martedì 14 marzo 2017

quale teologia?


La teologia dell’unico vero Dio è falsa; la teologia dei falsi Dei è quella vera. Questa non è una professione di ateismo così come, fin dall’inizio, vogliamo dire che non concediamo la nostra fede al dio del Pentateuco come Unico Dio Universale poiché lo   consideriamo come uno dei tanti dei minori che, lungo il corso della storia del pianeta, hanno utilizzato gli esseri umani. Sì, il dio cristiano di cui si parla nella Bibbia è esistito, ma non è il buon padre al quale siamo stati obbligati a credere e, ancor meno, il Dio universale, creatore di tutto il Cosmo. E’ semplicemente un usurpatore in più che, come tanti altri simili a lui, pretese di farsi passare per la Grande Energia Intelligente Creatrice di tutto l’Universo.

(dall’introduzione al testo “Difendiamoci dagli dèi” di S. Frixeido)

Essendo noi maggiormente consapevoli della natura ambigua di tali entità invisibili, con maggior sicurezza potremo attingere al concentrato sapienziale offerto dall’insieme delle religioni antiche; discernendo la contraffazione ontologica connessa ai pregi metafisici originari. Non volendo qui inseguire un facile e riduttivo sincretismo, che, peraltro, andrebbe riferito alla “contaminazione” di riti originari appartenenti ad una qualsivoglia tradizione e sui quali sono innestati arbitrariamente elementi prelevati da altre culture religiose, sostanzialmente estranee al supporto liturgico nativo su cui vanno a confondersi. L’indagine comparativa, invece, dovrebbe assolvere unicamente alla valorizzazione dell’essenziale messaggio salvifico internato nelle storie sacre di tutti i popoli; questo, per individuare quel necessario e immateriale sostegno all’animo dimentico di sé; oggi oltremodo sommerso, ottenebrato, dal crollo di più Ere.
Inoltre, allo stato del disordine attuale, dovremmo ritenere come inefficace qualsiasi forma rituale tradizionalmente trasmessa, costituendo tali riti come un’impalcatura ormai inadatta a sostenere l’attuale criticità – “frequenza alterata” – di un tempo disarmonicamente accelerato.

Peraltro, l’invocazione di qualsiasi entità, così com’era prevista nei riti antichi, è da reputare come una prassi a noi interamente deleteria. Se ad una qualsivoglia ritualità oggi ha senso riferirsi, questa riguarda l’insieme delle modalità private con cui una persona ricerca il proprio ordine interiore, (ordine comunque percepito come trascendente) ricavato dal coltivare una maggiore considerazione del presente vissuto: ovvero, l’estrinsecazione spontanea di una “sommersa” poetica integrale dell’essere, (in massima parte indicibile) affiorante in frammenti intuitivi che orientano l’esercizio continuo di una volontà che guarda alla connessione con la “realtà immaginale” (geniale e splendente). Una ricerca da sempre fortemente ostacolata da molteplici contingenze avverse, ma che oggi è resa ancor più estrema dal repentino e corrosivo avanzamento della cosiddetta “realtà artificiale” e tutto il corollario di feroce disincanto introdotto dal suo dominio.   

Per comprendere appieno la criticità del momento attuale occorrerà necessariamente servirsi di un “parlare assurdo”, avvalersi di un frasario ordinariamente considerato come semplicemente irragionevole, ma che in definitiva, forse, sarebbe l’unico a decifrare l’intuito di salvezza.

L'essenza del messaggio biblico riferisce in ogni caso il suo cuore sapienziale, un ineccepibile valore che s’individua proprio dietro a quei motivi indicanti la natura sovranamente ingannevole del dio veterotestamentario.
Non a torto la visione biblica, considera tutta la creazione fatalmente contrassegnata dalla pena.

L'immane massa universale, fin dai suoi primissimi avvii, costituisce un vorticoso raggrumarsi di ardenti forze dolenti, attraverso le quali soffia lo “spirito vivicante” e che infonde assieme la vita la sua continua mortificazione – sancita con la caduta dallo stato di grazia genesiaco –  alimentandone costantemente il vincolo penitenziale.

Dove la Bibbia indica nell’uomo la sua colpa ancestrale, noi potremmo e dovremmo invece individuare il significato della “indefinibile caduta”, evento situato prima che il tempo fosse avviato e che costituisce il senso della primissima, quanto insondabile rovina ontologica, sperimentata dall’essere e sulla quale s’innestano successivamente ulteriori assurde, ma dovremmo ritenere estremamente concrete, manipolazioni strutturali, subite dall’uomo in differenti fasi della sua cosiddetta “evoluzione”.
Lo “spirito vivificante” biblico andrebbe scisso dalla contraddittoria e obliqua figura di Yahweh, ma chiarito come “identità geniale preesistente”.

Idealità geniale preesistente all’attuale piano dimensionale, il quale, dovremmo ritenere, è sostanzialmente il supporto dell’inganno atavico, scaturito da una contraffazione ancestrale che, nella precipitazione degli eventi propri all’attuale manifestazione, non può impedire alla pura essenza geniale preesistente di filtrare e diffondersi, sebbene in “misura” estremamente esigua, nella matrice stessa dell’inganno, dove, in un certo senso, ne costituirebbe il recondito motivo (possibilità) riequilibrante. 

Tale “quintessenza aurifera” pre-cosmica,  (la pura identità geniale) è diluita nello scorrimento degli avvenimenti universali, essa e' "l’avvertimento", il motivo stesso per cui in noi s’invera la riflessione cosciente e l’ideazione simbolica stessa; occasionalmente distorta per effetto della remota manipolazione arcontita.

Per la Bibbia, la totalità del cosmo geme in attesa della propria redenzione, questa visione, sebbene estrema, sarebbe da considerare davvero giusta.

Da un numero imprecisato di eoni il Cosmo subisce un'afflizione quasi assoluta e che, a tutti gli effetti, sembrerebbe irrimediabile quanto esemplarmente addensata nel suo centro maggiormente enigmatico, costituito appunto dall’uomo.
E' solo dell’uomo la peculiare attitudine di ideare, intuire, patire, presagire, (preavvertire) la trascendenza, essendo sprofondato nel dominio del divenire, sottomesso com’è alla grave determinazione impostagli dalla legge di necessità, dove pur riesce (sebbene occasionalmente) ad innalzare il proprio senso tramite l’ideazione simbolica; che vale la sua rinnovata connessione alle “stringhe” splendenti preesistenti la manifestazione fisica.

Le forze voraci e irraggianti che definiscono la ciclicità della vita universale, non dovrebbero mai essere scisse dalla loro ideazione simbolica, che è Avvertimento stesso del tempo, della sua recondita “aspirazione” estatico-profetica, cui aderisce il nostro significato maggiormente profondo e connesso al risveglio dell’essere.

Nessun dio valicherebbe la nostra priorità ontologica, ma, per un motivo inesprimibile e di fatto inconoscibile, l’involucro sensibile ed effimero che è l’uomo, custodirebbe anche l'essenza immortale e per tale motivo che, nonostante tutto, può qualificarsi come il legittimo custode stellare dell’esigua emanazione appartenente all’ineffabile potenza radiante e preesistente all’avvio del tempo.  
Noi stessi, dunque, avvolti in questi corpi apparremmo nel Cosmo come opacizzate ampolle, quasi al modo del proverbiale genio della lampada di Aladino sussistiamo come idealità puramente geniali, racchiuse nell’affievolito “lume corporeo” appositamente “predisposto” per distorcere, attraverso il filtro dell’ego, tale essenza aurea, così convogliata verso una finalità sostanzialmente estranea alla sua primissima verità.

In definitiva, noi dovremmo assolvere ad un compito propriamente sovrumano col rivolgere la totalità della manifestazione alla sua identità archetipale.

Quella dell’uomo è un origine composita e che potremmo definire non già edenica ma pre-edenica, poiché non avremmo torto nel diffidare di quel luogo contenitivo che fu il giardino dell'Eden; dove fummo sottoposti alle morbose attenzioni di un’entità pseudo-divina.
I motivi che hanno attirato le brame di questo ente soprannaturale, infinitamente desolato della propria “immanenza”, tanto da aver paradossalmente avvertito l’urgenza di avviare il tempo, nonché, di generare anime così imperfette da necessitare delle sue continue e sproporzionate attenzioni commiste di favoritismi arbitrari scambiati per bontà e oscuri sbocchi di crudeltà estrema; tutto ciò rappresenta la sostanza di una perversione ontologica che solo l'astrusa quanto oscura logica del Dogma riesce a giustificare.

Dio, inteso quale giudice rarefatto e palpitante l’azione umana, in questi termini non potrebbe affatto custodire il senso di ciò che è definito come “libero arbitrio”.

A tutti gli effetti noi soli, vittime di una fenomenale amnesia, siamo i depositari massimamente inconsapevoli d'inesprimibili forze primigenie anteriori alla manifestazione universale stessa.

Il libero arbitrio, se così è lecito definirlo, consisterebbe unicamente nella facoltà di “cadere”, “diluirsi”, nella trappola labirintica e speculativa del Cosmo, dove, attraverso molteplici riflessi di pareti a specchio, gioca con noi il demiurgo; disorientandoci immensamente nei meandri delle Ere.
Il cosiddetto libero arbitrio, dunque, consiste nella sola possibilità evocativa, che è l’interiore innesco nella coscienza della sua rammemorazione splendente e per la quale troverebbe pieno significato l’espressione evangelica: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49-53) pronunciata da un Cristo che non è identità altra da noi, (entità ontologicamente superiore) ma puro simbolo di un predicato interiore ad ognuno, proprio ad ogni coscienza autenticamente svincolata dalle ordinarie connessioni esistenziali, le quali troppo spesso reiterano i motivi su cui è rinnovata la corsa predatoria della mostruosa giostra arcontica; dove gira a vuoto consumandosi senza senso l’inconsapevole esistenza umana.
Il libero arbitrio è l’esercizio costante di una volontà che si può dire essere insita nella volontà stessa e che riguarda l’intenzione di dissolversi a se stessi in se stessi, tramite l’annientamento dell’ego meschino e dunque nella “rettificazione affettiva” di ogni legame precedentemente falsato da aspettative fondamentalmente distorte e malate.
La dove questa rettificazione affettiva non fosse possibile, poiché le distorsioni dell’ego si moltiplicano in ogni coscienza inconsapevole, e non tutte sono pronte allo stesso tempo ad intraprendere un tale lavoro su di sé. Per le implicazioni che questo lavoro interiore comporta, coinvolge il significato più autentico della “guerra interiore”, supportata dalla Grazia. Grazia che puo' dirsi anche Ispirazione o esigua connessione al senso dell’idealità splendente, situata ben oltre una stima bassamente ordinaria dell’esistenza; e solo qui allora troverebbero legittima collocazione le parole: “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera, e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (Mt 10, 34-37).
La nostra è una condizione estremamente difficoltosa, la necessità maggiormente recondita è difficilmente individuabile e qualora fosse individuata, di fatto, rimane inesprimibile se non destinata ad essere irraggiungibile. Essa consiste nella capacità di poter attingere ad un significato immateriale impossibile da esporre, ma se presagito autenticamente può infondere nell’animo il senso di una “seconda nascita”; per la quale la convinzione intima è come si dirigesse oltre se stessa, svincolandosi dalla tirannia imposta dall’ego.  
Solo in tale circostanza che si diviene maggiormente consapevoli, iniziando ad agire sovranamente in se stessi, (initium) rinnovando genuinamente quel senso fondamentalmente amaro e solo occasionalmente soave che è l'esistenza.
Considerando l’estrema corruzione dei tempi, sarebbe solo importante tentare di ordinarsi intimamente, ingentilirsi pervasi di una ferma convinzione proiettata oltre le sorti del corpo e della coscienza stessa; questo nonostante il caos attuale.

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