martedì 12 dicembre 2017

il selfie come negazione del ritratto


Nella mediazione costante della nostra identità, filtrata da supporti informatici sempre più sofisticati, abbiamo estinto quasi completamente la possibilità di realizzare uno stato di assoluta lealtà verso noi stessi (a ciò ottemperavano le iniziazioni antiche).
La visione interiore connessa alla capacità di un chiaro orientamento spirituale, è come del tutto accecata dall’attuale  forma d’ipnosi globalmente irraggiata.
Ad esempio, in pittura, originariamente l’idea del ritratto assolve ad una funzione propriamente elettiva, dunque, squisitamente ermetica, che, nel pretesto di tramandare ai posteri la parvenza esteriore (effimera) della persona, lo sguardo dipinto riferisce la profondità stessa dell’enigma vitale custodito dall’animo. L’immagine convalida la preziosa testimonianza dell’enigma di una coscienza vigile, profondamente interrogativa nella volontà di rendere partecipi del medesimo mistero elettivo quanti arrivano ad ammirarla.   

In questo si considerino i ritratti funerari del Fayum, velati di un’inconsueta (quasi radiosa) inquietudine o turbamento felice, in cui gli sguardi esprimono un monito e assieme una muta esortazione connessa al significato maggiormente profondo dell’antico adagio “conosci te stesso”.


Ritratti che riguardano la fattiva estensione dell’essenza del defunto, che è come restituita alla partecipazione vitale (ultramondana) del mistero ultimo già presagito nell’esperienza della vita terrena e del definitivo intendimento delle profondità simboliche dell’essere, consegnate all’oscurità di sepolcri dove le tenebre non possono estinguere la veridica testimonianza spirituale.
Come ha osservato acutamente Silvia Ronchey: “ L’immagine “vera” non è quella che si guarda ma quella da cui si è guardati, il cui sguardo ci attrae verso un’altra dimensione, ci avvicina all’enigma dell’essere, porta lo spettatore ad astrarsi dai tratti fisici per transitare, attraverso quel tramite, squarciando quel velo, varcando quella soglia, dalla facilità della facies (l’apparenza superficiale) alla complessità dell’idea (rappresentazione interiore di un eidos profondo)”.


L'eidos è ciò che causa ad una cosa, quel che la cosa stessa è, cosa rappresenta e se priva di tale impalpabile sostegno smarrirebbe di significato. L’eidos, qualificandosi come la natura interna alla cosa, è intimo all’essenza dell’opera e l’opera si qualifica come lavoro rischiarato, elevato, da una particolare qualità dell’applicazione: che e' la qualità propriamente veggente dell’attenzione.
La veggenza, è ciò che intuisce sussistere oltre alla manifestazione apparente l’identità maggiormente autentica dell’essere, la cui anticipazione nella dimensione attuale è rivelata da una coscienza ridestata in sé stessa.
L’eidos sarebbe il tratto d’unione tra il comunicato e il principio ineffabile che lo anima, quella porzione liminale separante l’identità dall’essenza inesprimibile.
Unicamente la poesia (intuizione poetica) può sopravanzare i purissimi ed evanescenti contorni dell’eidos, comunicando la più alta realtà alla condizione terrena e meta-terrena, precorrendo attraverso il supporto dell’opera l’identità cangiante (sovra-ideale) dell’animo. 
Non a caso determinati valori congiunti alla realtà dell’animo sono continuamente aggrediti e dispersi dall’eggregora evocata nella dimensione tecnologica, la quale, in sostanza, nella continua definizione di sistemi “chiusi”, metaforicamente, costituisce quasi l’ossidazione dell’eidos stesso.
Attualmente, nell’assenza pressoché totale di vitalità, sostituita quasi del tutto da un vitalismo solo esteriore, intimamente spento ma mentalmente sovraeccitato, miliardi di immagini, gli autoscatti presi con l’iPhone, sembrano ridurre la consapevolezza a triste ammiccamento e sterile compiacimento.
Le persone per mezzo dei selfie insistono col rendersi dozzinale souvenir di se stesse, restituendosi nella continua insignificanza di un grossolano apparire.
E’ la miserrima consolazione dell’ego, che spesso rivestendo  forme seduttive meschine o attraverso cialtronesche ostentazioni, confina l’identità dell’individuo in una dimensione completamente scialba, pericolosamente stagliata in bilico sulla voragine del nulla esistenziale più fondo che la storia abbia mai sperimentato.