuale manifestazione.

La Conoscenza è il conseguimento di una pura Preparazione Iniziatica, dunque, facoltà inscindibile dall’Intuizione e Ispirazione, che conferiscono la maggiore autenticità al nucleo maggiormente remoto dell’essere; il cui riflesso è preavvertito nelle contraddittorie profondità della nostra designata condizione umana.

La Conoscenza è anche la consapevolezza della tragedia dell’essere, poiché ciò di cui si acquisisce consapevolezza, sostanzialmente, riguarda la perdita della propria integrità, che va ricercata oltre l’attuale assetto dimensionale, dentro il quale non potremo mai realizzare pienamente noi stessi.

Qui possiamo agire cercando unicamente la connessione positiva con determinati motivi interiori profondi, riguardanti il conseguimento di una “lieta gravitas” del tutto provvisoria, ma necessaria affinché la competenza non travisi la nozione in stolido apprendimento, non equivochi l’impegno in replica insensibile di automatismi produttivi ma pesantemente  squilibrati e, dunque, in massima parte deleteri.


 

 

 



























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