giovedì 7 dicembre 2017

La coscienza nella volontà di trascendere i limiti preordinati contraddice la condizione naturale



La natura non sarebbe perfetta in se stessa.

La natura, specchiandosi in se stessa, trova i motivi profondi della sua  dolorosa contraddizione, solidificata negli strati che formano l'involucro uomo, che riveste per motivi insondabili la cangiante (multipla?) coscienza.

L’uomo comune, seppur in forma estremamente opacizzata, potenzialmente ancora conserva un suo proprio vedere, un suo proprio sentire, in cui l’azione della forza esterna (la stringente contingenza materiale) può essere compensata da una definita azione interiore che arriva ad imprimere alla sostanza vitale che la circonda i motivi maggiormente profondi del suo stesso rinnovamento.

Su tale forza archetipale fonda l’allegoria del Cristo, il cui nucleo simbolico riguarda la potenza precosmica internata nell’animo di ogni uomo.

Ai margini estremi dell'Eone, irrompe l’evento Liturgico portato nella Rivelazione del Figlio dell’Uomo comunicando di quali Misteri sia pervasa la natura vorace e la traccia imperscrutabile (il primo Segno o immateriale Sigillo) connessa all’accadere della sua manifestazione.

Nulla che preesiste alla realtà materiale può essere chiarito. Tale ineffabile principio di preesistenza alla manifestazione fisica vive profondamente in noi, in una forma straordinariamente “diluita” ed è proprio in questa estrema diluizione di senso, che equivale ad una fonda indeterminatezza, che la nostra identità attinge i suoi più significativi motivi di rinnovamento.

Ciò che qualifica la dignità dell’uomo sembra essere destinato a rimanere eternamente inesprimibile, ma, inspiegabilmente, (evento questo assai raro) anche ugualmente conoscibile.

Unicamente nella coscienza può realizzarsi quel processo di segreta raffinazione, in grado di estrarre dal nucleo delle cose finite la “frazione d’infinto” in cui trova immediato collegamento la nostra identità (consapevolezza) maggiormente recondita, (l’ego avversa questo ineffabile principio d’individuazione, poiché quando accade ciò coincide con la sua stessa estinzione).  

La prefigurazione dell’infinito realizza una drammatica contraddizione in seno alla determinazione naturale, che circoscrive la manifestazione all’interno della finitezza.

Nella dimensione attuale, unicamente nell’uomo sembra poter lampeggiare l’intuizione di ciò che apparrebbe come impossibile, poiche' e' solo dell'uomo la prerogativa di aspirare a realizzare cio' che appunto sembra irrealizzabile; ciò che addirittura pur non sembrando a livello esteriore una riuscita eclatante, ugualmente, è qualificata come l'inesauribile e prodigiosa risorsa immaginale dell'animo: la sua facolta' ancestrale, chiamata anche Volonta' Superiore, in grado d'incidere significativamente sul corso degli eventi.

La sferzante sostanza delle parabole evangeliche, ci rammenta con forza che ogni sapere è virtualmente impotente, solo la primordialità di un intenzione chiarificata può agire nella trama degli eventi, arrivando a travalicarli infinitamente.

Il messaggio evangelico afferma che ogni sapere meramente strumentale prima o poi palesa la sua corruzione, i cui esiti ultimi sono risolti nella contaminazione assoluta.

Cristo, dunque, arriva a rivelare, ri-velare = velare nuovamente, rivestire di “nuove” significazioni la primordiale Verità; quella Verità che sola può rendere l’uomo libero: libero da cosa? da se stesso.

E’ l’invito deciso a ri-considerare la qualità recondita totalmente contraria all’identificazione determinata dall’ego. In questo non si dovrebbe parlare di fede quanto di educazione interiore alla percezione della primigenia forza, sovranamente ignota e profondamente sedimentata nell’identità umana, la cui realtà tragicamente contraddittoria è riferita nella stessa espressione: “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada” e ancora: “Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre…” (Matteo, 34-35)

Nell’iconografia il volto del Cristo è lo sguardo che ogni coscienza in cammino rivolge a se stessa, è uno sguardo in cui trova dissolvenza il riflesso della piccola coscienza storica ordinaria la cui estrema vacuità costituisce, attraverso plurime e complesse incrinature emotive, il pretesto ottimale per l’infiltrazione di ogni vincolo diabolico (influenza del dominio arcontico).