martedì 24 gennaio 2017

indizi di orientamenti preistorici



La montagna per la sua caratteristica culminazione, in aggiunta alla sua forma, spesso piramidale, nel pensiero della Tradizione esprime con il suo slancio poderoso verso il cielo quell’immenso afflato nostalgico che il mondo “materiale” mostra di recare con sé una volta distaccato dalla sua condizione originaria. La “solidificazione” della realtà costituisce il tema della “caduta” dalla perfezione originaria, quando appunto il basso e l’alto erano  in perenne congiunzione.
Ogni montagna intuita come “sacra” dalle civiltà tradizionali figura di fatto un “centro del mondo” poiché il mondo, nella dimensione immaginale, si ricostituisce attorno a tale simbolico centro da cui si apre, s’inaugura, s’accende la vastità dell’orizzonte allegorico e dove l’idea o presentimento di “elevazione”, esprime tutte le  possibili “rotture di livello” del cosiddetto “reale manifestato”, ripartito nelle coordinate simboliche determinate dall’axis mundi (secondo l’interpretazione codificata da Guenòn nel suo noto “simbolismo della croce”).
Per Tradizione qui è intesa l’esaltazione positiva dell’impulso propriamente Lirico interiore all’uomo e che, ugualmente, pervade la totalità dell’immane combustione universale.


L’idea di Tradizione non riguarda un “becero conservatorismo”. L’impostazione delle società tradizionali attraverso i diversi momenti storici delle loro massime fioriture (testimonianze felici) dimostrarono nell’organizzazione della vita civile associata, di saper condividere coralmente l’intimo impulso alla Conoscenza avvalendosi di una ricerca essenzialmente apolitica per valorizzare ciò che si qualifica come Immortale e Saggio (la Conoscenza sottende la qualità Trascendente e dunque Poetica, che fu variamente tradotta nella materia per mezzo di eminenti conoscenze ingegneristiche, matematiche, architettoniche, idrauliche e astronomiche tutte riunite e subordinate ad una visione propriamente olistica dell’esistenza.)

Qui in Italia, uno fra i molti luoghi deputati a custodire il riflesso archetipale lo troviamo nel vasto entroterra ligure, dove si erge l’aspro monte Bego (circa 2800 m.), posto quasi al confine geografico tra Francia e Italia e nelle prossimità di quei territori conosciuti con i nomi suggestivi di Valle di Fontanalba e Valle delle Meraviglie; compresi in quell’area protetta di recente costituzione, denominata Parco del Mercantour.

Monte Bego svela attraverso la sua etimologia il potere di cui è investito, il toponimo deriva, infatti, dall’indoeuropeo Beg che significa “Signore Divino”.  

La sacralità del luogo è mostrata da una quantità impressionante di petroglifi  che, durante i secoli, sono stati incisi sulla roccia e riferibili dall’epoca epipaleolitica 10.000 a.C., fino all’occupazione romana della Valle.

Il Bego si prefigura come un “Monte Olimpo” preistorico. Un “centro oracolare” che è tale poiché in diretto collegamento con il Centro Simbolico. Per inciso, si ricorda che è il simbolo a conferire carattere veridico e, propriamente, la “struttura” alla realtà e mai il contrario come invece dimostra di sostenere il pensiero profano.


Il tema iniziatico del labirinto e del centro, espresso in forma di swastica, riconducono anch’essi al tema polare e alla rotazione. Monte Bego per il suo carattere “ombelicale” ben si presta a rappresentare il centro intorno a cui ruota l’intera manifestazione e il tema dello svolgimento di questo simbolo intersecato a rete la ritroveremo nello stesso omphalos delfico.




Queste bizzarre figure che si trovano incise in prossimità dei sentieri del Bego, sembrano “aratori verticali” o anche stilizzazioni di “aratori celesti”, (la "cultura", propriamente, è aratura del culto). Quasi agrimensori delle distese praterie cosmiche, delle distanze che relazionano l'una con le altre le molteplici fioriture ardenti che sono le stelle, (a questo occorrerebbero le aste delle raffigurazioni elevate verso l'alto). Queste stilizzazioni d'uomini sembrano davvero prefigurare la prima regola della sublimazione ascetica, tradotta poi negli stessi vangeli e nell’alchimia, in cui non a caso si avverte della necessità di un dissodamento liturgico del proprio “campo interiore”.
E’ l’orientamento prevalentemente verticale della vanga stilizzata che avrebbe suggerito ad alcuni studiosi l’indicazione certa delle progressive tappe cosmiche scandite dal percorso puramente sciamanico/veggente compiuto per salire al metaforico vertice polare cui appunto sarebbero dirette le aste; indicanti pertanto le incorrotte sorgenti aurorali dell’essere.
La culminazione stessa dell’asta in forma quadrata o triangolare, sia essa interpretabile come una sorta di protobandiera o vanga testimonia in ogni caso l’affermazione dell’operante/iniziato in differenti domini del reale, sconfinamenti operati dalla coscienza opportunamente formata e che le figure riprodotte dimostrano di saper controllare.

Il tema dello swastica nasce da tempi molto lontani addirittura parrebbe dal paleolitico medio (ciò che tale eminente simbolo costituisce nell’esempio del dogmatismo nazista qui non interessa).
In Romania sul pavimento di una grotta dei Monthi Bhigor, detta “grotta fredda”, erano deposti quattro crani di Orso disposti in modo da indicare i quattro punti cardinali formando una forma volutamente a swastica Ricordiamo con René Guénon e Thomas Wilson, primo e insuperato studioso del tema, che lo swastica, costituisce un’espressione del simbolismo della croce. Commenta Wilson: ”le varie pittografie preistoriche confermano che si tratta di un simbolo ciclico - polare.
La svastica già dal tempo del Paleolitico, raffigura il movimento che si compie attorno al polo fisso e immobile del polo cosmico (Luigi Fenolo: “Una rosa dei venti neandertaliani di 80.000 anni fa e le due Orse”)

Aggiungiamo che tutto il culto neandertaliano dell’orso dovrebbe essere ricondotto a questo simbolismo in quanto è la sagoma delle orse in rotazione a formare lo swatica, come si vede nel disegno riprodotto. Si noti confrontando il segno dello swastica Claviforme, con quello delle orse come le predette chiavi, siano acconciamente disposte per aprire le “porte celesti” in quattro momenti fatidici dell’anno; emblematizzando con ciò la sostanza del fatidico passaggio dimensionale che per le conseguenti implicazioni metamorfiche (manifestazione del nume) venne efficacemente definito da un noto esegeta moderno come “mysterium tremendum et fascinans”.








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