mercoledì 8 marzo 2017

La venuta del Re - schegge di leggenda irochese

Orbene — mi raccontò il mio interlocutore — il significato del termine irochese che generalmente si traduce in inglese con la parola “god” (dio) è ben diverso: esso significa, infatti, “controllore”.
Si pensava dunque agli dèi come figure antropomorfe, che “osservavano” e “controllavano” l’umanità da una non meglio definita dimensione parallela.
Dio e “Osservatore” erano, per loro, sinonimi.
Una tribù particolarmente degenerata attirò l’interesse del gruppo di antropologi che accompagnavano il professore: essi si erano allontanati dalla coesione delle comunità principali quando l’uomo bianco aveva iniziato a prendere possesso dei giacimenti sotterranei, nel XIX secolo.
Tale tribù di reietti, che venivano chiamati dalle altre comunità “i figli del Lupo” o “i Lupi”, si considerava la sola custode della tradizione originale, e si vantavano di conoscere miti che le altre comunità, ormai assorbite all’interno di un tessuto urbano più moderno, avevano da tempo scordato.
Secondo uno di questi miti che il team raccolse sul campo, il Sole che vediamo in cielo non è l’unico né il più grande: un Sole più maestoso e radiante calcò i cieli nell’abisso delle Ere cosmiche, in un tempo in cui la Terra non esisteva ancora.
Ma, con l’apparizione del nuovo Sole, i due dèi si scontrarono, e dallo scontro planetario nacquero il pianeta in cui viviamo e il “pianeta del ferro”, vale a dire quello che noi occidentali chiamiamo Marte.
L’Antico Sole, sconfitto dall’usurpatore, venne smembrato in mille pezzi, e formò la fascia degli asteroidi esistente tra Giove e Marte. Tuttavia, la sua “sconfitta” è lungi dall’essere definitiva. Una grossa porzione dell’Antico Sole, infatti, sebbene privata dell’antica luminosità radiante, rimase parzialmente integra e conservò una sorta di luminosità opaca; riuscì infine a fuggire lontano dal Sole e dal sistema solare intero.
In termini astronomici, concluse De Elia, tale corpo planetario, una volta “scalzato” dal nuovo astro eliaco come centro del nostro sistema, si sarebbe modificato di massa e di forma, per poi sviluppare una nuova orbita, allontanandosi dal sistema solare per sprofondare nell’oblio della notte cosmica.
Gli indigeni dicono che tale pianeta, che essi chiamano il “Sole Nero”, procedendo sulla sua eclittica ritorni nel nostro sistema solare ogni ventisei millenni, causando catastrofi planetarie e facendo impazzire tutta l’umanità e gli animali.
Gli iniziati del culto al “Sole Nero” dicono di attendere il suo ritorno, poiché “quando le stelle torneranno al loro posto, gli Osservatori torneranno a dominare su ciò che era loro”, vale a dire sulla materia da cui è formata la nostra Terra, un tempo membra del corpo originario dell’Antico Sole.
Essi sostengono che il loro dio annienterà per sempre il Sole attuale e che da quel momento reggerà da solo i cieli per l’eternità, in un’Era senza termine caratterizzata da una “oscurità nebulosa che tutto avvolge”, in cui non esisteranno più il bene e il male.
Gli adepti chiamano questo evento futuro, a cui rivolgono sempre il loro pensiero durante i rituali, alternativamente la Fine del Tempo e l’ Inizio del Tempo, ma si riferiscono ad esso soprattutto con la locuzione “la Venuta del Re”.


 

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