martedì 1 agosto 2017

rinnovato esistenzialismo








 
Individuiamo con maggior chiarezza i motivi del nostro stare: l’essenza coincide all’esistenza, la quale, tutt’altro che costituire un arricchimento dell’altra, proprio per il fatto di attualizzarla ne determinerebbe il sostanziale impoverimento.

L’ineludibile passaggio dal mondo delle essenze a quello delle sostanze, costituirebbe un autentico scadimento.

Nel Mito, il sostanziale decadimento è relativo alla consapevolezza dell’anima precipitata nel mondo dei sensi terreni, e, dunque, del suo eminente smarrimento dentro un infido intrico simbolico (la materia) per il quale, il valore preminente, lo spirito,  molteplicemente condensato e mescolato nelle più diverse forme sensibili, svigorisce progressivamente predisponendosi a cedere la sua indefinibile essenza a voleri oscuri.

Tutte le originarie cosmogonie individuano i dissidi di un atroce dramma, sussistente tra lo scontro di tenebre e luce. La nostra interiorità non potrà mai esulare dai significati ermetici di questa guerra, pena la sua estinzione.
Non è affatto un caso che ora le aspirazioni del peggior incubo tecnocratico sottendono ad un progressivo abbassamento del nostro significato, (cedimento ontologico) il quale, con ogni evidenza, sembra raggiungere l'apice con la geoingegneria clandestina aviodispersa, la medicalizzazione forzata e i recentissimi interventi per l’inserimento del microchip sottocutaneo (tutte intromissioni accampate a motivo della “nostra sicurezza”). 
Ingegnosi espedienti, la cui invasivita' costituirebbe solo l’inizio di un’aberrazione assai maggiore. 
L’idea malsana è quella di fondere alla struttura biologica una forma d’intelligenza detta artificiale = programmata e programmabile, (una circostanza priva di effettiva memoria sensibile) per dare sistemazione definitiva ad una nuova società, agglomerato di ebetoidi stolidamente senzienti (in questo, peraltro, già vi sarebbero riusciti per buona parte).


In questi termini, nella materia andrebbe a raggiungere l'apice il suo aspetto maggiormente tenebroso, determinato dall’inganno atavico, (caduta ancestrale) che nella “precipitazione” sempre più fonda nella cieca necessità, prevede la definitiva separazione dell’esistenza dalla sua ineffabile essenza: la separazione definitiva dai suoi motivi di riscatto-redenzione.
Per tali motivi dopo Platone, del quale è nota la teoria delle idee divine, (all’essenza corrisponde la luce necessaria affinché l’uomo possa individuare il giusto orientamento per condurre a buon esito la propria esistenza) Agostino d’Ippona, nell’urgenza di saldare il dogma ad un principio d’invincibile verità sovrasensibile, individuò a fondamento dell’essenza il Verbo: ogni aspetto della vita universale è suono condensato, dalle stelle alle più segrete forme di vita sottomarine, una medesima incandescenza vibra modificandone variamente le strutture; influenzate dagli accordi di un’unica consonanza.

Una legge, quella naturale, di conformità spietata, duramente selettiva, certo, ma che reca in sé i germogli del sublime, la cui eco maggiormente profonda giunge a risuonare nella coscienza umana, dove evoca la verità di un ulteriore, ineffabile accordo esistente tra presenza cosciente e manifestazione naturale; i cui più alti comunicati si riassumono nella figura archetipica del Cristo: nei Misteri di colui che, nell'ultima porzione del Ciclo attuale, dimostra la via del riscatto dalla mera necessità materiale (a ogni modo, tali Misteri sono stati completamente falsati dalla costrizione dogmatica).

La materia, soprattutto, è una vibrazione rappresa ma fluida, a livelli differenti di consistenza tutto è fluente, ogni cosa è compenetrata e a sua volta sprigiona delle sottili emanazioni reattive; il tutto è animato da una prerogativa sensibile, il cui enigma preminente agisce nel dominio della spontaneità.

Molti aspetti della realtà materiale, per quanto oggi dimostrino di subire un’ossessiva contraffazione, ancora sono in grado di restituire alla coscienza buona parte delle remote vibrazioni di fondo, (frequenze coerenti) che sono la base cospicua della manifestazione visibile.

L’impronta industriale, simulando la spontaneità dove di fatto questa è assente, (tramite la scansione di frequenze incoerenti) deforma le cadenze sottili originarie (profanazione dei misteri) rendendole sostanzialmente incompatibili con la vita cui va a sovrapporsi (inquinamento multiforme).

Nelle cadenze originarie è implicito lo scontro fra tenebre e luce, l’avvento della dimensione industriale, per i rapporti scellerati cui obbliga l’ambiente e i conseguenti sviluppi prevalentemente contaminanti, con l’imposizione di una desacralizzazione massima in favore di un profitto mosso da forze cieche, sbilancia le proporzioni del conflitto ancestrale a pieno favore dell’oscurità.

La materia non è solo un luogo di tenebre, (non lo è ancora, ma sembra manchi davvero poco affinché lo diventi) confusa a molteplici travisamenti e sviamenti di senso, questa dimensione, attraverso la sua densità, offre aperture che introducono a percorsi autenticamente trascendenti, benché tali vie alla risalita si dimostrano proverbialmente disagevoli, alla fine sono le uniche che vale la pena di provare a percorrere, affinché l’esistenza possa reputarsi realmente degna di essere vissuta.

In questa corrente continua della manifestazione visibile, i “sedimenti aurei” che vi scorrono, costituiscono per la coscienza i preavvisi, le preziosissime intuizioni innalzanti alle massime altezze l’essenza umana, rivelando la dimensione dello spirito.

Ogni persona in “cammino” ha il compito di dragare pazientemente il continuo flusso della propria esistenza, cercando in essa quest’oro potabile.

In sostanza, ognuno è chiamato a bonificare la propria palude esistenziale, (paludi domestiche) separando dalla fanghiglia psichica ed emozionale, i preziosi corpuscoli “aurei” in grado di restituire il maggior senso alla sua presenza cosciente.

L’animo è stupore ideativo, accidentalmente avviluppato in strati maggiormente densi della manifestazione – l’uomo è simbolo polisenso – una gemma intarsiata da una sostanza puramente enigmatica quanto preziosa, il cui mistero essenziale (che è mistero poetico e non algebrico) è stato valorizzato dagli antichi in forme sublimi; la cui essenza sembra rimanere inaccessibile a noi moderni.

Più o meno distrattamente, noi, possiamo mirarla ma rimaniamo  impossibilitati a provare e sperimentare la medesima fierezza e ardore, per questo siamo così tristemente diminuiti della nostra identità.

In questo, la modernità ci pone sotto una luce completamente falsata, irraggiandoci con le frequenze incoerenti che distorcono la nostra percezione delle cose e le cose stesse.

L’illuminazione falsata dei musei è paradigmatica dell'azione di dissolvenza in corso. 
Racchiuse in vuoti asettici, le opere antiche, dipinte o scolpite, rimangono come paralizzate sotto luci più idonee per una base lunare che non a rievocare la calda realtà della domus o del tempio che gli furono lontana accoglienza.
Fredde luminosità che assolvono alla medesima funzione dello spillone conficcato nelle farfalle da collezione, il cui senso simbolico è: voi non volerete più.
Così l'opera si rivela come umbratile apparisco di una robusta riflessione artigianale, la cui memoria poetica è definitivamente abbattuta, completamente isolata, del tutto inutilizzabile, immersa a forza come si trova nelle congelanti penombre della più spietata e irreversibile insignificanza.

                       
Come turisti del ventunesimo secolo, possiamo fare la fila ai musei per vedere l’arte egizia, etrusca, greca, romana, ma la nostra attenzione, senza che ce ne siamo accorti, è diventata completamente insignificante. 
Tanto più s’è fatta massiccia l'affluenza nei luoghi storici dell'arte, maggiormente è diventata inconsistente e inautentica la nostra partecipazione a determinati valori ed energie creative, e questo per l’incapacità che abbiamo di ri-attualizzare nella trama del tempo attuale l’originaria forza evocativa.

Fino a un dato momento storico, il frammento antico riesumato trovava innesto felice nel contesto edilizio in cui era inserito, (l’esempio del medioevo è supremo in tal senso) arricchendo la stratificazione architettonica, a rinsaldare le persone nel proprio tessuto abitativo, conferendo sicuro appiglio alla reminiscenza, la quale, in fondo costituisce l’unica vera motivazione di ogni architettura tradizionale.

Dal razionalismo in poi non c’è più stato dialogo tra l’architettura antica e quella contemporanea e se attualmente vi sono innesti, questi appaiono davvero come infelici tentativi di far convivere non già due realtà diverse, ma due differenti dimensioni, una completamente estranea e ostile all’altra.

Ultimo esempio di architettura felice, qui in Italia fu generato nel ventennio fascista, e, riconoscendo questo, non asserisco che tale regime fu un espressione di potere felice, casomai tutt'altro, benché oggi questo nuovo totalitarismo, pseudo democratico, dimostri dietro una convenzionale patina di apparenza pop-ipnotica, una disumanità immensamente più spietata del fascismo stesso. A ogni modo, anche se ora il discorso sarebbe troppo lungo da affrontare, entrambi appartengono seppur in tempi e modalità differenti, alle medesime "consorterie" che, sovrintendendo ai maggiori rivolgimenti sociali, almeno dalla Rivoluzione Francese a oggi, sembrano cavalcare impunemente la storia lungo il ripido declino dei tempi.







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