mercoledì 27 settembre 2017

A tutela del proprio destino


“Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità. E se scoprirai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso”.

(Agostino: De vera rel. 39, 72)


Nella Tragedia greca era regola il canto, quale ultima propagazione dell’intonazione archetipica rivelata sulla scena del dramma. Dall’ideazione tragica muoveva la catarsi, così come nelle iniziazioni ai Misteri e nel racconto rituale dei miti, la verità fu intesa come "verità del cuore".

Il cuore è la camera labirintica in cui risuona, lievita, lo stupore ideativo. Esso è la principale circostanza d’elezione da cui far scaturire la propria riflessione, altrimenti condannata ad essere arida catalogazione di dati inerti.

Il linguaggio poetico è l’unico che può parlare dell’ineffabile, prefigurarlo, ma anche distorcerlo, per questo la poesia è un mezzo e non un fine.

La poesia è la felice disciplina necessaria a garantire nella realtà fisica il nostro rilegamento alla dimensione trascendente.

La visione è Rivelazione, (profezia) pertanto, si qualifica come apocalisse e, dunque, poesia del Cosmo, a costituirne l'intima unità e occasione stessa del suo fondamento.
In tale eminente ispirazione si addensa il nucleo insolvibile, (adesso occasionalmente eclissato) dello spirito tradizionale, in cui converge ogni cammino di Conoscenza interiore (stupefatta, estatico-visionaria).

Non coltivando in noi il senso del prodigio, non matureremo mai l’idea sana di presagio, (Aristotele – metafisica) presagio elettivo, per il quale possiamo adottare un certo modo di re-agire, o sano agire, che è contrario ad ogni morbosità ed istigazione suscitata dal basso ego, il quale, in definitiva, costituisce solo un aspetto parodistico dell’autentica azione interiore.

Potremmo considerare la mente stessa dell’uomo storico come l’impianto esogeno atto a depistare la verità dell’io, amplificato falsamente dalle molteplici e perennemente mutevoli deformità dell’ego.

Il nostro stesso DNA potrebbe essere il primo impianto innestato da una inconcepibile manomissione originaria, atta catturare e disorientare una profonda intuizione dello spirito.

La catena ribonucleica nella sua significativa funzione di codifica, in un certo senso, sarebbe l’antenna catalizzatrice delle frequenze che formano la nostra attuale prigione di densità.
Proprio su tale equivoco creazionistico, all’interno dei rapporti sottili instaurati dalla coscienza umana con la dimensione infinita, la cui intuizione determina l’enigma più profondo concernente la natura dell’essere, che hanno trovato innesto le molteplici ingerenze metadimensionali di carattere preterumano.

Perciò, dovremmo senz’altro diffidare quando una qualsiasi istituzione religiosa suggerisce di sottometterci agli insondabili voleri di Dio, poiché è proprio la richiesta della sottomissione incondizionata a rivelare la sostanziale inimicizia dell’entità che la esige mediante un qualsiasi rito codificato, e non importa quanto esso sia antico.

L’uomo è il dio “disattivato”, sinistramente spento. Nell’uomo solo risiede il “dio morituro” e nell’estremo acuirsi della crisi, in preda al delirio, arriviamo ad invocare ombre falsate di un demiurgo impostore (parassita cosmico) credendo di riconoscervi il nostro salvatore.

In un certo senso, quanti si trovano sull’orlo della disperazione e invocano una volontà che reputano altra da sé, in quel momento stabiliscono un patto segreto ed è come si dannassero non solo due ma infinite volte.

La Grazia non è concessa, si coglie o si manca di cogliere, non arriva alla persona che si prostra realizzando una forma di puro accattonaggio spirituale che mette in sintonia con entità ambigue. 

Sicuramente l’uomo non si esaurisce in se stesso, ben altra è la dimensione spirituale, ma non è peregrino chiedersi quali attenzioni eteriche possano connettersi alla nostra interiorità nel momento in cui, attraverso le leve del dolore e della disperazione, la fragilità emotiva apre lo scrigno della coscienza a forze ignote.
Il timoratissimo aspetto devozionale per entità celesti o infere è da rigettare completamente, senza per questo scadere nel disincanto del più bieco materialismo.
Ora sarebbe davvero un dovere per noi tentare di estrarre dal senso della Tradizione la sostanza maggiormente pura, ciò che dovrebbe interessare è quanto può ancora nutrire l’intima gemmazione aurea.
In sostanza, i controllori occulti un tempo chiamati Deva dagli indù, in definitiva, tutti gli antichi Dèi appartenenti ai più disparati sistemi religiosi, il dio del Corano, lo Jehovah veterotestamentario, il Cristo cattolico martirizzato e immolato per il Padre a Redenzione dell’umanità intera, (questa poi, un’assoluta perversità teologica – è sempre bene rammentare che tale dottrina fu divulgata e infine imposta ai popoli essenzialmente manu militari – dal cui ufficio era inevitabile scaturissero rarissimi esempi di autentica chiarità umana assorbiti, dispersi, dentro la marea di un oscuro operare, abilmente orchestrato da una foltissima pletora di ministri pervertiti, i quali, a vicende alterne nei secoli, hanno non solo rinnegato con le loro azioni turpi la purezza di cui si dichiaravano custodi e garanti, ma, soprattutto, i più scaltri e "talentuosi" tra questi, consolidato la Grande Chiesa come una fra le maggiori potenze economiche del pianeta) insomma, dalle frequenze di tutti costoro, dalle loro apparenti lusinghe di salvezza, è bene rimanere distanti.

mercoledì 20 settembre 2017

le tensioni dell'anima



“La disciplina dell’anima è la fatica del cuore…è un’attenzione sul dominio delle passioni dell’anima per impedir loro di introdursi nel luogo segreto e spirituale (inviolabilità dell’integrità)
(Isacco di Ninive)
Il tempo è la dimensione che in sé contiene infinite estensioni possibili, che sono passaggi stessi ad altri ulteriori e avverabili aumentati stati di coscienza.
Adesso la tessitura degli eventi trascolora sempre più velocemente su questo supporto labile, costituito dallo scenario già logoro dei cosiddetti “tempi nuovi”, la cui precoce consunzione è propria all’estremo deterioramento dei significati spirituali di cui il presente Ciclo è affetto.
L’impoverimento spirituale di un’Età prefigura il deterioramento estremo dell’intero periodo o Ciclo cui essa appartiene e dov’è rivelata come imminente la fine (rinnovamento) dell’umanità che lo attraversa.
La durata dello stato di crisi, benché sia intimamente congiunto al sentimento profetico, non è esattamente prevedibile e nel culmine degli eventi epocali dove, peraltro, trova coincidenza l’idea stessa del grande sacrificio cosmogonico da cui prese avvio la nostra Era. 
L’inizio e la fine trovano coincidenza al termine del giro delle diverse Età appartenenti alla manifestazione attuale, dove s’individua la medesima impronta tragica congiunta ai significati maggiormente profondi della vita scaturita dalla dimensione presente.
Svuotata di tensioni spirituali la realtà, prima di consumarsi definitivamente, diviene il supporto di una mutazione involuta, propriamente fantasmica, una funzione questa che riconosciamo essere egregiamente assolta dalla dimensione industriale e hi-tech, nonché dal vitreo ottimismo assimilante la massa inebetita di tutte quelle “anime morte” che assai stolidamente, irretite a differenti livelli esecutivi, freneticamente partecipano per attuarne l’inquinante dominio.  
La rivelazione del Vero non potrà mai essere scientifica, e, benché nell’attuale dimensione nessuno la possa ottenere, ugualmente ciascuno opportunamente preparato può arrivare ad intuirne l’essenza, che non risiede in aride equazioni algebriche.
Il fondamento del vero risiede nel dominio surreale di ciò che si qualifica come trascendente, ed è veicolato alla coscienza da puri simboli “onirici”.
L’intero universo fisico è una transitoria emanazione ardente, ininterrottamente rinnovata sull’istante (illusoriamente infinito).
La coltre iridescente del Cosmo è finemente intessuta di una mutevole visione d’incanto, su cui continuamente sono attirate le nostre incarnazioni.
La vita in questo Ciclo è incardinata sul perno della necessità, che oscilla tra i due estremi costituiti dall’atrocità e levità.
Nell’attuale “prigionia” di anime, personificate dentro l’involucro fragile ma ancora tenace del corpo fisico, la rivelazione stessa dell’animo disimpegnato dall’ottenebramento materiale e ancora vincolato alla densità fisica che lo contiene, sembra rivelarsi come un lampo che si staglia sullo sfondo di una tenebra eterna.
La mirabile costruzione allegorica dell’esistenza diviene estremamente reale quando la consapevolezza umana dimostra la sua maggiore profondità d’indagine al momento di svincolarsi dal supporto fornito dalla sola intelligenza materiale.
Il tronco simbolico della manifestazione visibile riguarda la pertinenza di una selva enigmatica invisibile, per massima parte inesprimibile, oltre alla quale vive la prima e chiarissima essenza geniale preesistente l’universo fisico, che permea attraverso molteplici percorsi carsici le differenti emanazioni universali atte a canalizzarne la radianza.
Il riflesso occasionale dell’uomo fisico cosciente trasparisce a questa luce sovrasensibile come un prisma vivente. La coscienza è una sensibile lente riflessiva, radiosa e addolorata, questo perché nell’uomo della presente Età dimostrano di convergere i raggi di tutte le possibili contraddizioni esistenziali e, insieme a queste, tutti i segni enigmatici scaturiti dal cielo e della terra.
Per tale motivo, presso ogni tradizione, la determinazione maggiormente salda della persona e la sua identità sovrana si rivelano appieno unicamente per mezzo di una visione, che realizza l’effettiva presa di coscienza dell’avvenuto sacrificio cosmogonico e che determinò l’originaria caduta ontologica.
Apprendere dell’ineluttabilità del sacrificio, non significa non poter anche riconoscere in questo l’indizio stesso di un probabilissimo inganno atavico, (la profonda intuizione gnostica) ma, in ogni caso, qualsiasi possa essere la natura e la causa del nostro attuale addensamento, l’insegnamento misterico di tutte le tradizioni sacre arriva comunque a convergere sulla dovuta attenzione costante dell’animo, all’esercizio della continua vigilanza interiore sull’istante; questo perché nel cuore dell’istante, dunque in noi, insospettabilmente, convergono di continuo una pluralità di mondi e di possibili interferenze.