mercoledì 21 giugno 2017

Le poetiche dell'ombra







                           


Parvenze alquanto effimere, immagini che dovrebbero esprimere il senso di una grave quanto felice presenza, solida e assieme evanescente. Apparenze di un’insignificante ricerca condotta sulla forma, il cui essenziale proposito è ottenere una rinnovata poetica del vigore.

Ombre che sono gli ideali Custodi dell’enigma splendente. Evocazioni puramente intuitive dei nostri Progenitori Veggenti, dei nostri vigorosi Predecessori Profetici. Ricordo di una libera e remotissima stirpe dimenticata, la cui essenziale nobiltà giace latente nelle nostre profondità.

Il vigore, (Vir) è il supporto ardente del principio di metamorfosi congenito all’umana natura. Una natura inesplicabile, intesa come identità maggiormente ermetica della manifestazione universale; ne siamo così intimamente partecipi da ignorarla quasi completamente. La moderna organizzazione sociale è strutturata appositamente per annichilirne o traviarne l’autentico significato. 
In un tempo tanto degenere come l’attuale, forse l’unica alternativa a noi possibile è quella di focalizzare al massimo grado il campo della propria visuale, concentrando il raggio intuitivo come una lente fa coi raggi solari - anche se non sempre può esserci in noi la necessaria chiarezza interiore che permette tale rifrazione - nell’intento di raccogliere l’attenzione al limite delle esigue possibilità che sono ancora rimaste; dunque, provando innanzitutto a forgiarsi, ignorando la sostanziale ridicolezza corporea che adesso avvolge uno spirito per massima parte pesantemente ottenebrato.
L’uomo è presenza evanescente, quasi abbaglio in continua trasformazione illusoria, intagliato e incastonato nel Cosmo per una finalità inesplicabile, in cui nonostante tutto avverte la necessità di consolidare intimamente il senso della sua preminente impermanenza: una presenza apparentemente insignificante e al tempo stesso insospettabilmente imprescindibile.
Lavorare sul proprio fisico educando la mente, significa scolpire il corpo nella finalità di depurarlo gradualmente da brame dozzinali,  dalle mollezze di una volgare carnalità. Se non contribuisce ad assolvere a questa funzione l’esercizio fisico, anziché costituire una regola elettiva, diviene una sorta di vizio più o meno ricercato, che ispessisce anziché alleggerire le mura della prigione che è il corpo.
Lo stato vitale va gestito il più degnamente e limpidamente possibile, per questo l’autentica e sovrana azione ginnica è al contempo un perfetto e saldo atto penitenziale; intendendo questo come l’estrema azione volitiva esercitata dalla persona in se stessa volta all’intimo cangiamento.
Secondo una certa gnosi di filiazione egizia, il sole sarebbe un demiurgo segreto e la sua vampa, creativa e dolorosa, è un barbaglio di raggi che in un certo senso costituirebbero l’impalpabile trama ardente della manifestazione visibile (lo spettro elettromagnetico arginante i confini della dimensione fisica).
Da lui promanano assieme le “onde” di vita illusoria anche esigue quantità di Grazia, che il nostro animo è predisposto a “distillare” (oro potabile dei Filosofi) e che non erano previste nelle intenzioni originarie del demiurgo.
Tali emanazioni, puramente elettive, non poterono essere trattenute, lasciate fuori dal momento vorticoso da cui prese avvio la creazione attuale, che ne fu compenetrata, in quanto tale radianza è parte sensibilmente agente della Luce preesistente. Un’emanazione d’indicibile potenza ispirativa e che il demiurgo provò ad imitare maldestramente.
La convinzione è che l’uomo, (perfetto ma incrinato alambicco vivente) per quanto sia degradato e disorientato come non mai dall’ultimo Diluvio, ancora custodisce nelle sue profondità la proverbiale “perla luminosa”. Un barlume intuitivo che talvolta ancora affiora da alcune sue prove di sensibilità, testimonianti la sostanza ineffabile di una infinitesimale gemmazione interiore, la cui misteriosa identità è antecedente a quella dell’universo stesso.
Il nucleo della Tradizione attorno a tale sensibilità s’addensa e non altrove, per questo nei tempi antichi si è affermato che la memoria è il bene supremo dell’uomo (Mnemosine non a caso è madre delle Muse).
La memoria è lo scrigno, propriamente ermetico, dell’ingegno (in-genium = genero, genero in me) e per quanto imperfetti e diminuiti delle nostre potenzialità, possiamo e dobbiamo dichiararci come i rinnovati depositari della Tradizione, o meglio si dovrebbe dire, i depositari di una sua ugualmente preziosa parte frammentaria. 
Possiamo ancora dire che d’ogni antica opera ci appartiene profondamente la tenerezza, la Grazia (l’autentica Forza è inscindibile dalla condizione della Grazia) deposta a fondamento dei misteri dell’essere, ben più antichi della remota gravità.
L’intuizione, la reminiscenza intuitiva che ci rilega all’identità aurorale preesistente la manifestazione visibile è il motivo stesso cantato nei celeberrimi versi del Paradiso XXXIII, 94-99


Un punto solo mi è maggior letargo

che venticinque secoli a la ‘mpresa

che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

dove un solo attimo di distanza temporale, intercorrente fra la visione (intuizione che è purissima capacità rammemorativa) e l’istante, in cui la coscienza ricorda (ricordo inteso come accordo sovrasensibile del cuore) provoca alla transitoria identità storica (identità psichica) un letargo maggiore di quello che separa la metaforica distanza temporale dei venticinque secoli dell’impresa d’Argo.
Non altrimenti, dice Dante, ovvero, con il medesimo letargo la mente mia (incarcerata nella dimensione attuale) guardava la luce divina. Egli “vede”, pertanto, riesce a forare la trama ingannevole mediante la folgorazione intuitiva-veggente e, per le virtù di questa Luce preesistente alla luce fisica, invera il prodigio della sua gemmazione interiore.
Tale ricordo provoca in lui una distanza da sé tanto ampia come non lo fu l'allegorico letargo con cui rammenta la spedizione degli Argonauti.
Convergono qui Sonno, Ombra, Visione, Essere.
Curioso notare come la voce verbale “somnio” = io sogno sia attinente a “sum” = io sono, e così si riscontra nelle popolazioni autoctone dell’Australia, dove all'ancestrale dimensione mitica preesistente la nascita dell'universo e individuata come il non-tempo del Grande Sogno, coincide l’identità maggiormente recondita dell’essere.
Il “sonno”, dunque, sebbene intimamente connaturato al sogno, in un certo senso, ad un dato momento, sembrerebbe anche essergli profondamente antitetico. Quindi, Nettuno ammira (ad-mira = mira verso, osserva con stupore, meraviglia) l’ombra d’Argo e, pertanto, non vede direttamente la prodigiosa nave, ma, dalle profondità oceaniche (lo spesso addensamento della manifestazione universale) scruta del fatidico scafo unicamente l’ombra diafana  stagliata sulla superficie delle acque.
Il nome della nave, Argo, ha come radice il greco argós, che vale “lucente”, “risplendente” e ciò che di essa è mirato è solo la sua ombra, e, dunque, allegoricamente, l’ombra della luce.
In egual modo, la mente di Dante visionato non vede direttamente la luce divina ma, significativamente, solo l’ombra o parvenza di essa.
Spiegate e tese al limite straordinario delle proprie possibilità evocative, le vele poetiche, scorrendo sull’abisso del non-senso e del nulla, lambiscono e oltrepassano la cieca dimensione dell’oblio.
A ciò serve la Tradizione, a fornire il fasciame lirico utile a formare il nostro scafo con cui intraprendere la navigazione interiore, affinché possiamo riuscire all’approdo felice mantenendo la rotta attraverso le attuali e oscure correnti insensate (tenebre diluviali).
E’ il medesimo percorso, ma oggi sembrerebbe ancor più arduo, “itinerarium mentis ad Deum”, in cui l’illuminazione più fulgida viene oltremodo oscurata dalla proverbiale “nube della non conoscenza” o “caligo ignorantiae”, secondo la definizione datane da Dionigi l’Areopagita; la cui sapienza trova continuità nella tensione mistica di Dante.
E’ un’irriducibile qualità veggente insita nelle nostre aspirazioni maggiormente recondite, tradita e perseguitata attraverso le modalità attuative insospettate che contraddistinguono il carattere estremamente artefatto dei cosiddetti tempi nuovi.
Questo letargo antipoetico (sonno profano) è un tristissimo abbandono della memoria maggiormente preziosa, ogni atto innovativo o riformatore, a ben considerare, affonda questo sistema di cose dentro un oblio orrendamente meccanicizzato.
La società e gli individui dissolvono la propria identità in una astrusa condizione di assoluta dimenticanza, chiamata “novità” e per la quale sempre meno ricordiamo chi siamo e cosa realmente vogliamo diventare.



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