giovedì 27 luglio 2017

essenza ed esistenza


  
“La consapevolezza non è spenta, innocente identità, ma viva, responsabile relazione.
L'essere consapevole si chiarisce come quella condizione di stupore che, contemporaneamente, è:
sia il sentirsi non coincidente con l'accadere delle operazioni funzionali del presente
sia l'avere la responsabilità per la formazione scelta del futuro”
(Bruno Romano, Filosofia del diritto e questione dello spirito)

Trattando dell’uomo, a quale dei due principi dobbiamo riconoscere la preminenza, all’essenza o all’esistenza?
Sradicato dalla propria identità profonda, l’uomo contemporaneo è un esiliato da se stesso, mera immagine cablata ad un’interdipendenza quanto mai sviante: la realtà virtuale, la quale, al di la di convenzionali apparenze, realizza unicamente il suo compiuto disadattamento.
La cosiddetta “esistenza” o sopravvivenza ordinaria, è messa al primo posto nella moderna società materialista, poiché sul concetto di esistenza, peraltro, pesantemente contraffatto nella dimensione industriale, si fondano i motivi preminenti della propaganda demagogica che alimenta la giustificazione dell’asservimento delle persone; costrette all’adozione di consuetudini, (assuefazioni) completamente antitetiche all’idea della loro reale maturità.
Scienza e tecnologia esteriormente si dichiarano al servizio dell’uomo, ma, in realtà, guardano altrove, occupandosi per attuare l’esatto contrario degli intenti dichiarati.
Questo perché le realizzazioni dei sofisticati vincoli che le accrescono, proprio in vista della necessità inderogabile di porre una definita programmazione sulle cause e gli effetti, e, pertanto, di obbligare l’insieme delle dinamiche a un preordinamento sequenziale ordinario, (completa artificialità) impostano una pianificazione routinaria che determina nella vita, cosi' obbligata da controlli invasivi, una completa mortificazione della sensibilità.
Secondo il pensiero tradizionale, la sensibilità, che possa essere vegetale, animale, se non quando addirittura minerale, tutt’altro che una mera circostanza biologica, è sempre partecipe di un fine superiore. Sensibilità è innanzitutto una circostanza simbolica.
Ciò che è programmato, è pregiudicato inesorabilmente nei suoi sviluppi futuri. E’ mortificato, invalidato, della sua ineludibile sostanza, appunto, rinnegato della sua essenza, che, non s’insisterà mai di ricordare, è riferibile ai significati maggiormente profondi dell’idea di “poesia integrale”.  
Incardinando la realtà a rispondenze solo omologanti, se ne decreta l’impossibilità di attualizzare quell’insieme di significati superiori congiunti alla Ri-velazione dell’Essere e del tutto coincidente all’idea dell’io tradizionale – pura autocoscienza –
La persona è un involucro di preminente mistero, stagliato sulla vita universale, ed è convocata ad individuare la propria identità che si pone al di fuori di preordinamenti solo meccanici o blandamente routinari. Noi siamo convocati nel cuore della manifestazione, dunque, nel vortice della precipitazione, a scegliere, decidere e determinare il come e il perché del nostro esistere. Questa nuova preordinazione emette ripetizioni e cadenze che distorcono, disperdono, allontanando pericolosamente, le frequenze del primo richiamo alla presenza cosciente.  

L’impianto razionale economicista è fondato esclusivamente su fini bassamente opportunistici, i quali, concepiscono l’uomo come una bio-macchina e, avvalendosi di una propaganda edulcorata, ma, in realtà, estremamente brutale, ne falsano i significati dell’agire e patire; vietando, attraverso forme sempre più categoriche, l’immersione dell’individuo nel più puro flusso di coscienza da cui l’intera vita promana.
Al punto di manipolazione estrema cui siamo giunti, (il microchip sottopelle per ognuno sembra essere ormai realtà imminente) l’idea di essenza non è nemmeno più contemplata come possibilità di falsificazione. Siamo andati ben oltre.
La deformazione dell’essenza, la sua completa falsificazione, sarebbe già avvenuta con l’apparizione delle remote ed estremamente equivoche divinità sumere, conclamandosi poi con l’avvento della religione mosaica e risolvendosi definitivamente, millenni più tardi, con la strutturazione dell’impianto dogmatico; il quale, sua volta, è stato straordinariamente sovrastato dal “progresso”, che ha serrato la realtà sotto un insolvibile cappa chimica, completamente indifferente a vetuste sottigliezze teologali.
La via tradizionale sembra essere solo un frammento, non più percorribile dai nostri passi e di cui sembra essere perfetta allegoria quel breve tratto di pavimentazione vetrosa, presente talvolta nei musei o negli interni di antiche chiese e che isola, nell’esigenza di preservare dal calpestio dei visitatori, gli ultimi frantumi di vestigia superstiti. Residui pietrosi, tessere mosaiche di antichi tracciati mutili, il cui fascino senza tempo sembra non condurre più a nulla se non alla malinconia di un’integrità perduta.
Dagli orti riarsi (le pietose vigne) dell’antica sapienza, talvolta ancora spuntano arbusti superstiti, che sono esortazioni, moniti sempreverdi, ma sempre più esili e inariditi, uno fra questi, attribuito all’Oscuro di Efeso, si rivela quanto mai attuale e che recita: “per entrare in una sfera della natura nascosta e più profonda non siamo informati”.



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