giovedì 28 dicembre 2017

Gnosi




La moderna produzione industriale dimostra sempre di più d'essere un fare senza realmente vedere, la cui sovrabbondanza inquinante soffoca ogni altra aspirazione di sviluppo possibile, quasi a costringere la persona, soverchiata dall'imperante disarmonia, ad una sorta di consapevolezza impotente nel rettificare lo squilibrio abnorme in cui è coinvolta.

Il pericolo maggiore è che la consapevolezza, progressivamente inclinata sul riscontro di un degrado irreversibile, s’immerga completamente nella visione che domina il cosiddetto “progresso”, il quale, internamente ai suoi motivi è sovranamente contraddistinto da una tensione puramente nichilista. Questa nuova forma di nichilismo operoso, attraverso la meccanizzazione ossessiva estingue i significati maggiormente profondi rileganti l’essere alla manifestazione.

In sostanza, è l’antica questione che connette la Forma all’Evento, enigma mirabilmente custodito dalle Civiltà cosiddette ‘Classiche’ e miseramente profanato nell’era della produzione meccanicizzata.

L’incomprensione profonda dell’identità – della nostra identità – e quindi, per riflesso, l’incomprensione stessa del ‘senso superiore’ da cui promana e dei significati che sarebbero propri all’agire, dell’agire inteso come soluzione centrata del divenire, altera i luoghi in cui viviamo mediante una contaminazione composita che l’uomo sembra ormai totalmente incapace a rimediare.    

E’ all’opera una macroscopica opera di rincoglionimento generalizzato. Prolifica una spuria dottrina new-age inneggiante all’emancipazione del pensiero e della coscienza, la quale, per come è spiegata in queste pubblicazioni, appare solo come un’estensione rarefatta dell’ego terreno. In campo materiale quanto mistico la sola parola d’ordine reiterata a forza è quella di Emancipazione, peraltro, senza che ci si renda conto di quanta infida astrazione sia contenuta in questo termine così tanto insistentemente riecheggiato nei meandri destinali della vita.

All’interno di questa accuratissima griglia sub-atomica non si opera solo col facile pensare e né si comprende col solo fattibile operare, oggi costituito da un determinato agire altamente composito ma intimamente cieco.

La cosiddetta realtà non è quella che si vede o che si pensa, né diviene altro da quello che è per il solo fatto che uno possa pensarla diversamente da ciò che in sostanza essa struttura.

E’ la rivelazione di Morpheus a Neo, arguita da antiche cosmogonie gnostiche, secondo le quali noi agiamo preordinati all’interno di un complesso tramaglio energetico, il cui primo significato è quello di costituire una pura rappresentazione allegorica: l’ingannevole teatro del tragicomico dramma esistenziale. La cifra meno evidente del nostro patire sarebbe dunque avviata da un inganno ancestrale.

Che cosa ho fatto? Non sono nessuno, non ho fatto niente, niente! (Neo)


In ciò le scuole mistiche di oriente e occidente trovano comune accordo.

L’inganno cosmico è inganno propriamente ontologico innestato sul perno, peraltro estremamente malfermo, dell’io storico occasionale che qui incarniamo, assolvendo in questo all’inesplicabile fatalità che ci qualifica come esseri umani.

Scorre all’interno delle frequenze addensanti la realtà fisica il residuo della primigenia, increata, ‘ingenua essenza geniale’ filtrata tra le giunture della maestosa e dispersiva architettura universale. Unicamente da questo impercettibile sopravanzo sensibile scaturirebbe l’innata facoltà umana della ‘reminiscenza’, ossia, l’attivazione della Coscienza Superiore connessa agli Stati inesprimibili dell’Essere, occasionalmente ottenebrato nella sua precipitazione nel giro delle Ere.

Non avvalendosi dello strumento solo materiale dell’intelligenza che l’uomo può prefigurare se stesso quale ‘atanor’ vivente, ideandosi come un’identità remotamente multiforme e splendente, in cui riversare, con infinita pazienza, le esigue stille di quella ‘rugiada celeste’ necessaria all’elaborazione interiore del proverbiale ‘oro potabile’ o ‘medicina aurea’, valevole al compimento dell’emblematica trasfigurazione spirituale. 

In un certo senso, l’alambicco ritorto e annerito dell’ego occlude l’entrata all’atanor della Coscienza Superiore, che arriva a disperdersi dimentica di sé nelle sue stesse profondità incontaminate.

L’alambicco dell’ego non può assimilare la residua facoltà geniale preesistente alla manifestazione attuale, che respinge attirando solo le frequenze più basse, quelle occorrenti alla solidificazione dell’inganno, al compattamento dell’illusione atavica stratificata nell’affermazione completamente sviante dell’IO SONO.

L’Io sono, astutissima contraffazione innestata nell’involucro uomo dal Demiurgo, è rafforzata tanto nell’affermazione che nella negazione stessa di ogni valore metafisico: Io rinnego qualsiasi Dio o, all'opposto, posso affermare di credervi: mi assolvo in Dio, mi rimetto a Lui, Lo Prego, Lo Adoro, Lo Temo; il fondamento dell’inganno archetipale non muterebbe in ogni caso di significato (piacere e dolore, ugualmente, alcune concezioni di bene o male, assolvono alla medesima funzione coagulante questo intricatissimo intrappolamento primordiale).

La proiezione psichica o ‘elementale’ della coscienza, individuata nella sostanziale incomprensione dell’io sono, perdura sicuramente anche dopo l’estinzione vitale del corpo fisico, dove l’essenza maggiormente sottile dell’identità è attirata su di una trama d’illusioni certamente meno densa di quella materiale ma non per questo meno vischiosa.

La via d’uscita che apre verso il ‘centro trascendentale’, è dissimulata dall’inganno arcontico, in cui il personale baricentro emozionale di ognuno costituisce il preminente motivo di attrazione verso la gravità di un universo prevalentemente formato di suggestioni svianti. Per questo motivo tutte le scuole sapienziali affermarono che il passaggio a questa vita è un essenziale momento di preparazione, di preminente formazione quanto estrema vigilanza interiore.

In ciò, l’evento meteorologico del ‘fulmine’ fu prefigurato come l’irruzione del principio di verità in un mondo di tenebre, quale irruzione momentanea ma ugualmente certa del ‘centro trascendentale’, sulla cui Rivelazione subitaneamente corrono ad addensarsi le forze contrarie dell’inganno primordiale: gli elaborati sistemi organizzati delle religioni rivelate, le cui dottrine non sono da rigettarsi interamente, ma, andrebbero attentamente vagliate e maggiormente oggi, appunto, di questi tempi di pretesa emancipazione.

Il pesante rivestimento normativo delle religioni istituzionalizzate, oltre ad ogni possibile strumentale significazione storico materialista, ricopre primariamente il principio ineffabile dell’ispirazione originaria, rivestendo il significato di cio' che e' qualificato come ‘Grazia’, il cui simbolico carattere ‘illuminante’, peraltro, è ciò su cui maggiormente insiste il magistero degli antichi Misteri, riverberato fin dentro il nucleo del messaggio evangelico.  

L’evidenza della menzogna è la nostra stessa immagine riflessa nello specchio, è la stessa ostinazione nel voler credere al ‘salvatore celeste’, o nella stessa sua ostinata negazione. La menzogna sta nel credere alla supremazia della sola ragione, così come nel credere di essere o di non essere, perché in fondo, l’insegnamento misterico del magistero alchemico, (la sua più elevata veggenza) verterebbe proprio sull’inesplicabile circostanza di una prodigiosa distillazione intima, per la quale, in ultimo, l’ispirazione alata può realizzare, ad un livello maggiormente profondo di comprensione, che l'asserzione dell'io sono non va affatto intesa con l’ordinaria identificazione di se stessi: poiché, mirabile paradosso questo, essere realmente 'se stessi' varrebbe l'estinzione completa di sé. Quale verità maggiormente enigmatica, estremamente liberatoria, come pure scomoda e amara di questa? 

Il compimento ultimo dell’uomo, dunque, consisterebbe nel realizzare quell'ineffabile stato di suprema vacuità, (il Ku della disciplina Zen) arrivando a idearsi, nell'estremo superamento di se stesso, quale transitorio involucro contenente una luminosa perfezione di vuoto.   

     

     



martedì 19 dicembre 2017

Odisseo e il labirinto della Conoscenza



"Siccome una giornata bene spesa dà lieto il dormire,

così una vita bene usata dà lieto il morire"

(Leonardo da Vinci).


La Conoscenza è poesia: poesia integrale. La coscienza poetica e' coscienza propriamente virile della propria mortalità, compresa essere occasione di formazione e passaggio verso ciò che è qualificato come inesprimibile.

Il nostro passaggio terreno costituisce l’attraversamento emblematico della "selva tenebrata". L’esistenza è primariamente Allegoria, dove la luce da realtà al gioco chiaroscurale delle forme manifestate.

Noi non saremo mai pienamente coscienti finché non acquisiamo coscienza del nostro pieno significato simbolico.

Ulisse, chiede all’aedo Demodoco, d’interrompere il canto struggente, poiché ascoltarne la melodica rievocazione gli provoca intenso turbamento.

I poemi di Omero andrebbero considerati anche come la testimonianza cosciente della precipitosa e labirintica discesa occorsa all’uomo nell’ultima fase dell’attuale yuga o Età del ferro esiodea.

Ulisse è il paradigma dell’uomo cosciente ma smarrito, su cui agiscono multiformi interferenze. Egli è il solo del quale Omero fornisce la specifica indicazione riguardo ai colori per alcune fasi della sua navigazione: il rosso per la prora della nave, il nero di cui era dipinta la nave successivamente presa per ricondurre Criseide al padre Criseo ed infine, il bianco delle vele issate nel viaggio di ritorno.

Questi sono i colori della celeberrima Grande Opera, ripresentati nella stessa Divina Commedia e che riguardano il senso di un tragitto labirintico puramente simbolico, essenzialmente volto alla trasmutazione (purificazione) interiore.

Ulisse non si piega definitivamente alle seduzioni della ninfa Calipso, rifiutandone in ultimo l’offerta d’immortalità fisica, dimostrando in cio' una superiore fedeltà verso se stesso. Egli attesta una persistente dedizione verso il proprio enigma, col dichiarare l'estrema lealtà nei confronti dell'esperienza di conoscenza interiore liberatoria, per la quale perviene a quanto di più umano vive nell'uomo.
Lui rifiuta di essere proprietà di una Dea, svincolandosi dalla sua malia intorpidente, che nel dono del privilegio apparente (l’immortalità terrena, che vale l’immortalità dell’ego) dissimula l’orribile realtà di una schiavitù eterna.

Egli decide altrimenti del suo destino, col rifiuto di un’immortalità solo egoica sceglie una ri-trovata condizione di ‘uomo libero’, libero in se stesso, dunque, che accetta la propria condizione esteriormente finita e mortale e che, soprattutto, dichiara libera da vincoli (vincoli propriamente eterici) che ne avvilirebbero definitivamente l'identità profonda.

“Infelice! porti addosso una misera sorte anche tu!”

(Odissea XI, 618)

Queste sono le parole, di vaga reminiscenza gnostica, che l’ombra di Eracle rivolge ad Ulisse sceso nell’Ade. Su queste parole è lontanamente riflesso il barlume del necessario riscatto esistenziale toccato in sorte ad ogni persona desiderosa di pervenire alle fonti splendenti dell'essere.
L'infelicità richiamata da Eracle allude all'incomprensione predestinata ad ognuno nei riguardi di se stesso, un'incomprensione profonda, internata nei misteri della nascita e del divenire.

La vocale I, (da cui I-taca) non solo nella lingua greca, esprime l’esperienza oggettiva del raggio di luce, dell’Io in posizione eretta, ovvero verticalmente collegato, e ‘I-OS’ è freccia.

Tornato in patria, Odisseo alfine tende l’arco, il quale, proprio per il fatto di essere allegoricamente custodito all’interno della propria dimora, nessun altro all’infuori di lui poteva piegare. Questo perché nessun altri all’infuori di noi stessi può decidere di vitalizzare la propria volontà. Ulisse, ritornato a Itaca, dunque, ritrovato se stesso, si avvale di arco e frecce per dissolvere l’impronta oscura che incrudelisce la propria dimora.


Simbolicamente l’azione di tendere l’arco vale il poter esercitare in sé una straordinaria volontà chiarificante e questo è il medesimo significato  contenuto nella Rivelazione Eleusina e Cristiana poi, peraltro, la cui ineffabile reputazione è menzionata nelle stesse lettere paoline, dove in Corinzi (4-6) si allude esplicitamente alla natura visionaria della sopravveniente consapevolezza, la cui verità: “rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza”

In questa lettera Paolo fa riferimento all’irraggiamento del cuore, evento misterico contemplato da ogni Tradizione (il nucleo della Tradizione è primariamente estatico-veggente) dove l’uomo si rende propriamente umano attraverso l’esaltazione positiva della sua sensibilità sensitiva, (sua qualità trascendente) preavvisata nella vita terrena da una visione propriamente cardiaca.

Interiorizzare il senso dell’assedio cui è sottoposta la nostra “cittadella interiore”, vale interiorizzare la verità di una guerra massimamente opacizzata, scaltramente nascosta, quanto mai grave, i cui esiti ultimi necessariamente si svolgeranno interiormente a noi stessi.

Realizzare il “Chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo” significa contrastare il Fato che ci guida forzosamente in continui attraversamenti estenuanti, dove la confusa e fittissima selva delle emozioni adombra l’esistenza di sentimenti e nostalgie corte che impediscono l’effettiva Liberazione.

In questo, gli Estratti da Teodoto (frammenti di scritti gnostici raccolti nel II sec. E. v. da Clemente d’Alessandria ai fini di una loro confutazione) sembrano aderire perfettamente ai significati simbolici del periplo di Ulisse orientato sulla via del ritorno alla patria perduta:

Ciò che ci rende liberi (da noi stessi) è la gnosi

Di chi eravamo

Di cosa siamo divenuti

Di dove eravamo

Di dove siamo stati gettati

Della meta verso la quale ci affrettiamo

Di ciò da cui siamo liberati

Di cosa sia veramente nascere

Di cosa sia veramente rinascere

La Conoscenza, pertanto, è una persistente tensione intuitiva, che espande la consapevolezza nella dimensione sovrarazionale, rischiarandola da motivi solo ottenebranti prodotti dalle vane fantasticherie di una psiche malgovernata.
Conoscenza è pervicace assentimento ‘felice’ alle corrispondenze sottili coordinanti la realtà universale.

Conoscenza è innanzitutto ‘illuminazione interiore’, e, benché in questa dimensione possa rivelarsi come evento fuggevole, il suo istantaneo barlume realizza nell’animo la sua ‘identità informale’ o senso dell’intelletto poetico integrale, attraverso il quale la coscienza, pur dimorando dentro il limite mortale, presagisce il senso dell’eterno.

La Conoscenza è il conseguimento di una pura Preparazione Iniziatica, dunque, facoltà inscindibile dall’Intuizione e Ispirazione, che conferiscono la maggiore autenticità al nucleo maggiormente remoto dell’essere; il cui riflesso è preavvertito nelle contraddittorie profondità della nostra designata condizione umana.

La Conoscenza è anche la consapevolezza della tragedia dell’essere, poiché ciò di cui si acquisisce consapevolezza, sostanzialmente, riguarda la perdita della propria integrità, che va ricercata oltre l’attuale assetto dimensionale, dentro il quale non potremo mai realizzare pienamente noi stessi.

Qui possiamo agire cercando unicamente la connessione positiva con determinati motivi interiori profondi, riguardanti il conseguimento di una “lieta gravitas” del tutto provvisoria, ma necessaria affinché la competenza non travisi la nozione in stolido apprendimento, non equivochi l’impegno in replica insensibile di automatismi produttivi ma pesantemente  squilibrati e, dunque, in massima parte deleteri.



giovedì 14 dicembre 2017

Frammenti babilonesi



Il tormento dell’antico uomo mesopotamico, fissato su numerose iscrizioni, già reca testimonianza sofferta dell’avvenuta incrinatura della propria integrità spirituale. Questa e' presagita quasi come irrimediabile, poiché profondamente minata dall’ingerenza di sovrastanti entità invisibili, estremamente mutevoli e verso le quali, benché egli attesta una documentata fiducia, pur sempre avverte in cuor suo un’istintiva diffidenza. Gli dèi possono essere mossi dal capriccio e per quanto l’uomo possa essere vigilante, non può sempre garantirsi dalla loro incontrollata ostilità.
La persona antica articolava i rapporti con la dimensione invisibile attraverso un definito corredo operativo magico religioso, il quale, mediante una ritualità appropriata, poteva regolare al meglio l'interazione con determinate ‘interferenze’. L'assidua osservanza di tali norme liturgiche, vincolava il sodalizio immateriale ad una dipendenza che immancabilmente andò degenerandosi e dalla quale l’uomo, in definitiva, ha avuto più da perdere che guadagnare.
Tale presentimento d’inganno ontologico, più tardi rivelato appieno nella cosmogonia gnostica, già è preavvertito in alcuni brani dell’antecedente letteratura accadica, il cui carattere sapienziale è incentrato sulla condizione dell’uomo decaduto e penosamente avviato lungo la via dell’intima rettificazione. 

Il succo penitenziale della dottrina babilonese, successivamente verra' riversato nel recipiente veterotestamentario della controversa rivelazione mosaica, in particolare nel ‘Siracide’ e nel ‘Qoelet’, in cui l’acre insegnamento, addensato in brevi massime di sfolgorante amarezza poetica, informa della sostanziale vacuita' che contraddistingue l'esistenza umana occasionalmente incarnata.
Secondo quest'insegnamento l'uomo, quando chiuso in se stesso, è fondamentalmente incapace di uscire dal proprio dilemma riflessivo, (la sola ragione, non potrà mai dare una risposta definitiva) ma unicamente attraverso la sua intima aspirazione, esemplarmente purificata, puo' arrivare ad estendere la propria essenza ben oltre i delimitati confini della durata terrena, arrivando in ultimo, per mezzo di una suprema dimenticanza di se', a fondersi nell’inconoscibile dimensione dell’eternità.
Dalla Teodicea babilonese:
“Chi ier sera era vivo, stamane è già morto.
In un momento s’oscura e in fretta si fa euforico.
In un batter d’occhio (la gente) canta allegra, un istante dopo geme come dei piagnoni.
Poiché il loro animo si muta come ‘aprire e chiudere’
Attanagliati dalla fame, diventano come corpi morti; ma appena sono sazi, gareggerebbero con i loro dèi.
In prosperità cianciano di scalare i cieli ma nell’abbattimento lamentano di scendere agli inferi.
Io sono sconcertato, non ne comprendo il senso”
(vv. II, 39-49)
“Il dio protettore non sbarra la strada a un demone” (XXXIII, 244)
“ Il cuore degli dèi è remoto come il centro dei cieli; difficile ne è la conoscenza, la gente non l’afferra” (VIII, 82)
E se nel verso 219 si ammonisce di seguire la via degli dèi ed osservarne i riti, altrove si afferma anche: “son deciso a lasciar correre le ordinanze del mio dio e a mettere sotto i piedi i suoi riti”.
La vita, congiunta al presente Ciclo (il cui avvio trova approssimativa coincidenza con la decadenza sumera e l’inizio del calendario ebraico, calcolato dalla tradizione rabbinica attorno al 3760 a.C.) identificato essere come Età oscura, riserva alla sorte dell’uomo più dolori che gioie, dovendo ammettere con ciò che la composizione dell’ordinario quadro esistenziale, converga le sue direttrici prospettiche verso un punto di fuga alquanto umbratile a rivelare, nella scena sommamente allegorica della vita, più zone d’ombra che luci; ed è proprio da tali zone d’ombra, per l'appunto definibili come ‘eteriche’, che l’eggregora preposta al nostro fondo assoggettamento trova il più ampio margine d’azione.
Vari altri frammenti, catalogati nella prima metà del secolo scorso dal Prof. W. G. Lambert prefigurano lo smarrimento puramente cosmico caratterizzante lo stato interiore dell’individuo di ogni età storica, in particolar modo uno tra questi si rivela quanto mai attuale: 
“l’uomo...spaventato,la porta…si fa attento verso il cielo…”

(KAR 174 = VAT 8807 Rovescio III)




martedì 12 dicembre 2017

il selfie come negazione del ritratto


Nella mediazione costante della nostra identità, filtrata da supporti informatici sempre più sofisticati, abbiamo estinto quasi completamente la possibilità di realizzare uno stato di assoluta lealtà verso noi stessi (a ciò ottemperavano le iniziazioni antiche).
La visione interiore connessa alla capacità di un chiaro orientamento spirituale, è come del tutto accecata dall’attuale  forma d’ipnosi globalmente irraggiata.
Ad esempio, in pittura, originariamente l’idea del ritratto assolve ad una funzione propriamente elettiva, dunque, squisitamente ermetica, che, nel pretesto di tramandare ai posteri la parvenza esteriore (effimera) della persona, lo sguardo dipinto riferisce la profondità stessa dell’enigma vitale custodito dall’animo. L’immagine convalida la preziosa testimonianza dell’enigma di una coscienza vigile, profondamente interrogativa nella volontà di rendere partecipi del medesimo mistero elettivo quanti arrivano ad ammirarla.   

In questo si considerino i ritratti funerari del Fayum, velati di un’inconsueta (quasi radiosa) inquietudine o turbamento felice, in cui gli sguardi esprimono un monito e assieme una muta esortazione connessa al significato maggiormente profondo dell’antico adagio “conosci te stesso”.


Ritratti che riguardano la fattiva estensione dell’essenza del defunto, che è come restituita alla partecipazione vitale (ultramondana) del mistero ultimo già presagito nell’esperienza della vita terrena e del definitivo intendimento delle profondità simboliche dell’essere, consegnate all’oscurità di sepolcri dove le tenebre non possono estinguere la veridica testimonianza spirituale.
Come ha osservato acutamente Silvia Ronchey: “ L’immagine “vera” non è quella che si guarda ma quella da cui si è guardati, il cui sguardo ci attrae verso un’altra dimensione, ci avvicina all’enigma dell’essere, porta lo spettatore ad astrarsi dai tratti fisici per transitare, attraverso quel tramite, squarciando quel velo, varcando quella soglia, dalla facilità della facies (l’apparenza superficiale) alla complessità dell’idea (rappresentazione interiore di un eidos profondo)”.


L'eidos è ciò che causa ad una cosa, quel che la cosa stessa è, cosa rappresenta e se priva di tale impalpabile sostegno smarrirebbe di significato. L’eidos, qualificandosi come la natura interna alla cosa, è intimo all’essenza dell’opera e l’opera si qualifica come lavoro rischiarato, elevato, da una particolare qualità dell’applicazione: che e' la qualità propriamente veggente dell’attenzione.
La veggenza, è ciò che intuisce sussistere oltre alla manifestazione apparente l’identità maggiormente autentica dell’essere, la cui anticipazione nella dimensione attuale è rivelata da una coscienza ridestata in sé stessa.
L’eidos sarebbe il tratto d’unione tra il comunicato e il principio ineffabile che lo anima, quella porzione liminale separante l’identità dall’essenza inesprimibile.
Unicamente la poesia (intuizione poetica) può sopravanzare i purissimi ed evanescenti contorni dell’eidos, comunicando la più alta realtà alla condizione terrena e meta-terrena, precorrendo attraverso il supporto dell’opera l’identità cangiante (sovra-ideale) dell’animo. 
Non a caso determinati valori congiunti alla realtà dell’animo sono continuamente aggrediti e dispersi dall’eggregora evocata nella dimensione tecnologica, la quale, in sostanza, nella continua definizione di sistemi “chiusi”, metaforicamente, costituisce quasi l’ossidazione dell’eidos stesso.
Attualmente, nell’assenza pressoché totale di vitalità, sostituita quasi del tutto da un vitalismo solo esteriore, intimamente spento ma mentalmente sovraeccitato, miliardi di immagini, gli autoscatti presi con l’iPhone, sembrano ridurre la consapevolezza a triste ammiccamento e sterile compiacimento.
Le persone per mezzo dei selfie insistono col rendersi dozzinale souvenir di se stesse, restituendosi nella continua insignificanza di un grossolano apparire.
E’ la miserrima consolazione dell’ego, che spesso rivestendo  forme seduttive meschine o attraverso cialtronesche ostentazioni, confina l’identità dell’individuo in una dimensione completamente scialba, pericolosamente stagliata in bilico sulla voragine del nulla esistenziale più fondo che la storia abbia mai sperimentato.



giovedì 7 dicembre 2017

La coscienza nella volontà di trascendere i limiti preordinati contraddice la condizione naturale



La natura non sarebbe perfetta in se stessa.

La natura, specchiandosi in se stessa, trova i motivi profondi della sua  dolorosa contraddizione, solidificata negli strati che formano l'involucro uomo, che riveste per motivi insondabili la cangiante (multipla?) coscienza.

L’uomo comune, seppur in forma estremamente opacizzata, potenzialmente ancora conserva un suo proprio vedere, un suo proprio sentire, in cui l’azione della forza esterna (la stringente contingenza materiale) può essere compensata da una definita azione interiore che arriva ad imprimere alla sostanza vitale che la circonda i motivi maggiormente profondi del suo stesso rinnovamento.

Su tale forza archetipale fonda l’allegoria del Cristo, il cui nucleo simbolico riguarda la potenza precosmica internata nell’animo di ogni uomo.

Ai margini estremi dell'Eone, irrompe l’evento Liturgico portato nella Rivelazione del Figlio dell’Uomo comunicando di quali Misteri sia pervasa la natura vorace e la traccia imperscrutabile (il primo Segno o immateriale Sigillo) connessa all’accadere della sua manifestazione.

Nulla che preesiste alla realtà materiale può essere chiarito. Tale ineffabile principio di preesistenza alla manifestazione fisica vive profondamente in noi, in una forma straordinariamente “diluita” ed è proprio in questa estrema diluizione di senso, che equivale ad una fonda indeterminatezza, che la nostra identità attinge i suoi più significativi motivi di rinnovamento.

Ciò che qualifica la dignità dell’uomo sembra essere destinato a rimanere eternamente inesprimibile, ma, inspiegabilmente, (evento questo assai raro) anche ugualmente conoscibile.

Unicamente nella coscienza può realizzarsi quel processo di segreta raffinazione, in grado di estrarre dal nucleo delle cose finite la “frazione d’infinto” in cui trova immediato collegamento la nostra identità (consapevolezza) maggiormente recondita, (l’ego avversa questo ineffabile principio d’individuazione, poiché quando accade ciò coincide con la sua stessa estinzione).  

La prefigurazione dell’infinito realizza una drammatica contraddizione in seno alla determinazione naturale, che circoscrive la manifestazione all’interno della finitezza.

Nella dimensione attuale, unicamente nell’uomo sembra poter lampeggiare l’intuizione di ciò che apparrebbe come impossibile, poiche' e' solo dell'uomo la prerogativa di aspirare a realizzare cio' che appunto sembra irrealizzabile; ciò che addirittura pur non sembrando a livello esteriore una riuscita eclatante, ugualmente, è qualificata come l'inesauribile e prodigiosa risorsa immaginale dell'animo: la sua facolta' ancestrale, chiamata anche Volonta' Superiore, in grado d'incidere significativamente sul corso degli eventi.

La sferzante sostanza delle parabole evangeliche, ci rammenta con forza che ogni sapere è virtualmente impotente, solo la primordialità di un intenzione chiarificata può agire nella trama degli eventi, arrivando a travalicarli infinitamente.

Il messaggio evangelico afferma che ogni sapere meramente strumentale prima o poi palesa la sua corruzione, i cui esiti ultimi sono risolti nella contaminazione assoluta.

Cristo, dunque, arriva a rivelare, ri-velare = velare nuovamente, rivestire di “nuove” significazioni la primordiale Verità; quella Verità che sola può rendere l’uomo libero: libero da cosa? da se stesso.

E’ l’invito deciso a ri-considerare la qualità recondita totalmente contraria all’identificazione determinata dall’ego. In questo non si dovrebbe parlare di fede quanto di educazione interiore alla percezione della primigenia forza, sovranamente ignota e profondamente sedimentata nell’identità umana, la cui realtà tragicamente contraddittoria è riferita nella stessa espressione: “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada” e ancora: “Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre…” (Matteo, 34-35)

Nell’iconografia il volto del Cristo è lo sguardo che ogni coscienza in cammino rivolge a se stessa, è uno sguardo in cui trova dissolvenza il riflesso della piccola coscienza storica ordinaria la cui estrema vacuità costituisce, attraverso plurime e complesse incrinature emotive, il pretesto ottimale per l’infiltrazione di ogni vincolo diabolico (influenza del dominio arcontico).