martedì 28 marzo 2017

del Golgota





Echeggia in noi un antichissimo presentimento, che si può dire essere la remota attitudine preveggente, annebbiata nell’incomprensione di una prova interiore troppo fonda e profondamente rinchiusa nei misteri della perduta innocenza.

In un certo senso, esistiamo come perfetti estranei a noi stessi, pervasi di un’inquietudine (propriamente cosmica) che avviò nell’esistenza abbracciata ai ritmi del divenire il senso di una grande danza, espansiva e terribile, ritualizzata presso ogni popolo nelle forme di liturgie estatiche che è vano qui il voler comparare.

Un’inquietudine che è l'imprescindibile alimento dell’amara e sublime radice poetica, determinante nell’uomo la sua preziosa nascita emblematica.
Solo l’ispirazione chiarifica e dignifica l’esistenza. 
E’ la tragedia dell'identita' smarrita (la tragedia dilata i suoi significati ad una misura cosmica) e che anela di ottenere i motivi della rigenerazione splendente. 
Un'inquietudine storicamente ri-velata nei punti in cui un Età confluisce nell’altra, dove le "giunture" delle epoche ruotano attorno i preminenti significati  dello spirito rischiarando (per mezzo dell'Avvento) le sorti dell’uomo.

Per tale motivo nei Vangeli il luogo paradigmatico del martirio s’individua su di un’altura, chiamata il monte del Calvario: dalla latina “calvaria”, che significa “luogo del cranio”.  
I rispettivi termini in aramaico ed in ebraico significano ambedue “cranio” o “teschio” e dunque, monte del Golgota, riconoscendo in tale singolarità la conferma che questo è un luogo di effettiva forza liturgica e soprannaturale.



Ciò sembrerebbe evocare il cerimoniale connesso all’importante culto preistorico dei crani, professato già dai Neandertaliani, che posizionavano ad oriente le loro sepolture, indicazione certa di un orientamento solare, quanto extra-cosmico; del passaggio ideale attraverso il sole, le cui reminiscenze si ampliano fin nei motivi stessi da cui prende nome uno dei fatidici colli di Roma: il Campidoglio. Il cui nome deriverebbe appunto dalla caput, la testa rinvenuta dai Tarquini alla fondazione del tempio di Giove.
Un ritrovamento augurale e interpretato come il segno certo della futura potenza dell’Urbe, (potenza numinosa) da cui, peraltro, pur tenendo conto delle insanabili contraddizioni che ne distinsero l’ascesa, prende origine l’idea stessa di Humanitas, (umanità) universale valore etico nato in Roma e prima di allora sconosciuto.
La cupola del cranio è la volta stessa del Cosmo, il teschio catalizza le energie cosmiche essendo tetto, cupola, del cosmo interiore. Ogni tumulo e cupola emblematizzano tale connessione all’anatomia manifesta quanto occulta dell’uomo, sovente sublimato in triplice accrescimento della sua potenzialità ideativa e per tal motivo, nell’architettura islamica, la sommità del minareto o di una qubbah talvolta è costituita da tre globi sovrapposti sormontati da una mezzaluna. La sovrapposizione dei tre globi figura i tre mondi o attraversamenti metaforici, attraverso i quali la nostra interiorità compie l'uscita dal Cosmo conseguendo la sua piena libertà.

Inoltre, un significativo parallelo si riscontra nell’induismo dove la terza cupola dell’uomo, in cui s’individua la sede della sfera intuitiva, è fisicamente  riconosciuta nella volta cranica.

Curioso notare come la planimetria del monte del Golgota ugualmente sia costituita di tre formazioni rotondeggianti.


Sul Golgota, dunque, non a caso una certa tradizione individua la sepoltura del teschio appartenuto al primo uomo: Adamo. Secondo la leggenda, l'albero da cui sarebbe stato tratto il legno servito alla crocifissione del Cristo sarebbe nato da un seme, posto nella bocca di Adamo dopo la sua morte, (ciò rafforzerebbe il valore della nostra emblematica germogliazione interiore) e, secondo la versione tramandata da Iacopo da Varagine (Varazze) nella sua "Leggenda aurea", redatta nella seconda metà del XIII sec*, tale seme coinciderebbe con lo stesso albero della vita.


Il corpo è scrigno allegorico del nucleo mitico, l’uomo è il luogo sensibile, il simbolo mutevole e cangiante dov’è coagulata la preesistente radianza di ciò che è qualificato come “principio ineffabile” e che specifica la sua essenza segretamente geniale, occasionalmente distorta, controllata, da nascoste forze penetranti e contrarie alla nostra piena ideazione (1).


*Quando Adamo sente la morte avvicinarsi, manda suo figlio Seth nel paradiso terrestre per sua consolazione. Dall’Albero della Vita Seth riceve tre ramoscelli. Tornato a casa pianta i ramoscelli sulla tomba del padre nel frattempo deceduto. I ramoscelli crescono in un albero meraviglioso che resiste alla prova del tempo fino a Salomone. Questi lo fa tagliare in vista della costruzione del Tempio; ma (importante precisazione questa) il legno cambia continuamente di dimensioni, come se rifiutasse di adattarsi al Tempio. Messo da parte, va a finire giusto nel ponte sul fiume Kedron, dove ha luogo l’incontro fra Salomone e la regina di Saba. La regina predice che quel legno è destinato a sorreggere un giorno il Messia, il quale sarà giustiziato dai Giudei. Pieno di diffidenza, Salomone fa gettare il legno in un pozzo, la successiva Piscina Probatica. Al tempo della Passione di Cristo, comunque, questo legno si fa trovare galleggiante, e i Giudei ne ricavano una croce. Di qui in avanti segue il racconto del ritrovamento della Vera Croce.

(1)

A tal proposito si potrebbe rilevare l’intenzionale capovolgimento dei significati rituali connessi al cranio e alle sue eminenti valenze simboliche, attraverso una lettura maggiormente attenta dell’omicidio Kennedy, la cui sparizione del cervello al momento della sepoltura, peraltro, rimanderebbe alla pratica stessa del cannibalismo rituale in uso presso diverse culture primitive.     Una modalità di assimilazione del principio immateriale, evidentemente già incompreso in tempi estremamente remoti.

Del pari tutta la memoria dei sacrifici cruenti offerti ai cosiddetti dèi, in quanto non tutto ciò che implica l’agire rituale tramandato dalla Tradizione è idoneo per elevare il nostro significato, anzi.

Il nucleo ispirativo conservato dalla Tradizione evidentemente è stato remotamente avviluppato ad un preponderante principio di contraffazione che ne ha oscurato i pregi originari e non può essere un caso che nell’Età attuale tutto l’ordinamento cultuale tradizionale è definitivamente dissolto e tristemente parodiato.

Il nostro mandato di post-moderni è quello di ri-edificare, peraltro assai imperfettamente e prevalentemente soli, la primigenia idea etica dispersa nel clamore dei tempi nuovi. Altri percorsi del resto non ci sono, se non quello ascendente e puramente mistico riguardante il principio etico primordiale – pre-egoico – i cui splendenti frammenti intuitivi sono stati molteplicemente diffusi e dispersi, ma ancora rintracciabili in particolar modo, nei testi residuali della liturgia Orfica, negli scritti Gnostici, nelle restanti schegge sapienziali di Eraclito, in Parmenide, in Platone, nei Diari di Marco Aurelio, nell’epistolario di Seneca, così come nelle storie del Cristo, nonché nella mistica occidentale cristiana dei Padri Cappadoci e della stessa scuola reniana, cui appartenne il robusto Mastro Eckhart, e nella sublime mistica medievale islamica, così come dell’antico Giappone e in molto altro ancora.


Tali testimonianze di accadimenti, come l’immagine qui sopra riportata e attribuita al presunto Adamo Cadmoni, (il nome fittizio già rivela una preordinazione parodistica) reali o meno che siano, alla fine non importerebbe nemmeno troppo, poiché in ogni caso sono comunque ascrivibili all’azione deleteria di un’attività pienamente controproducente, o anche definibile più opportunamente come contro-iniziatica, il cui intento è solo quello di conferire una caratteristica del tutto spettrale ad emblemi che di fatto originariamente non lo sono, ma che una crescente contraffazione rende sempre più evanescenti ed ingannevoli.

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