mercoledì 15 febbraio 2017

"nuove" comprensioni





Come notò l’acuto J. Baines, il sapiens, nel realizzare la sua lotta inclemente per l’esistenza, rilascia dal suo peculiare apparato emozionale determinate sostanze immateriali o più propriamente vibrazionali, che potremmo anche definire essere la sostanza interiore di “un distillato emozionale” composto da particolari fervori psichici, i quali, se adeguatamente canalizzati al momento della loro elaborazione, estenderebbero un influsso attrattivo straordinario, recepito da malevoli e parassitarie entità intelligenti del tutto incorporee e preesistenti all’umanità stessa.


Affinché possa essere garantita la nostra “mungitura energetica”, all’élite umana degenerata, che ambisce favorire tali oscure entita', necessita un appropriato, quanto involuto sebbene vetusto, supporto simbolico e allegorico e, dunque, rituale.


Gli ultimi beneficiari di questa antichissima predazione animica sarebbero i cosiddetti Arconti, di cui riferisce la tradizione gnostica, i quali suggono tali umori impalpabili che l’uomo secerna dalle sue emozioni. Attraverso una continua manipolazione psichica ottemperata dai loro servitori terreni (sostanzialmente le religioni organizzate e in particolar modo le tre grandi monoteiste, congiuntamente derivate dalla stirpe abramitica, completamente sottomessa all'obliqua entità chiamata Jahweh. Tali confessioni si dimostrerebbero a tutti gli effetti le migliori garanti del nefasto potere demiurgico e del suo accrescimento nel nostro piano dimensionale ).


Questo soggiogamento intimo dell’uomo, determinerebbe il suo massimo impedimento alla possibilità di rendersi migliore a se stesso, di agire consapevolmente in se stesso, di migliorarsi (leggi purificarsi) nonostante ora debba patire in ogni caso il transito dell’attuale Età oscura.



Dovremmo ritenere qualsiasi rito d’ingraziamento, qualsiasi prece o supplica elevata verso l’invisibile, come la residua estensione “edulcorata” (il più delle volte inconsapevolmente rinnovata) di antichi rituali estremamente cruenti e delle stesse “messe nere”. 


“Prendetene e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per tutti voi”, cosi' e' recitato nel momento maggiormente significativo della Messa. Quale corpo si sacrifica e per chi? Quale sangue è allegoricamente versato invitando i fedeli a berne! Per dissetare quale sete? Di quali frequenze diventiamo traduttori inconsapevoli aderendo a determinati riti, concepiti appositamente per stravolgere in noi il senso della spiritualità?


Non importa s’invochi la Madonna o Cristo o San Gennaro o Manitù, tali personificazioni allegoriche fungerebbero unicamente da “traduttori vibrazionali”, assolvendo in ciò ad una sofisticatissima manipolazione invisibilmente orchestrata.


Quando cerchiamo di connetterci in miserevole atteggiamento di supplica a potenze invisibili, ritenute come le misteriose dispensatrici di favori celesti o, ancor peggio, rivolgendosi ad esse nella bassa speranza di favorire beni terreni, in quell’istante abdichiamo dalla nostra più preziosa identità.


L’invocante, mediante una relazione interiore di completa subordinanza, svuota se stesso, ovvero, riversa inaccortamente la potenziale “tensione animica”, la qualità stessa della sua “quintessenza aurifera” nell’immagine sacra, ovvero, cede se stesso alla trappola dell’ineffabile “traduttore emblematico”, sia esso travestito da Cristo o Allah o Krishna poco importerebbe.


Ciò che importa, invece, è che tali raffigurazioni cultuali catalizzano dell’uomo una fondamentale quanto segreta possibilità…anzi, in questa misteriosa necessità che l’uomo ha di relazionarsi con l’invisibile risiederebbe La Sua Reale Possibilità Trasmutatoria: la “crisalide” terrena predestinata ad elaborare l’angelica “farfalla”.

Una possibilità che noi smarriamo per sostanziale  ignavia e disistima di noi stessi, come risultato di un condizionamento dottrinario secolare. Ogni effige divina che preveda da parte nostra un atteggiamento “servile”, sarebbe da ritenere totalmente ingannevole e fuorviante, in quanto sicuramente strumentalizzata da una gerarchia involuta che, più o meno nascostamente, consolida interessi prevalentemente secolari, mentre insegna ai propri adepti il “valore” della “genuflessione timorata” , il "valore" del “servilismo da sacrestia”, di “implorare il perdono per il solo fatto di esistere” “di tacere e obbedire ai voleri imperscrutabili di un dio benevolo ma inesorabile”.


Invece, si dovrebbe ritenere il potenziale simbolico che custodiamo, essere attivato positivamente da una valutazione maggiormente consapevole e, per questo, affatto sottomessa a elusive volonta' astratte. Attivazione positiva che implica necessariamente anche il "mandato tragico" stabilito dall’età presente, ma pur sempre rivelato nella sua pienezza realizzativa attraverso un composito percorso interiore di accresciuta consapevolezza; esperito per mezzo di modalità non comunemente date ed estremamente ardue a ricavarsi in un età di relativismo estremo come questa attuale.


L’autentica fierezza di sé è antitetica dalla deleteria autoglorificazione.


L’eminente Verità dei simboli, che sono propri alle primordiali “dottrine misteriche”, il cui nucleo sapienziale, (sapere è assonante a sapore) è bene rammentare, è letteralmente impastato di lievito poetico e costituisce l’essenza di un valore immenso e insieme immensamente “fragile”: un’essenza spirituale incorrotta e perennemente auto-rinnovantesi, il cui "centro" è ovunque e in nessun punto specifico. 
Potremmo definire tale identità recondita dell’essere, come Identità puramente Geniale. Chiarissima “ingenuitas” originaria, che è in grado d'avviare in sé più universi ma, la cui potenza al tempo stesso può subire, e di fatto subisce, occasionali deviamenti di significato che arrivano ad alterarne le indefinite possibilità di manifestazione.

La cosmogonia gnostica, sostanzialmente, narra proprio di questa sopraggiunta alterazione, da cui prende avvio il “vortice irrisolto” della presente creazione, perennemente agita dal desiderio. 
Un desiderio ardente e inappagato, quale impura aspirazione di “sotto-divinità”, qualificate nel Mito come aborti ritorti nella loro stessa incomprensione. 
Da qui originano, come un flusso deviato, la struttura stessa di tempo e materia, a tutti gli effetti scaturita proprio da tale ancestrale contraffazione.  
Dovremmo ritenere l’attuale piano dimensionale estremamente strumentalizzato da forze contrarie alla nostra piena “ideazione”. 

Benché si possa ritenere essere il simbolo della croce come fondamentale per decifrare l’orientamento intimo dell'uomo innestato nella materia e nel "giro delle ere", lo stesso, si potrebbe ugualmente asserire esservi “dietro” al crocifisso, ovvero, dietro ad una certa concezione del crocefisso, non il figlio di un dio, ma un Arconte parassita, che catalizza la speranza attraverso la strumentalizzazione di questo supremo emblema occasionalmente distorto.



Per tali motivi il gesuita Frixeido scriveva nel suo “difendiamoci dagli dèi” : “non dobbiamo invocare nessuno. Non invochiamo nessuno al fine di adorarlo. Non prostriamoci davanti a nessun dio-persona né davanti a nessun dio-cosa per rendergli culto o per celebrare riti”.
Lui asserisce essere deviato qualsiasi culto o rito (cristiano o meno) che preveda la sottomissione intima della persona alla divinità; poiché se una volontà preterumana esige la nostra sottomissione, e' la richiesta stessa in se' ad escludere a priori la natura divina. Se una qualsiasi divinità creduta come tale, ha bisogno della nostra sottomissione allora non è divina, ma solo un’influente contraffazione prevalentemente fantasmica, l'astrusa elaborazione concepita da una sorta di vampiro cosmico. In fondo, che esista la possibilità di strumentalizzare emblemi in sé puri è cosa nota presso le scuole sapienziali di ogni dottrina.
Un conto è l’agire retto, coerente, discreto e amorevole per la realtà circostante, un'altra cosa è la bassa santeria o le diverse “disarticolazioni emotive” causate dalla pratica di una mistica morbosa estremamente deleteria.
La “disciplina felice”, che esperisce i significati dell’essere,  impara innanzitutto a rispettare il mistero divino internato nell’uomo, e riflesso nei ritmi naturali. Spiritualizza i venti e la luce non come se questi fossero delle entità, ma poiché intuisce essersi conservata nel profondo degli elementi naturali stessi, la metaforica sedimentazione aurea di possibili conseguenze “rischiaranti” i motivi dell’esistere  -  dal latino Ex-sistĕre, composto di ĕx = ‘da, fuori’ e "sistĕre" = ‘porsi, stare, fermarsi’ e dunque ‘uscire, levarsi (dalla terra)’, quindi "apparire", appunto "esistere", ma come? Coscientemente, saldamente in sé stessi, mediante il rinvenimento di una relazione remota e misteriosamente instaurata dall’Identità Geniale con gli “effetti ultimi” della sua inevitabile deviazione; realizzata in un “creato” ciclicamente oscillante tra l’ascesa e la caduta.
La facoltà della reminiscenza, promulgata negli antichi Sacri Misteri, a tale inesprimibile fondo iridescente della manifestazione conduceva il Miste, affinche' ne ricavasse i motivi della sua “seconda nascita”.
L’emblema del Cristo contiene in sé la preminente Verità meta-universale, ma proprio in quanto addensato attorno al nucleo più puro dell’incorrotta “ingenuitas” originaria, la sua allegoria può offrirsi a molteplici distorsioni di senso.
Per questa via si spiegherebbe l’impura e indiscutibile solidità storica del Vaticano, non ascrivibile ad una sola “scaltrezza imprenditoriale”.

La sua assoluta impunità durante il trascorrere di secoli e secoli, attraversati avvalendosi di un sostanziale inganno spirituale e materiale.



L’apparente impunità morale di molti dei suoi corrotti ministri, l’agio dimostrato da molteplici inquisitori sanguinari, che nella ripetizione ossessiva del nome di Cristo e al grido di “Dio lo vuole” hanno decretato il martirio di genti e intere civiltà.



Dunque, ben prima di Paolo VI il Vaticano (l’arcaico colle dei Vati) alloggiava in sé “entità malevoli”, e, non si direbbe solo già dai primissimi esordi del cattolicesimo perché ciò sarebbe fin troppo ovvio, ma (purtroppo e a malincuore) si deve ritenere, quel luogo infestato fin dalla sua remota fondazione pelasgica. Così come si deve ritenere la preesistente Religione Avita stessa infestata da tali malevoli Entità, la dove esigeva nell’officio del culto tributi sacrificali di sangue e sottomissione. Parliamo sempre di età storiche già avanzate nell’equivoco metafisico predisposto dall’attuale yuga.
E’ la stessa gravità dei tempi a indicarci diversi percorsi interpretativi. Il sapere accademico costituisce un insostituibile sostegno, ma i parametri obbligati del relativismo culturale da cui nasce non possono più esaudire la nostra richiesta di rinnovata consapevolezza. Il lume accademico da solo si rivela debole per rischiarare il plurimillenario e multiforme tracciato esperienziale dell’uomo nel suo rapporto con la “dimensione del sacro”.
Un tracciato peraltro segnato dall’incedere degli eventi, scanditi da un ritmo assolutamente afasico quanto traballante e sempre più lontano dall’equilibrio spirituale.
Ogni intuizione fondata in una coscienza naturalmente orientata al recupero del proprio attributo superiore, può rivelarsi davvero utile a dipanare parte delle attuali tenebre epocali.
Nel fondo cangiante dei Miti cosmogonici possiamo intuire esservi la mutevole apertura ascendente, la proverbiale “porta stretta” dischiusa verso la liberazione, propriamente splendente, e che rimane inconoscibile all’ego qui occasionalmente indossato.


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