martedì 11 luglio 2017

quale direzione?


Percorriamo il tratto attuale, che poi sarebbe la “via notturna dell’ultima Era”, avvalendoci di un flebilissimo barlume – la residua consapevolezza rimastaci – insufficiente ad illuminare i passi estremamente affrettati e pericolosamente incerti.
La funzione del dominio industriale (questo dovrebbe essere ormai evidente) è solo quella di renderci sempre più poveri e crudeli, indipendentemente dal possibile privilegio materiale che possiamo aver acquisito.
Non può esserci un effettivo desiderio alla realizzazione di sé senza possedere la capacità di agire profondamente in se stessi, una prerogativa questa che è fornita unicamente dalla reale consapevolezza.
La consapevolezza è chiarità intima, è come un lume, è la vampa simbolica che tradizionalmente avvolge il devoto cuore ardente, è il proverbiale fuoco evangelico, (Lc 12,49-53) la fiamma segreta dell’animo rinchiuso nell’intricato labirinto di ambigue profondità psichiche.
Privati del senso dell’interiore luce archetipale, per noi non è possibile accendere o ravvivare nessun ideale autenticamente nobile  = che mira all’effettiva indipendenza dell’essere.
Ciò che si qualifica come meccanico e ripetitivo, produttivo ma sterile e contaminante, soffoca inesorabilmente questa fiamma emblematica e l’animo rimane separato dai motivi della sua remota verità (realtà geniale).  
Nella società della macchina e del consumo ossessivo, l’inconscio è equivocato con l’essere un’inquieta giostra onirica, un girotondo senza senso dove continuamente s’inseguono, accavallandosi scompostamente le une alle altre, le più disparate fisime e le più scompaginate fantasie; attitudini fuorvianti esaltate ai massimi livelli d’intensità dall’ossessiva propaganda pubblicitaria.
Col dover necessariamente interagire con questo stato di cose prevalentemente artefatto, molte volte la persona se priva dei giusti strumenti cognitivi, è destinata a divenire nemica a se stessa.
La finalità di questo tipo di progresso è quella di saldarci ad un nucleo di eminente non senso, di esiliarci in una deleteria dimensione artificiale.
Gli aspetti preminenti (che sono essenzialmente contaminanti) di quest'anomalia contemporanea, se non fossero continuamente dissimulati da un’accanita forma di violento condizionamento ipnotico, più o meno subliminale, si rivelerebbero pienamente per quello che sono; ovvero, una snaturante condizione obbligata, che principalmente disfa', sovverte come niente prima poté fare, l’armonia e l’ordine autentici.   
L’economia può essere considerata solo una forma di elaborata amalgama, che salda tra loro i diversi elementi produttivi di cui si compone l’abnorme struttura del profitto. Qui, i cosiddetti “interessi” sarebbero come le diverse mura di un unico edificio persuasivo, dentro il quale gli individui vengono ammaestrati all’adozione di abitudini fondamentalmente deleterie e contrarie alla loro effettiva emancipazione.
L’immane struttura economica, caricaturalmente riflessa nell’attuale società dei consumi, dimostra non conoscere confini geografici o etnici, gettando le fondamenta della sua nascosta intelaiatura nelle profondità di un terreno terribilmente oscuro, gravemente approssimato ad aspetti non comunemente dati della realtà. Economia e hi-tech costituiscono il nostro perimetro detentivo, che tanto più diviene invasivo maggiormente si rende sfuggente e caratterizzato da forme di controllo sempre più ossessive. Questa ispezione continua, in definitiva, dimostra che tale sorveglianza in realtà è preordinata per verificare lo stato d’avanzamento cui è giunta l'avviata plastificazione degli individui: in sostanza, delle nostre coscienze.
Nell’attuale dominio del preconfezionato e del sottovuoto, tutti devono adeguarsi a nuovi parametri di normalità. L’idea normalità oggi è sinonimo di assemblaggio uniforme, sinonimo di una continuità monotona. Normale è equivocato con ciò che si palesa per essere tristemente scontato, rigorosamente cablato, aridamente verificato e uniformato per assolvere ad una reiterata prevedibilità esistenziale; quando invece, originariamente, la Norma (normale) intendeva le differenti modalità adottate dalla persona per acquisire la conoscenza, la sapienza, affatto disgiunta dai suoi motivi sovrasensibili.
Alla norma era attinente la gnosi, dunque, prevedeva l’estensione, necessariamente diseguale, dell’attitudine caratteristica della persona autenticamente centrata, di coloro che ottemperando all’idea di presenza integrale, recepiscono e affinano le intuizioni superiori. Con esse s’intende intuizioni trascendenti, riflesse anche e soprattutto nel manufatto artigianale (sia esso tempio o mobile o spartito).
Fino a un dato momento storico l’ideale regno della normalità lambiva i confini dell’amabilità e del meraviglioso.
Che fare dunque? La percezione maggiormente evidente è che oggi la presa di coscienza non concerne nulla di edulcorato e non riguarda affatto raffinate soluzioni intellettuali o fuorvianti aspettative messianiche.
Una natura d’insolita bellezza e segreto orrore è l’uomo, primordialmente rivestito di se stesso, involontariamente camuffato da se stesso, sovrapposto a se stesso attraverso una continua menzogna latente che l’ordinaria quotidianità, modernamente intesa, ricopre d’insignificante grigiore esistenziale, dissimulato da composite stravaganze; che sono tonte luminescenze completamente inutili a valorizzare il mistero aureo della persona.
In fondo, le anime che siamo non sarebbero affatto la proiezione ideale, la perfettibile fattura immateriale di un amorevole demiurgo, ma forse, assai più veridicamente, una sua amara e maggiormente recondita, (forse involontaria) atroce, contraddittoria, tragica emanazione. Prodigiosi barlumi di lampeggiante consapevolezza sospesa sulla voragine cosmica. Penose e chiarissime scaturigini luccicanti, provenienti da un vuoto o dimensione ineffabile, da cui furono ingannevolmente strappate e precipitate prima ancora che l’istante vedesse l’avvio. Cadute, come inconsueti fallimenti iridescenti, ritorte in se stesse, ravvoltolate nella loro stessa incomprensione. Fuoriuscite dal grembo dell’Eone e insaccate a forza nella materia. Semidivino parto degenere, aborti viventi e gementi la loro impotenza di fronte al cataclismatico evento universale in cui precipitarono e che infinitamente le sovrastata.
L’anima è imperfetta crisalide di luce, in cui, nonostante tutto, sopravvive l’istinto di una soffertissima redenzione cosmica e identificata essere come il solo principio della sua libertà ontologica.
Dare fondamento alla Redenzione, ottenerne l’intimo significato, qui risiederebbe l’ultimo frammento operativo dell’unica liturgia, della sola alchimia concepibili e che non siano una mera favola, o diletto degenere in uso ad egoità eccitate e annoiate.
Convergere pazientemente l’identità attraverso interiori profondità non misurabili: essendo noi estremamente diminuiti della necessaria forza interiore, avendo in massima parte disperso il “calore ermetico generativo” che è alimentato da idonei supporti artigianali e conseguentemente spirituali, dunque, poter ridestare la consapevolezza, immersi come siamo nell’attuale “pantano radiogeno”, richiede un impegno tenace e inesprimibile, quasi del tutto assurdo.
Tale intima discesa implica il nostro affondamento profondo in profonde delusioni, in molte amarezze e dispiaceri, sopportando la pressione buia di abissali smarrimenti. Solo in tali circostanze e non da altri confortevoli allettamenti pseudo mistici siamo chiamati a sublimare la nostra misteriosa essenza, (il corpo è atanor vivente) a ricavare, se mai ne saremo capaci, il nostro unico e prodigioso farmaco.
A un dato momento non è più lecita la disattenzione, il facile compiacimento, poiché  “voraci ombre”, che sono gli stessi servi dell’allegoria evangelica, o guardiani del varco immateriale, tali infide entità, assolvendo al loro predatorio mandato originario, non aspettano altro che il momento propizio per immobilizzarci e impedire il compimento dell’opera propriamente spirituale (splendente orditura interiore). Risuona profondamente veridico il significato simbolico delle parole che si trovano in Matteo 22, 1-14 e indirizzate a chi non aveva provveduto a indossare per tempo l’emblematico abito nuziale “Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti…”

  



Link a questo post:

Crea un link

<< Home page