giovedì 26 gennaio 2017

Haiku o la poetica del sereno furor



Silenzio.

 Graffia la pietra

 un canto di cicale

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L’erba estiva!

È tutto ciò che rimane

del canto dei guerrieri

(Basho)





“La mia scuola poetica è quella in cui ci si ispira al furyu e sostanzialmente il furyu è qualcosa che si oppone al mondano.

Esso scaturisce dal rifiuto di quel mondo comune in cui si colloca la quotidianità sociale. Aderire a ciò, divenire furyujin (uomo furyo) innanzi tutto, significa rendersi espressione di un puro distacco, dunque, disporre rettamente il proprio cuore e allontanarsi dal mondo”. 

Questo è il pensiero di Matsuo Basho, poeta nipponico del XVII sec. e massimo esponente di quella forma espressiva lirica denominata “haiku”: componimento poetico che, come fu osservato da un acuto pensatore occidentale “racchiude ciò che vedete, ciò che sentite, in un minimo orizzonte di parole”.
Con immensa ingenuità trovo interessante l’assonanza del termine “furyu” al nostro “furor” –  “furia” che, ugualmente ad esso e' considerata una qualità inscindibile dal valore poetico.

Odino è il Veggente pervaso dal Furor. Si ritiene che il nome del dio derivi da una radice protogermanica wod - che nei suoi esiti designa l'ebbrezza, l'eccitazione, il furore, il genio poetico. Alla base della parola vi è la radice indoeuropea wat – intesa come “soffio, ispirazione”, da cui sarebbero scaturiti il latino vates “poeta ispirato” e il protoceltico watus = poesia profetica.

Nel mito Odino è solo quando ritrovandosi appeso a testa in giù all’albero cosmico, ebbro, dunque, “felicemente ingenuo” ridefinisce gli orientamenti “celesti” del nuovo Universo.
Odino non sarebbe da considerare come un entita' a noi esterna, ma piuttosto come il predicato interiore in ogni coscienza indirizzata al risveglio. Egli è Colui che regge, cosa? il Cosmo e dunque l'animo, sostenendo profeticamente l’asse su cui trovano intersecazione più piani dimensionali (medesima metafora seppur in diverse accezioni la ritroviamo nella figura del Cristo Pantocratore = di Colui che regge con forza).


Tali figure sono identità simboliche latenti in ogni coscienza intenzionata a ri-evocare in sé la forza numinosa da cui promana l’effettiva consapevolezza di sé. Questo nulla ha a che vedere con un principio di esaltazione volgare o di facile fervore psichico. Anzi, interiorizzare ciò estingue ogni deleterio entusiasmo legato all’auto-glorificazione.

In realtà noi saremmo un "niente", un "contenitore di vuoto" addensato da fugaci necessita'; al più, potremmo consideraci custodi evanescenti del Mistero e per questo essere grati al Principio ineffabile che ci anima e che ci rende coscienti d'essere una "pura illusione" occasionalmente solidificata.  

Per riconnettersi alla pura Identità Geniale la maschera dell’ego va bruciata.

Ogni persona che aspira all’interiore “chiarificazione” nella sua insignificanza inizia a determinare se stessa come effettivo pilastro del meta-cosmo in cui dovrà riversare la propria essenza. Essenza che è assolutamente estranea all’identità psichica dell’io storico qui incarnato.

Il Furor, che è veemenza, impeto, passione, da sempre è considerato inscindibile dalla conoscenza poetica e veggente. Di questa furia ispiratrice è scritto negli Oracoli Caldaici e nell’Iliade, che non a caso inizia la narrazione invocando la Musa per tradurre l’ira, la furia.

Nella tradizione alchemica la misurata regolazione del “furor” (lampo ispirativo che accende internamente alla coscienza il proverbiale fuoco filosofico) è la prima qualità richiesta all'operante.

Ciò troviamo riportato con grande forza evocativa nel secondo Frammento degli Oracoli Caldaici: "Completamente rivestito del colmo di una luce risonante, armato anima e mente di una forza come spada tricuspide, getta nel cuore il simbolo della molteplicità come un grido di guerra- - - - -non aggirarti per canali di fuoco disperdendoti, ma concentrandoti".
Sostanzialmente, estinguere questa concentrazione interiore, supremamente poetica e del tutto priva di significato per l’attuale ordinamento involuto, (notte dei tempi) è il compito assolto dall'azione corrosiva di forze propriamente definibili come contro-iniziatiche e che intuiamo essersi occultate nella chiassosa e degradante congerie appartenente al variegato mondo-pop, nonché nell’odierna sistemazione digitale e nell'idea stessa della cosiddetta "innovazione" unicamente guidata dalla ragione e dal profitto.

il Furor è la preziosissima qualità ardente dell'animo, la favilla lirica da cui esso avvampa scaturisce da quel radiante nucleo vitale posto oltre i domini della vita stessa. L’allontanamento dal meta-cosmo, l’ancestrale esilio dalla Celeste Patria perduta: solo la memoria di tale consapevolezza da forma e sostanza compiuta alla nostra identità puramente Tragica. Nella persona è la presa di consapevolezza della propria sacralità, appunto riflessa nell’identità tragica, che consente la sua unica possibile “elevazione” sul dolore.

L’identità Tragica oggi è rovesciata dall’attuale disordine tecnicistico, estremamente diminuita nella prevalente esistenza impotente e piagnucolona dell’uomo-massa video-condizionato, consumatore-demente poiché dimentico di sé e delle proprie Origini.  

Il Furor sarebbe poi anche la prima qualità umana massimamente temuta dai cosiddetti Arconti, poiché se ben governato permette di "fondere" gli sbarramenti di questa prigionia cosmica.

Dunque, ciò a cui invita la poetica di Basho non tratta di un generalizzato e sdolcinato "effimero risveglio poetico", ma, di fatto, è l’invito a realizzare una perfetta quanto “felice insignificanza”, rinsaldata all'Identità Geniale.

Identità Geniale preesistente agli elementi naturali che ne sono animati.

Inoltre, in India nell'antichissimo testo sacro delle Upanishad si richiama all'attenzione costante da esercitare nell'attuale piano dimensionale, poiché si trova scritto: "con ogni sforzo occorre purificare questo pensiero...si diventa ciò che si pensa, questo è l'eterno mistero".

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