giovedì 23 febbraio 2017

del Tempo e frantumi di Lame


L’ideazione simbolica non scaturisce da una circostanza meramente intellettiva, ma, può essere definita come la prima ed esclusiva corrispondenza sensibile scaturita, germogliata, dallo stato di necessità determinato con l’evento ancestrale della “caduta”: la precipitazione dell’Essere nell’attuale trama degli eventi.

Si tratterebbe della progressiva, quanto assurda, diminuzione della pienezza soprannaturale diluita nel labirinto cosmico dei Cicli e delle Ere, avviate e convogliate per mezzo di una incomprensibile configurazione denominata Tempo: invisibile “architettura spiraliforme”, quasi un’intelaiatura astratta e interconnessa da imperscrutabili, quanto mobili, “giunture” che sarebbero veri e propri vortici divoranti e impeti rinnovanti le molteplici successioni fisiche; sulle quali, peraltro, starebbe convergendo ossessivamente l’attenzione “monocola” della moderna scienza satanica.  
Il tempo è un avvenimento invisibile ma evidente, perennemente mutevole, e inscindibile dalla materia. A tutti gli effetti potrebbe definirsi come una inusuale struttura geometrica estremamente complessa, la cui intelaiatura immateriale determina i sostegni della manifestazione visibile.
Il tempo, secondo la visione gnostico-manichea, in un certo senso, istituirebbe il “compromesso”, che è “l’inganno archetipico” attraverso cui la determinazione eterna (l’ineffabile monade soprannaturale) “intensifica” la propria “distorsione di senso”, ripetuta per ogni estensione sensibile caratterizzante appunto l’idea vita.


Dovremmo ritenere la “meccanica occulta” della vita regolata da un’eminente sensibilità simbolica, di cui la vita stessa è esemplare e mutevolissima allegoria e dove la sinergia di più tensioni e attrattive, addensate nell’involucro uomo, determina il valore di un supremo potenziale ideativo predisposto a trascendere infinitamente ogni compito circoscritto nei ritmi naturali.

Tempo e Universo costituirebbero il senso enigmatico di una sovrana rappresentazione simbolica, in cui il mistero maggiormente profondo è realizzato dalla nostra interiorità.

Ogni seme fisico testimonia una “possibilità”, ogni semenza conferma la sopravvivenza della vita che si perpetua attraverso la vita stessa, ma nell’uomo – unico caso in natura – preavverte la possibilità di ideare, di preannunciare per realizzare l’inesplicabile evento di ciò che si qualifica come impossibile. Nell’arco formato tra gli estremi di nascita e morte l’uomo arriva a trascendere il senso del “finito”, che, nello sviluppo dell’ordine di natura, ogni cosa inesorabilmente delimita. 

Ciò che rilega l’identità al nulla, ciò che eleva dall’oblio di una tenebra senza fondo è unicamente l’ideazione simbolica.
Nel Cosmo, per le sue particolarità mutevoli, solo l’uomo si qualifica come “inesplicabile baricentro iridescente”; con buona pace di quanto possa contrariamente sostenere un miope relativismo.

Seguendo questo tracciato dovremmo ri-considerare gli emblemi effigiati sulle carte, dette Lame, dei Tarocchi. Superlative ingenuità ideative, emblematiche connessioni puramente geniali, oggi diminuite all’uso degenere di cui s’avvale un impoverito equivoco divinatorio.

Tali raffigurazioni, in realtà, costituiscono una significativa cripto-testimonianza della Sapienza Perenne, riversatasi in effigi che solo apparentemente sembrano distolte dai fondamenti concreti dell’esistenza. I Tarocchi racchiudono l’enigma cangiante di eccellenti ideazioni simbolico-allegoriche, saldamente congiunte all’immaginazione poetica, (dunque profetica) riguardando i significati superiori celati nell’evidenza della manifestazione universale.


Ad esempio, non sarebbe affatto un caso che le 22 lame maggiori dei tarocchi, compaiano a cavallo tra il XIII e XIV sec. in cui è individuato un rilevante momento di trasformazione nella storia spirituale dell’Occidente.

La 12° lama, detta dell’Appeso, talvolta erroneamente definito come l’impiccato, preannuncia l’arcano di un Cosmo allegoricamente capovolto, ma, in ogni caso, desto in se stesso.

Il fascino delle meditazioni offerte dalle carte consiste nel fatto che queste possono essere prese in considerazione singolarmente, così come, quasi andando a comporre un’orditura enigmatica, ponendone i diversi diagrammi in reciproca relazione.

Tradizionalmente il numero 12 preannuncia il primo Compimento sul piano concreto, poiché 4 X 3 = 12, vale il cubo moltiplicato per i tre piani dell'essere; ottenendo quel medesimo dodecaedro attraverso cui Platone idealizzò i simbolici piani strutturanti l’Universo.

L'Appeso nella raffigurazione originaria, particolare questo affatto trascurabile, è dipinto come ancora giovane d’aspetto, ciò indica che non è ancora giunto all’avanzata maturità; individualmente, come personificazione del microcosmo e, dunque, dei pericoli spirituali connessi ai motivi della persona che transita nel “mezzo del cammin di nostra vita”. Ugualmente, per corrispondenza analogica dei significati ermetici intercorrenti tra “l’alto e il basso”, non sarebbe nemmeno giunta a compimento l’età cosmica che comprende il Ciclo in cui attualmente svolge il percorso l’intera umanità e che la figura dell’Appeso allegoricamente personifica, indicando un transito rilevante della sua ideazione universale.
Il capovolgimento, peraltro, rievocherebbe gli stessi presupposti rituali con cui Odino evoca in sé l’ispirazione sacrificale, attraverso la quale il Cosmo rinnova le prestabilite aperture dimensionali connesse con la nostra interiorità.
Nell’Appeso le gambe incrociate formano il segno distintivo della croce, le mani sono legate dietro la schiena e fanno sporgere i gomiti fuori dal busto, geometrizzando assieme il riferimento della testa un triangolo la cui sommità è rivolta verso il basso, sembrando essere sospeso sopra un abisso.

Questo perché nelle prime versioni dei Tarocchi (le uniche attendibili) la 12° lama non presenta alla base della rappresentazione alcun tipo di suolo, ma il disegno nel declinare il terreno allude chiaramente ad un principio di voragine. Un vuoto, inteso pertanto come la primordiale visuale prospettico-profetica del “ grande baratro”, quale anticipazione stessa di un’ulteriore precipitazione del Cosmo (della coscienza) nel dominio dell’indistinto, dell’oblio, in cui periodicamente si riversa la totalità della vita.

Ciò comunica l’idea dell’inabissarsi e dell’ascendere ciclico della vita e che la geometria idealizza nella figura nell’Appeso individuando, appunto, quel segreto Centro coordinatore costituito dall’intuizione propriamente luminosa e dove significativamente arrivano a convergere coscienza personale e coscienza universale. Avvalorando in ciò il giusto “orientamento immaginale”, indispensabile alla continuazione del Grande Viaggio, intrapreso dalla coscienza oltre i limiti dell’intrappolamento costituito dalla sua manifestazione mortale.

Inoltre, in alchimia, il triangolo sormontato dalla croce, è il segno dello Zolfo, ma qui è capovolto: un capovolgimento che, in questo caso, andrebbe letto non in senso negativo ma come una perfetta sublimazione.


La geometria che descrive la figura dell’Appeso, peraltro, è corrispondente alla 4° lama, quella dell’Imperatore, nella quale ritroviamo medesime disposizioni delle gambe ma “connesse” al terreno e, dunque, al centro di gravità materiale in cui l’assialità della croce afferma, tramite la figura dell’Imperatore, la propria sovranità sulla totalità della manifestazione visibile.
L’Imperatore è la 4° carta, e tale numero sottende la materia, che nella triplice elevazione del suo valore realizza la congiunzione con l’Appeso: quest’ultimo rivela, appunto, un principio di sublimazione, l’ideazione stessa della facoltà puramente irrazionale, compresa essere il principio supremo connessa ai domini dell’animo universale e, dunque, all’esistenza autenticamente consapevole di sé.
L’Imperatore presenta il volto austero di chi è avanzato negli anni, costituendo forse anche il monito di una consumazione precoce subita dall’esistenza materiale e che troppo spesso, avanzata ai margini del proprio dissolvimento, può disattendere il conseguenziale ottenimento della piena consapevolezza.

Per tale motivo dalla ponderatezza dell’Imperatore, per effetto di una moltiplicazione emblematica si eleva il capovolgimento dell’Appeso, inteso come trasformazione elettiva di un dominio altrimenti solo “orizzontale” e perciò estremamente caduco.

Il volto dell’Appeso difatti non compare stravolto, come quello di chi patisce un supplizio, ma dimostra serenità come chi volontariamente ha scelto lo stato della sua condizione.

Egli è ritratto giovane, come in effetti lo sarebbe l’animo rispetto ai limiti transitori prestabiliti per la materia.

I due alberi che sostengono l’Appeso, così come il tronco trasversale cui è legato, figurano il sostegno offerto dalla forza universale (sono peraltro noti i rimandi alle colonne sapienziali di Jachin e Boaz o agli stessi alberi edenici della conoscenza del bene e del male e della vita).

Ciò che qui maggiormente interessa è il sostegno offerto dalla forza universale, che è il nutrimento interno ad ogni nutrimento stesso, è la sua ideazione puramente geniale, svincolata da ogni paternità dogmatica e connessa ai significati lirico-estatici attivati nella materia (hylé) primordiale. Proprio tale archetipo “lirico” il Mito interna nella sacra quercia di Dodona, dalla quale fu accortamente ricavato lo scafo stesso degli Argonauti; poiché tale ineffabile emanazione, sussistente nelle fibre più intime dell’hylé, costituì l’insostituibile prerogativa utile per ultimare una navigazione ed impresa affatto ordinarie.


Dei rami tagliati nei due alberi ai lati dell’Appeso, dodici sono i mozziconi e che nel numero emblematizzano il giro stesso dell’anno terrestre connesso a quello stesso celeste, allusione alle dodici “stazioni siderali”, aggiogate anch’esse a legge di necessità.
Inoltre, dalla raffigurazione potremmo ricavare l’indicazione augurale riguardante il periodo dell’anno simbolicamente connesso alla scena e individuato nel mese di Aprile, (Aprile dalla “aperir” che è aprire) quale auspicio di effettiva rinascita fisica e soprattutto spirituale. E’ in Aprile che tradizionalmente vengono potati i rami danneggiati dal freddo invernale e, dunque, nella figurazione, ciò costituisce indubitabilmente il rafforzamento del significato che relaziona il capovolgimento rituale dell’Appeso alla rinascita emblematica; poiché nella carta è sotteso il rinnovamento dell’animo.

L’uomo, il suo animo è sospeso tra cielo e abisso, e qui nella carta la figura è connessa al cielo con un arto, ma la sua impotenza è solo apparente, in quanto realizza pienamente la propria ideazione simbolica con la gamba lasciata libera, che non divarica o lascia penzolare scompostamente; alludendo velatamente alla Felice disciplina dell’anima riflessa nella risolutezza stessa del corpo.

Inoltre, come ulteriore indicazione augurale, la gamba destra piegata incrociando la sinistra forma un triangolo con la punta all’ingiù realizzando l’ideogramma alchemico dell’acqua di vita.

Le monete che cadono dal suo giubbino possono emblematizzare la stessa "quintessenza aurea", così come lo “spogliamento” o “sublimazione” dei metalli ordinari; in alchimia la cosiddetta “mutatio metallorum”, intesa come l’interiore trasformazione di metalli allegorici paradigmatici della trasmutazione dell’iniziato.

Dovremmo ritenere l’emblema dell’Appeso come la sintesi di un occulto insegnamento cosmogonico, rivelato nella sua distesa articolazione attraverso un complesso sistema di riferimenti che associa le une alle altre, mediante un cangiante cifrario poetico-allegorico, le 22 Lame Maggiori.

Una commistione simbolica abilmente dissimulata nell’ordinaria concezione del “gioco” e che in fondo, il gioco stesso, altro non sarebbe che un traslato della tragedia umana, della sua ineluttabilità, (il gioco è inscindibilmente legato alla fatalità) e del rinvenimento di quelle facoltà interiori necessarie all’animo per opporvisi.

Un valore questo, concernente l’ispirata modalità operativa che mira a conseguire l’effettivo perfezionamento interiore.           Anche da qui possiamo ricavare quei motivi fondanti il supporto ideativo di cui necessitano le potenzialità, ora estremamente ridotte, dell’umanità attraversante il presente Ciclo.

Nelle 22 Lame Maggiori s’interna parte significativa di quell’essenza sapienziale indispensabile al superamento dell’attuale deriva dei tempi (Kali-yuga).


Con queste carte si può pervenire al senso legittimo dell’autentica “interrogazione divinatoria” o anche “intuizione poetico-oracolare”, intesa come elevazione sottile della coscienza sulle coordinate ancestrali in cui gravitano le Ere. L’unica forma divinatoria ammissibile consiste nella facoltà di poter individuare la “posizione” del nostro stato interiore, del come si relaziona alle profondità del Cosmo e, soprattutto, del come poter rettificare l’eventuale intimo smarrimento.

I Tarocchi si rivelano come indispensabili occasioni contemplative e profonde sorgenti riflessive dove poter immergere l’intuizione, svincolata dalla banalità, del tutto contemporanea, che la vuole confinata in una meschina, quanto angustiata, aspettativa di un presente o di un domani solo egoici.

Nell’assetto completamente involuto di una società massificata e consumistica l’idea del divenire è corrotta in continui pretesti di ansietà. 
La quotidianità, irrigidita nel dominio della sola "tecnica", diventa la ripetizione di un vuoto a perdere: di un vuoto "svuotato" d’ogni principio di saggezza.

L’importanza di determinati emblemi, cui oggi si sovrappongono altri del tutto arbitrari, i quali, benché sembrino offrire comode lusinghe sono unicamente devianti, (pop-ipnosi) e in definitiva, potendo rimuovere dalla nostra attenzione tali abbagli deleteri ci accorgeremmo della sicura permanenza (benche' residuale) di determinati valori emblematici, concernenti l'importanza di un’intuizione suprema, che rilega l’originario principio splendente dell’essere all’ora maggiormente oscura dei tempi.

E’ la reminiscenza stessa di quel dominio elettivo da cui la nostra interiorità sembra essere inesorabilmente separata da tempo immemore e i cui devastanti effetti danno tutta l’impressione di culminare adesso.

In queste carte, sostanzialmente, agisce l’influsso profondo dell’antico monito “conosci te stesso”: che varrebbe anche il “conosciti oltre te stesso”.






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