mercoledì 29 novembre 2017

Pistis Sophia (o dello smarrimento dell'anima)





"Nevicano nel mio cuore sofferenze nascoste"
(Henry de Régnier)

Dalla Persia iranica e poi mandea e manichea, dalle religioni misteriche mediterranee fino alla dottrina gnostica e, in buona sostanza, dalle forme devozionali estatico-veggenti delle tradizioni di ogni continente, rinveniamo una significativa convergenza d’indizi certi riguardanti l'azione di una predazione energetica sottile, che l’uomo subisce fin dai suoi primordi e di come tale avvenimento, benché invisibile, in realtà costituisca l’elemento cardine attorno cui ruota l’evolversi della manifestazione cosciente diffusa nella vita del Cosmo.

Pistis Sophia: con questo nome la dottrina gnostica identifica l’emblema dell’anima primordiale che, nella finzione allegorica, è illusa a divenire, suo malgrado, la madre delle forme.

Tale evento precosmico accadde a seguito della frantumazione dell’iniziale desiderio di cui fu pervasa, inizialmente acceso dall'angoscia e la paura di perdere la vita a seguito del sopraggiunto ottenebramento di superiori sensi elettivi, che, per motivi inesplicabili, gli vietò la prossimità alla Chiarità Primordiale, (Luce dell'Uno) provocandole confusione e smania di non poter più pervenire alla sua primigenia Fonte Splendente.

E’ a causa di questa brama (occorsa come una variazione degradata della frequenza originaria) che la dimensione attuale, la materia, (hyle) e il suo sostegno sottile - anima (psykhe) - ebbero comparsa occasionale.

Nella dottrina gnostica Sophia assieme al Cristo rappresentano le categorie sensibili attribuite all’ultima emanazione divina rivelata nel presente Ciclo. Loro emblematizzano gli ultimi motivi (facoltà residua della Memoria Splendente) dispiegati lungo l’ampiezza di Ere incalcolabili, in grado di rilegare i margini estremi dell’Eone alla Pienezza archetipale, (Pleroma) garantendo alla coscienza l’effettivo collegamento con l’originaria Radianza Splendente dispersa nelle tenebre materiali.
Il dramma della redenzione di Sophia attraverso il Cristo o il Logos, fonda la dimensione tragica dell'universo, riversata e addensata nell’Uomo, il quale figura un puro enigma contraddittoriamente stagliato nel multiforme scenario del Cosmo.

Quaggiù realizziamo, nostro malgrado, l’interiore e misteriosa quanto talvolta ambigua, variazione periodica emozionale dei continui dissidi interiori, diversificando i significati di molteplici aspirazioni spesso confuse, se non quando avvilite, finanche corrotte, pur disponendo ancora dell’eclissata facoltà di poterci riferire al primigenio bene perduto, il cui senso di smarrimento è richiamato alla memoria sensibile mediante la preziosa facoltà della compassione, (la compassione è una qualità viscerale) remotamente accordata, seppur a differenti estensioni e modulazioni, con l’atavica aspirazione di riscatto dell’animo (presentimento dell’eterno pur essendo coinvolto nella degradazione terrena).

Aprire la breccia di luce sovrasensibile nella barriera tra noi e l'inconoscibile, tra noi e l’ignoto, è un potere latente nella coscienza di ognuno, ma a cui ciascuno può precludersi la verità scegliendo, più o meno consapevolmente, la dimenticanza, disperdendo miseramente la preziosa facoltà ancestrale.
Un testo gnostico fondamentale, gli Atti di Tommaso, contiene una pagina rivelatrice: “Il Canto della Perla” o anche detto “Canto dell’Anima”, la dove nell’espressione “canto” si possono intuire gli accenti del dramma cosmico e il riferimento alla svalutazione dell’elettiva frequenza originaria, occasionalmente addensata nella dimensione presente, che è posta in costante bilico tra l’aspirazione redentiva e la precipitazione dannata dentro un vuoto di tenebre (Kenoma).

In questa dimensione il mutevole contrasto offerto dalle infinite gradazioni dell’ombra e della luce, dell’alternanza tra la notte e il giorno, pervade i molteplici contrasti chiaroscurali di una fascinazione ineffabile che, per il tramite della riflessione poetica, è rivelata essere l'emblema del dissidio intercorrente tra l’equivoco (inganno) e la Verità (Pleroma – Pienezza dell’Uno – contrapposto al Kenoma – Vuoto obliante – ).

Protagonista del “Canto della Perla” è il figlio del Re metaforicamente disceso in Egitto, (terra ancestrale e limes ideale tra la congiunzione di differenti dimensioni) come paradigma dell’anima discesa in questo basso mondo alla ricerca di una perla, non a caso custodita da un tremendo rettile (serpente).

Al figlio, che per il viaggio dovrà vestire un’immonda veste, (il corpo) lo si invita a rammentare continuamente le proprie origini, poiché il luogo dove si reca favorisce la dimenticanza.

Altresì, nel testo religioso dell’India, l’Atharva-deva la perla è custodita sempre da rettili, in questo caso da draghi che abitano il fondo degli abissi. E’ loro premura tenerla in ostaggio poiché con essa si possono estrarre filtri d’immortalità. In buona sostanza in tutti i miti il legittimo proprietario della perla è l’uomo e la perla è l’emblema della prodigiosa facoltà creatrice dell’anima, resa impotente dall’accidentale disorientamento.

E’ nel fondo di tale disorientamento che il conflitto spirituale, inevitabilmente si produce, ripetendosi attraverso l’indefinita  durata di più Cicli cosmici.

Nel conflitto è implicita la duplicità del nostro carattere e ciò rivela della possibile appartenenza dell’identità a differenti domini.

Nella dimensione attuale, che nel mito gnostico è scaturita quasi da un incubo di Sophia, agisce internamente ai ritmi naturali una funzione occulta di essenza superiore, definita come “destino”, nel cui valore, a un dato momento del suo percorso esperenziale, l’autonomia della coscienza è riassorbita.

La coscienza, l’idea consapevole, si rifonde nel significato di “destino”, quasi come se ciò costituisse il completamento della sua ultima prova, a sancire gli inconoscibili esiti dell’avvenuto passaggio da questa ad un'altra dimensione.

Lo smarrimento archetipale di Sophia è propagato nell’interiorità dell’uomo ed echeggia continuamente nel fondo della sua inquietudine, rimbomba nelle sue brame e assilli mai completamente appagati.

L’idea del “Male” sarebbe riassunta nel continuo impedimento esercitato da una forza contraria alla libera determinazione della coscienza, che posta sotto il suo influsso è limitata, impedita senza tregua fino all'estremo annichilimento, coincidente al dissolvimento totale della chiara consapevolezza.

La chiara consapevolezza scaturisce dal primigenio flusso trascendente, a cui ogni azione realmente significativa trova necessariamente corrispondenza.

Per tale motivo una ragione scissa da questo principio sovrasensibile è orientata a preordinare soluzioni esistenziali che in definitiva si rivelano per essere fondamentalmente disumane. Nell’epoca attuale non il sonno ma bensì l'insonnia della ragione genera i mostri che deformano a incubo la realtà.
La serena consapevolezza, riguarda l’intuizione certa che oltre all’uomo vive il sovraumano e solo qui risiederebbe il suo principio d’individuazione. Attraverso il sovraumano è dischiusa la via al sovrannaturale, che, metaforicamente, potrebbe essere definita come la chiarissima e rettilinea via ascendente, che svincola l’animo dall’atavica stretta rettiliana; affrancandolo dal giogo impostogli dagli Arconti.

Nel mito gnostico tutta la Creazione è come se fosse pervasa di un ammonimento estremo, che risuona nelle profondità ardenti delle sue masse, a costituire nel monito disperante la vibrazione fondamentale di tutti i nuclei orbitali.

L’uomo è la sensibile cassa di risonanza del grido divino disperante. Il suo inudibile richiamo predestina la coscienza ad una lentissima e faticosa affermazione di conquista, che pure tra arresti e fonde sconfitte, indebolimenti estremi e molteplici interferenze, al dunque, mediante l’esercizio costante di una disciplina integrale e vigilanza interiore continua, riuscirà a mutare la cecità in visione, il grido in canto, la pesantezza in levità.

In fin dei conti non vi sarebbe altra libertà possibile per l’uomo se non quella di realizzare la definitiva liberazione da se stesso, di realizzare perciò l’estinzione della propria coscienza individuata, (nido dell’ego) essendo questa il frutto contaminato di un infido innesto avvenuto all’alba dei tempi.




Da tale prospettiva, l’ultima dimensione artificiale dell’hi-tech, e ciò credo sia incontrovertibile, si rivela come lo scatenamento estremo di quelle forze contrarie alla determinazione dello spirito*.

L’imminente nostro cablaggio alla macchina, assolve ad una corrotta aspirazione d’immortalità solo materiale, che intende la coscienza come strumento di comprensione solo orizzontale. Secondo il pensiero moderno la deteriorabilità della mente fisica costituisce solo un irrimediabile difetto anziché essere il motivo dell’ineffabile, quanto prodigiosa, sebbene dolorosissima, occasione di dislocazione (passaggio) dell’animo in differenti ordini di realtà.

L’intento è quello di renderci completamente asserviti all’idea di un ipotetico miglioramento evolutivo, a costituire in ciò l’estensione del dominio infero sull’intero corso della Manifestazione attuale.

Non dovremmo continuare ad ignorare che sottostando alla “verità della macchina”, rimaniamo totalmente incapaci di riconoscerci come chiare identità operanti all’interno del mutevole enigma simbolico dell’Universo, appunto, incapaci di poter individuare nelle sue profondità immaginali i varchi della nostra effettiva Liberazione.       



*Il cosiddetto “fatto sperimentabile” la sua arida dimostrazione pratica, in ogni caso è riferibile ad un parametro non solo di ordine quantitativo ma, soprattutto, qualitativo, il quale, a sua volta, inevitabilmente rimanda al significato di “valore”.

Il valore, prima d’ogni altra possibile accezione, da sempre riferisce di un eminente significato simbolico – il che non vuol dire relativo ad un tipo di astrazione modernamente intesa, cioè, di un’ipotesi avulsa dai fondamenti concreti della manifestazione – in quanto è attraverso il senso simbolico stesso (meta-senso) che si risolve l’idea autenticamente cosciente, che si rivela la sensibilità introspettiva dell’intelletto, che amplia la propria riflessione oltre l’immaginabile.

Il poter enunciare una fredda evidenza algebrica costituisce una conseguenza dell’azione intellettiva e non il suo fondamento.

L’identità umana è stagliata nella vita del Cosmo come enigma lucente, screziato di tutti i contrasti emozionali e rivelato, appunto, come enigma contenuto all’interno di un altro enigma: quello universale, dove istituisce l’identità maggiormente profonda della totalità della vita.

L’aspirazione e l’intenzione, le forze motrici del divenire, al dunque, rivelano a quale potenza di riferimento noi scegliamo di appartenere. 
In definitiva siamo noi a scegliere chi essere e qui non mi riferisco ad un'identificazione ordinariamente esteriore, che riguarda il ruolo sociale rivestito dall'ego, per il quale varrebbe un altro discorso a parte. 
L'identita' recondita, la natura profonda del carattere, a un dato momento del percorso di consapevolezza, se opportunamente preparata potra' determinare nella persona un tipo di saldezza interiore che e' indipendente dalla maschera storica rivestita. 
Prima o poi e' auspicabile che giunga il momento di una attenta verifica interiore, per la quale uno puo' accorgersi se e' schiavo o sovrano delle proprie debolezze e paure, intese queste essere come le crepe emotive della struttura animica, attraverso le cui fenditure trovano libero accesso molteplici forme d’interferenze e suggestioni malevoli.


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