giovedì 20 aprile 2017

l'essenza dei fiori




“Chi non intuisce (la bellezza di) un fiore in ogni forma è un barbaro.

Chi non possiede un animo delicato come un fiore è una belva”

(Matsuo Basho)





“La terra lagrimosa diede segreto rifugio al picciol seme,
nel cui primo germoglio il vento balenò luce vermiglia,
e cari e lucidi lapilli gemmarono nell’animo
il sovralume dell’angelica intuizione,
riflessa in chiare acque
mormoranti la remota liturgia del ritorno,
scendendo giù di pietra in pietra
giunsero a dissetare il viandante stanco”.
(anonimo)



In mezzo a tanta contaminazione ed estrema deriva dei tempi, ora germoglierebbero in noi anche i possibili, insospettati, albori di una “nuova preistoria”, (preistoria interiore) che vale  l’individuazione del segreto stupore o, ugualmente, della remota apertura della coscienza al “prodigio minimo”; scaturito dalla rinnovata meraviglia per le evidenze naturali. Una circostanza questa, prevalentemente inverosimile per l’attenzione nevrotizzata dell’uomo post-moderno.

E’ il rimanente stupore per ciò che ordinariamente  non sembra più evocare la spontanea relazione liturgica con la realtà, la quale, in definitiva, è la sola circostanza per cui l’uomo può dignificare la sua partecipazione alla vita.

Il Fuoco evangelico (Luca 12,49-53) è il medesimo Fuoco Filosofico di alchemica memoria, ed è unicamente ravvivato dai soffi distesi d’ingenui quanto profondi stupori.


La Meraviglia è il mantice che alimenta il calore ermetico di una ricerca destinata a procedere oltre una mera individuazione solo psicologica e, dunque, destinata a sopravanzare infinitamente se stessa.

Per estensione dei significati multipli connessi alla dimensione simbolica, la Meraviglia è anche la stessa “rugiada celeste” o Grazia, per la quale l’attenzione amplia i suoi significati e la forza si fa propriamente eroica (casto eros).


E’ la medesima intelligenza sovra-cosmica che opera in noi e negli elementi naturali circostanti, benché loro siano animati ad un differente grado di manifestazione. E’ la sovra-coscienza che infonde nell’animo il senso di un abbandono profondo, temperato di una serena fiducia per le recondite potenze naturali; per lo splendore del sole sovrastante un cielo limpido in cui spirano dolci venti primaverili.

La luce del sole è pura emanazione sensibile intessuta di una remotissima qualità propriamente veggente e, anche se chimicamente offuscato, egli comunica in ogni caso alla nostra interiorità il senso profondo di un addestramento costante, (esercizio/ascesi) sostanzialmente puro benché estremamente residuale e fiaccato della sua primitiva tensione estatica.

L’addestramento è inteso come reminiscenza stessa di una rinnovata ierosofia, stabilizzata ai margini opalini e barcollanti del nostro tempo spiritualmente rarefatto.


Nel Giappone antico, durante l’era Fujiwara (VIII-XII sec. E.v.)  un’estrema importanza aveva il culto per i fiori e della natura in tutti i suoi aspetti.

L’importanza magica data al succedersi delle stagioni sembrò davvero trascendere gli accadimenti legati alle vicende politiche e umane. L’imperatore raggiungeva l'apice del proprio significato col presenziare alla ricorrenza stagionale della fioritura dei susini, alla quale tutto il seguito della corte, sospendendo ogni altra incombenza si recava in sentito pellegrinaggio, accampandosi con centinaia di tende ai margini dei boschetti fioriti per attenersi ad una settimana di pura contemplazione; realizzando con ciò l’incubazione poetica*.   

Nulla, in effetti, sembrerebbe presentarsi più severo e soave dei fiori.

Ogni fiore è emblema di una resistenza puramente eroica e anche nostalgica metafora di circostanze perdute, connesse agli ineffabili richiami che la vita misteriosamente rivolge a se stessa, in se stessa.

E’ il sentimento nostalgico della bellezza e stato di Grazia perduta, connaturata ai più profondi interrogativi dell’animo.

Ogni fioritura rivela l’indefinibile significato della forza, della sua emanazione evocativa maggiormente pura, (olfattiva e cromatica) a cui ogni coscienza sensibile prima o poi avverte la necessità d’ispirarsi per rinsaldare e rinnovare la propria identità sfuggente.


La schiusa policroma dei germogli è simbolo della forza gentile, della virtù autenticamente marziale, (armoniosa fermezza) esprimendo il valore universale della pura tensione estatica attinente alla stessa determinazione primordiale, che in noi moderni è appena percepibile mentre nei fiori costituisce una felice tensione costante, benché transitoria.

Nei fiori agisce il principio di una inesplicabile trasmutazione ardente, in cui confluiscono, solidificandosi, radianze siderali frazionate nelle infinite policromie naturali di una realtà che solo in apparenza si dimostra vorace e sorda, ripiegata finitamente in se stessa**.

Tutto il corollario prismatico delle fioriture, in ultimo, converge all’attenzione del cuore, dove può schiudersi l’immateriale seme idilliaco, l’interiore fioritura poetica (senso autenticamente profetico del divenire).

La poesia è la fioritura interna alle fioriture stesse e germoglia sulle vette interiori dell’uomo, dove si elevano i significati di un divenire altrimenti piattamente ossidato nelle intermittenze monotone di un tempo effimero, ora più che mai sclerotizzato in artefatte scansioni ripetitive, stabilite  nei ritmi incoerenti della produzione industriale e, per questo, predisposte ad essere profondamente spente in se stesse, inesorabilmente contaminanti.






*(nota)

La civiltà dei Fujiwara costituisce un eccezione storica unica. Antecedente a quel Giappone guerriero di No, dei Daimio e dei Samurai che la travolsero all’acme della sua espressione, costituiva un esempio di governo realmente illuminato, dove il benessere sociale raggiungeva tutti i ceti della popolazione e le donne avevano una posizione insuperata di privilegio, vantando diritti uguali a quegli degli uomini per quanto riguarda l’educazione e la proprietà.

La poesia, riflessa in ogni aspetto della quotidianità, era ritenuta il primo motivo giustificante l’esistenza dell’Impero.

L’incubazione poetica muoveva le dame di corte, fragili e risolute, ad affrontare incuranti del freddo i rigori delle crudi notti d’inverno, che trascorrevano all’aperto per poter meglio contemplare i riflessi della luna sui rami spogli ricoperti dalla brina.  

Le innumerevoli poesie tracciate quotidianamente a Palazzo su fogliolini sparsi, quasi eguagliavano il numero delle foglie cadute dagli alberi. Composizioni liriche che evitavano accuratamente la monotonia della rima, brevi folgorazioni intuitive attraverso le quali l’esistenza era rinsaldata al suo maggior significato.

Gli argini lirici che edificarono, per qualche secolo riuscirono a convogliare felicemente il flusso del divenire, ma in ultimo non poterono impedire all’inevitabile tracimazione dei tempi di travolgere ogni cosa, estinguendone quasi completamente la memoria.


Il nascente Shogunato travolse la mite e preziosa civiltà Fujiwara, (Heian) disperdendola come uno sciame di farfalle è disperso dalla furia dell’uragano. I semi poetici lasciati produssero ulteriori fioriture nei secoli seguenti, trovando terreno fertile nell’etica adottata dai Samurai maggiormente sensibili, da coloro che autenticamente seppero rendersi espressione vivente della Via, (Bushido) interiorizzandone la luminosa ricchezza esistenziale, pur agendo all’interno di una realtà prevalentemente votata all’oscurità e dominata dallo spirito della guerra.

Si potrebbe affermare che la parabola storica di tale spirito è idealmente chiusa da Yukio Mishima.






**(nota)

La luce è qualità vitale puramente estatica. La qualità estatica (da non confondere con un ordinario deliquio dei sensi) è il residuo della Sovra-coscienza splendente e preesistente ai domini dell’attuale manifestazione.
L’estasi è avviata nella sinergia instaurata dalla nostra coscienza con un principio ineffabile, i cui impulsi sussistono remotamente in noi e che qui, per praticità, è definito come la preesistente e sovrastante Coscienza puramente Geniale.
Essa preesiste all’universo, il quale, semplificando, sarebbe stato preordinato con l’intento di tenerla fuori, ma il Demiurgo non poté arginare la potenza emanativa di tale splendente Sovra-Coscienza, che continuamente filtra attraverso la trama dell’inganno archetipale instaurando segrete relazioni coi motivi reconditi del nostro superiore istinto di Salvezza.
Istinto superiore peraltro occluso dall’attuale impronta nichilista dei tempi e rallentato dalla stessa identità dell’ego, che sostanzia la permanenza dell’animo nell’equivoco primordiale.
La Sovra-Coscienza, nell’attuale dimensione, agisce come perfetta intuizione, che anticipa il possibile nostro scioglimento spirituale dall’inganno ontologico stabilito dal Demiurgo e dagli Arconti.
Tale essenza, puramente ingenua-geniale, è anche definita come “coscienza cristica”, intesa come predicato interiore ad ogni uomo ma che non da chiunque può essere esperita.
Il torto delle cosiddette “religioni organizzate ufficiali” è l’aver progressivamente destituito l’uomo della sua responsabilità spirituale, relegandone la salvezza ontologica al giudizio arbitrario di obliqui ed elusivi potentati celesti.
Ritenere che Cristo/Dio sia un entità altra da noi a cui rivolgere continui preci affinché Egli, mosso a compassione dalla nostra avvilente condizione servile, si decida ad accogliere le nostre miserevoli istanze, ci confina nei bassifondi mistici dell’equivoco voluto dalle malevoli Entità.
Tale preordinazione devozionale, dovremmo ritenere, rientra pienamente nel quadro predisposto dal Grande Inganno Cosmico, di cui è cornice ogni religione che prevede la subordinazione dell’uomo a qualsivoglia divinità.
In quest’ottica si comprende del perché la luce fisica stessa, oltre a veicolare piccolissima parte dell’ancestrale quintessenza aurifera, divenendo il simbolo di stati maggiormente puri dell’essere, al contempo, proprio per l’insieme offerto dal suo spettro di frequenze, costituisce anche il primo supporto di cui si avvalgono le forze oscure che orchestrarono l’Inganno remoto, i cui effetti deleteri dimostrerebbero di culminare nel tempo attuale.
Per tale motivo nel pensiero tradizionale la pratica dell’estasi non fu mai disgiunta dall’esercizio delle Sacre Discipline, in quanto uno stato di coscienza alterato che impedisce allo spirito di esercitare la propria sovranità si rivela sempre come estremamente pericoloso per l’integrità dell’essere. 
Con ciò non si tratta di perseguire una fasulla auto-divinazione, quanto invece, tale considerazione implica la necessità di accogliere una comprensione il più possibile estensiva dell’inestimabile predicato interiore di cui siamo custodi.
Custodi evidentemente distratti, gravemente in ritardo  sull’emergenza dei tempi, di cui è emblema augurale l’idealità stessa del Cristo: una sovranità immateriale a noi talmente intima da esserci pressoché sconosciuta e che, in un certo senso, pur appartenendoci non ci riguarda affatto, essendo completamente estranea al ristrettissimo ambito di comprensione di cui l’ego è fornito.  



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