martedì 25 luglio 2017

misteri della dimensione etica




Nel profondo delle nostre frequenze vitali echeggiano sopra ogni altra circostanza due inestinguibili verità: la catastrofe e la salvezza, per le quali basta un nulla affinché una arrivi a prevalere sull’altra.
Annotava Plotino a riguardo della costituzione dell’uomo essere questa un insieme di enigmi concentrici, ordinariamente degradati da impulsi volgari quali “desiderio, collera, immaginazione perversa” ma anche occasionalmente sublimati dalla consapevolezza estatica; in ogni caso: “Noi siamo una moltitudine” (Enneadi I,1, 9)
E’ soprattutto dal celeberrimo demone socratico che ricaviamo  l’indicazione della possibile interazione maggiormente felice con talune entità, ma dal cui esempio, a ogni modo, affiora un avvertimento pur sempre inquietante: lasciato a sé stesso l’uomo è in mano a un demone; l’uomo è quello che è poiché interagisce con il demone.



Così per Eraclito la sorte è piegata dal daimon: “il carattere è il demone per l’uomo”.
Equiparare l’attitudine della persona al suo daimon, equivarrebbe sottendere che l’uomo è ancestralmente subordinato ad una volontà a lui fondamentalmente estranea, che se completamente malevola, ne depotenzia l’attenzione superiore, avvincendolo sin dalla primissima infanzia ai peculiari e travolgenti poteri seduttivi in cui si realizza la trama sensibile della dimensione materiale. 
Subire incondizionatamente tale fascinazione, predisporrebbe l’uomo a produrre un “quid emozionale”, che costituirebbe la prima causa della sua dispersione energetica estremamente ambita da “intelligenze altre”: entità poste in piani non comunemente dati della manifestazione visibile, o, dimensioni ad essa coeve, che, di fatto, benché invisibili non rimangono insensibili alle nostre azioni o intime fluttuazioni, che le attirano a differenti livelli d’intensità e con cui, da sempre, cercano d’instaurare reciproche e segrete relazioni.
Fintantoché siamo addensati nella materia, il nostro destino sembra risolversi nell’enigmatica intermittenza di senso, che è l’ondivaga percezione di sé racchiusa nell’impasto oscillante del corpo; e qui l’oscillazione è da intendere non solo come interiore smagamento, ma, soprattutto, come la nostra peculiarissima facoltà poetica, sensitiva e veggente, come il nostro variabile nucleo ispirativo.
In ogni caso, nell’esempio del daimon socratico, la dimensione etica costituisce il basamento su cui s’instaurano determinate relazioni. 
Un’attinenza remota della radicale sanscrita da cui sviluppa la parola ethos, rimanda a “sodalizio”, sembrando anticipare in cio' la costante ineludibile di un profondo enigma esistenziale, saldato al nostro significato propriamente umano. 
Il più alto e puro significato di Ethos, perciò, sarebbe tutt’altro che una proiezione meramente concettuale, l'etica, costituirebbe un’ineffabile radianza sensibile, quasi una "linfa spirituale" e preesistente ad ogni individualità, ma che ogni coscienza, individualmente, può realizzarne l'incommensurabile valore instaurando uno stabile legame con la vita, dunque, con ciò che intimamente rischiara il senso esistenziale, partecipando con cio' al Bene Supremo.
La dimensione concettuale, casomai, arriva spesso a distorcere il senso di questa sovrasensibile frequenza; cosi' come il dogma distorce la percezione della dimensione spirituale.
L’ethos è il primo principio di salvezza (etimologicamente ethos è poesia) e, come tale, rappresenta una qualità assolutamente anti moderna.
La scienza profana, con ogni evidenza, nei suoi atti si è sempre dimostrata dichiarata nemica mortale della pura dimensione etica e, pertanto, acerrima nemica della stessa libertà dell’uomo.
Nell’ethos si trovano i capisaldi, gli archetipi della nostra liberazione ontologica, i quali, non sono costituiti da idee astratte o principi logici, ma riguardano della nostra intuizione profonda di essere parte attiva dell’indicibile (Numinosa) Potenza pre-universale.
L’ethos, pertanto, accede all’immortalità, poiché in esso è guadagnata l’unica via che porta l’uomo all’essenza di sé.
Ciò che è moderno è contro la libertà dell’uomo, poiché l’idea “innovazione” essenzialmente significa relegare l’individuo ad un piano di contraffazione assoluta, formata da contingenze sempre più vincolanti e ossessivamente particolareggiate.
Sembra essere assurdo constatare come la stragrande maggioranza delle persone non riesca ad accorgersi che l’idea di progresso, in definitiva, non significhi altro che lo smisurato accrescimento della nostra riduzione ad una schiavitù pressoché assoluta (servi consumatori).
Anestetizzare pesantemente la percezione dell’ethos, fuorviare oltremodo la significativa percezione interiore del luogo critico della nostra prodigiosa mutevolezza, emblematizzato anche come perla di luce, (portento animico ambito dagli Arconti nella tradizione gnostica) dunque, impedire il nostro passaggio all’autentica via dell’ascesa interiore, intercettare l'intenzione stessa di riscatto, prima che questo possa essere attuato attraverso la vertiginosa fluttuazione mistica, in cui l’identità storica occasionale - smarrendosi - acconsente alla rivelazione dell’essere, insomma, di questo continuo sabotaggio alla nostra piena liberazione, l’attuale potere tecnocratico si rende solerte fautore.
La piena realizzazione dell’era della tecnica, la cosiddetta "emancipazione", al dunque, coincide con la nostra categorica riduzione a insignificanti macchine biologiche: sottoprodotti esistenziali perennemente agiti da una successione ininterrotta di condizionamenti avvilenti. 


Link a questo post:

Crea un link

<< Home page