martedì 31 gennaio 2017

i cosiddetti "tempi ultimi" (Estratto da: "Le lingue tagliate" di A. Bonifacio)





I Cristiani aspettano che Cristo riappaia tra le nuvole del Cielo, che la Donna dell’Apocalisse partorisca questo misterioso figlio della sapienza, i Sunniti aspettano identicamente il ritorno del Cristo accompagnato dal Madhi, gli sci’iti la riapparizione del dodicesimo Imam, gli zoroastriani Gayomart, i Buddisti Maitreya, gli induisti l’ultimo Avatar…inutile andare avanti è nell’ordine di esaurimento del ciclo che le possibilità si consumino fino alla loro completa estinzione e qualcuno ripristini le condizioni originarie.


Tutto questo perché i tempi ultimi, più dì ogni altra epoca, saranno dominati dal disordine e dall’ingiustizia, oltre ché dall’empietà, e il ritorno “avatarico” dei precedenti “legislatori”, ristabilirà le condizioni auree dell’origine (fatte salve le diverse linee tradizionali su cui non sto qui a disquisire)

Quindi non comprendo che senso abbia parlare di battaglie perse. Chi si fronteggiava?


Forse si allude al trionfo dell’anticristo, ma costui non è esclusivamente un contro cristo, una sua contraffazione parodistica, egli è in primo luogo un ante Cristo  e se la sua venuta, la sua affermazione e il suo trionfo dimostrano l’agonia della Tradizione al contempo ne preannuncino il ritorno, almeno secondo la dottrina dei cicli cosmici.

Se qualcuno cinquant’anni fa ha affermato che questo è “il tempo di cavalcare la tigre” perché “chi cavalca la tigre non può scendere” sarà stato evidente che è ormai inutile cercare appoggi all’esterno, in qualche istituzione per l’aureo motivo che in un’epoca di crolli chi meno s’appoggia meno cade.

Ora però vorrei aggiungere una precisazione. Dopo che ci siamo fatti questo piagnisteo tutto occidentale sul come e perché siamo caduti così in basso, sulla quasi impossibilità di trovare maestri che siano nocchieri capaci di condurci fuori dalle tempeste del mondo, che ci siamo edotti sul kali yuga, l’età del ferro e l’età oscura, sulla corsa sfrenata di Fenrir che, sciolto dai suoi legami, si divora voracemente la creazione e quindi fattici carico di tutte le apocalissi possibili e immaginabili (intese in senso popolare come disastri e non come rivelazioni) un’occhiatina meno etnocentrica al mondo che ci circonda la vogliamo dare?


Vogliamo assumerci la forte e chiara responsabilità che “nel fardello dell’uomo bianco” che abbiamo assunto (?) nei confronti dei popoli “senza” scrittura o altrimenti “in via di sviluppo” (leggasi predazione incontrollata), nonché animisti (senza concetto monoteistico di Dio) c’è forse anche la consegna non della civiltà (?) ma della mela avvelenata che li ha velocemente intossicati fin quasi portando taluno di essi all’estinzione (la popolazione autoctona di Cuba praticamente suicidatasi in massa).

Vogliamo anche ipotizzare che in questa mela avvelenata ci sia anche quell’ingrediente che qui tanto si compiange d’aver perduto e cioè la “vera” “religione” di cui tanto accusiamo i nostri tempi di essere priva.

Perché una cosa è evidente; noi possiamo disquisire quanto ci piace sull’età ultima, e leccarci le ferite della nostra infelice condizione, ma l’età ultima a questi popoli “senza”, l’abbiamo portata noi, non se la sono procurata da soli, non è nata all’interno delle loro culture.


Per quello che ci suggerisce la lettura di alcuni classici come Schuon per gli Indiani dell’’America settentrionale, Reichel Dolmatoff per il “cosmo amazzonico”, Bruce Catwin per gli aborigeni australiani abbracciando così due continenti e “mezzo”. Questi popoli vivevano la dimensione spirituale delle loro esistenze in maniera diffusa e ripartita fra tutti i membri della comunità.

Il problema della fede e i suoi tormenti non li hanno mai sfiorati. L’”africano”, se si legge Griaule, parlava correntemente con i suoi morti, che erano i suoi antenati e pensando di essere lui il morto da vivo solo apparente, indirizzava tutta la sua esistenza nel tentare di raggiungere questo status di antenato che gli consentiva di essere vivo da “morto”, una volta rinsecchito nella tomba.

Non era “fede” nella resurrezione dei morti, era prassi quotidiana.

F. Schuon ha trovato, tra gli Indiani del nord ovest americano, identica complessità teologica, tanto che in qualche punto del suo libro egli sembra addirittura suggerire quasi un paradosso, ovverosia che il vero cristianesimo sia quello indiano, proprio per la pregnanza che il simbolismo della croce assume presso queste tribù con cui era entrato in relazione profonda e simpatetica. Mi taccio sulle vie dei canti australiani e sulle nefandezze etniche compiute nei loro confronto fin in tempi recentissimi.


Ora la riprova che questo “modo di vita” fosse giusto lo ricaviamo dal fatto che, prima di esser infestati dal mondo occidentale, questi popoli, oltre a dichiararsi “felici” (la città di Dio non sta solo in cielo evidentemente) erano in grande salute e qualora si fossero di colpo estinti per un accidente del destino, forse non avremmo neanche saputo della loro esistenza perché non avevano spostato un sasso dall’ambiente in cui vivevano, forse perché ogni sasso, ogni essere, alla fine, è teofania di Dio (è un residuo metafisico secondo la bella definizione di Nuccio D’Anna) e non può essere usato/ spostato / eliminato senza il suo permesso.

Purtroppo, e per farla breve, noi abbiamo avuto la disgrazia delle scienze sociali (tutte fallimentari) e dell’evoluzionismo (idem) che avrebbero avuto la pretesa di spiegarci, in termini puramente umani, come funzionavano le società altrui e come avremo reso prossime alla perfezione le nostre.

Il risultato (catastrofico) è sotto gli occhi di tutti


giovedì 26 gennaio 2017

Haiku o la poetica del sereno furor



Silenzio.

 Graffia la pietra

 un canto di cicale

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L’erba estiva!

È tutto ciò che rimane

del canto dei guerrieri

(Basho)





“La mia scuola poetica è quella in cui ci si ispira al furyu e sostanzialmente il furyu è qualcosa che si oppone al mondano.

Esso scaturisce dal rifiuto di quel mondo comune in cui si colloca la quotidianità sociale. Aderire a ciò, divenire furyujin (uomo furyo) innanzi tutto, significa rendersi espressione di un puro distacco, dunque, disporre rettamente il proprio cuore e allontanarsi dal mondo”. 

Questo è il pensiero di Matsuo Basho, poeta nipponico del XVII sec. e massimo esponente di quella forma espressiva lirica denominata “haiku”: componimento poetico che, come fu osservato da un acuto pensatore occidentale “racchiude ciò che vedete, ciò che sentite, in un minimo orizzonte di parole”.
Con immensa ingenuità trovo interessante l’assonanza del termine “furyu” al nostro “furor” –  “furia” che, ugualmente ad esso e' considerata una qualità inscindibile dal valore poetico.

Odino è il Veggente pervaso dal Furor. Si ritiene che il nome del dio derivi da una radice protogermanica wod - che nei suoi esiti designa l'ebbrezza, l'eccitazione, il furore, il genio poetico. Alla base della parola vi è la radice indoeuropea wat – intesa come “soffio, ispirazione”, da cui sarebbero scaturiti il latino vates “poeta ispirato” e il protoceltico watus = poesia profetica.

Nel mito Odino è solo quando ritrovandosi appeso a testa in giù all’albero cosmico, ebbro, dunque, “felicemente ingenuo” ridefinisce gli orientamenti “celesti” del nuovo Universo.
Odino non sarebbe da considerare come un entita' a noi esterna, ma piuttosto come il predicato interiore in ogni coscienza indirizzata al risveglio. Egli è Colui che regge, cosa? il Cosmo e dunque l'animo, sostenendo profeticamente l’asse su cui trovano intersecazione più piani dimensionali (medesima metafora seppur in diverse accezioni la ritroviamo nella figura del Cristo Pantocratore = di Colui che regge con forza).


Tali figure sono identità simboliche latenti in ogni coscienza intenzionata a ri-evocare in sé la forza numinosa da cui promana l’effettiva consapevolezza di sé. Questo nulla ha a che vedere con un principio di esaltazione volgare o di facile fervore psichico. Anzi, interiorizzare ciò estingue ogni deleterio entusiasmo legato all’auto-glorificazione.

In realtà noi saremmo un "niente", un "contenitore di vuoto" addensato da fugaci necessita'; al più, potremmo consideraci custodi evanescenti del Mistero e per questo essere grati al Principio ineffabile che ci anima e che ci rende coscienti d'essere una "pura illusione" occasionalmente solidificata.  

Per riconnettersi alla pura Identità Geniale la maschera dell’ego va bruciata.

Ogni persona che aspira all’interiore “chiarificazione” nella sua insignificanza inizia a determinare se stessa come effettivo pilastro del meta-cosmo in cui dovrà riversare la propria essenza. Essenza che è assolutamente estranea all’identità psichica dell’io storico qui incarnato.

Il Furor, che è veemenza, impeto, passione, da sempre è considerato inscindibile dalla conoscenza poetica e veggente. Di questa furia ispiratrice è scritto negli Oracoli Caldaici e nell’Iliade, che non a caso inizia la narrazione invocando la Musa per tradurre l’ira, la furia.

Nella tradizione alchemica la misurata regolazione del “furor” (lampo ispirativo che accende internamente alla coscienza il proverbiale fuoco filosofico) è la prima qualità richiesta all'operante.

Ciò troviamo riportato con grande forza evocativa nel secondo Frammento degli Oracoli Caldaici: "Completamente rivestito del colmo di una luce risonante, armato anima e mente di una forza come spada tricuspide, getta nel cuore il simbolo della molteplicità come un grido di guerra- - - - -non aggirarti per canali di fuoco disperdendoti, ma concentrandoti".
Sostanzialmente, estinguere questa concentrazione interiore, supremamente poetica e del tutto priva di significato per l’attuale ordinamento involuto, (notte dei tempi) è il compito assolto dall'azione corrosiva di forze propriamente definibili come contro-iniziatiche e che intuiamo essersi occultate nella chiassosa e degradante congerie appartenente al variegato mondo-pop, nonché nell’odierna sistemazione digitale e nell'idea stessa della cosiddetta "innovazione" unicamente guidata dalla ragione e dal profitto.

il Furor è la preziosissima qualità ardente dell'animo, la favilla lirica da cui esso avvampa scaturisce da quel radiante nucleo vitale posto oltre i domini della vita stessa. L’allontanamento dal meta-cosmo, l’ancestrale esilio dalla Celeste Patria perduta: solo la memoria di tale consapevolezza da forma e sostanza compiuta alla nostra identità puramente Tragica. Nella persona è la presa di consapevolezza della propria sacralità, appunto riflessa nell’identità tragica, che consente la sua unica possibile “elevazione” sul dolore.

L’identità Tragica oggi è rovesciata dall’attuale disordine tecnicistico, estremamente diminuita nella prevalente esistenza impotente e piagnucolona dell’uomo-massa video-condizionato, consumatore-demente poiché dimentico di sé e delle proprie Origini.  

Il Furor sarebbe poi anche la prima qualità umana massimamente temuta dai cosiddetti Arconti, poiché se ben governato permette di "fondere" gli sbarramenti di questa prigionia cosmica.

Dunque, ciò a cui invita la poetica di Basho non tratta di un generalizzato e sdolcinato "effimero risveglio poetico", ma, di fatto, è l’invito a realizzare una perfetta quanto “felice insignificanza”, rinsaldata all'Identità Geniale.

Identità Geniale preesistente agli elementi naturali che ne sono animati.

Inoltre, in India nell'antichissimo testo sacro delle Upanishad si richiama all'attenzione costante da esercitare nell'attuale piano dimensionale, poiché si trova scritto: "con ogni sforzo occorre purificare questo pensiero...si diventa ciò che si pensa, questo è l'eterno mistero".

martedì 24 gennaio 2017

indizi di orientamenti preistorici



La montagna per la sua caratteristica culminazione, in aggiunta alla sua forma, spesso piramidale, nel pensiero della Tradizione esprime con il suo slancio poderoso verso il cielo quell’immenso afflato nostalgico che il mondo “materiale” mostra di recare con sé una volta distaccato dalla sua condizione originaria. La “solidificazione” della realtà costituisce il tema della “caduta” dalla perfezione originaria, quando appunto il basso e l’alto erano  in perenne congiunzione.
Ogni montagna intuita come “sacra” dalle civiltà tradizionali figura di fatto un “centro del mondo” poiché il mondo, nella dimensione immaginale, si ricostituisce attorno a tale simbolico centro da cui si apre, s’inaugura, s’accende la vastità dell’orizzonte allegorico e dove l’idea o presentimento di “elevazione”, esprime tutte le  possibili “rotture di livello” del cosiddetto “reale manifestato”, ripartito nelle coordinate simboliche determinate dall’axis mundi (secondo l’interpretazione codificata da Guenòn nel suo noto “simbolismo della croce”).
Per Tradizione qui è intesa l’esaltazione positiva dell’impulso propriamente Lirico interiore all’uomo e che, ugualmente, pervade la totalità dell’immane combustione universale.


L’idea di Tradizione non riguarda un “becero conservatorismo”. L’impostazione delle società tradizionali attraverso i diversi momenti storici delle loro massime fioriture (testimonianze felici) dimostrarono nell’organizzazione della vita civile associata, di saper condividere coralmente l’intimo impulso alla Conoscenza avvalendosi di una ricerca essenzialmente apolitica per valorizzare ciò che si qualifica come Immortale e Saggio (la Conoscenza sottende la qualità Trascendente e dunque Poetica, che fu variamente tradotta nella materia per mezzo di eminenti conoscenze ingegneristiche, matematiche, architettoniche, idrauliche e astronomiche tutte riunite e subordinate ad una visione propriamente olistica dell’esistenza.)

Qui in Italia, uno fra i molti luoghi deputati a custodire il riflesso archetipale lo troviamo nel vasto entroterra ligure, dove si erge l’aspro monte Bego (circa 2800 m.), posto quasi al confine geografico tra Francia e Italia e nelle prossimità di quei territori conosciuti con i nomi suggestivi di Valle di Fontanalba e Valle delle Meraviglie; compresi in quell’area protetta di recente costituzione, denominata Parco del Mercantour.

Monte Bego svela attraverso la sua etimologia il potere di cui è investito, il toponimo deriva, infatti, dall’indoeuropeo Beg che significa “Signore Divino”.  

La sacralità del luogo è mostrata da una quantità impressionante di petroglifi  che, durante i secoli, sono stati incisi sulla roccia e riferibili dall’epoca epipaleolitica 10.000 a.C., fino all’occupazione romana della Valle.

Il Bego si prefigura come un “Monte Olimpo” preistorico. Un “centro oracolare” che è tale poiché in diretto collegamento con il Centro Simbolico. Per inciso, si ricorda che è il simbolo a conferire carattere veridico e, propriamente, la “struttura” alla realtà e mai il contrario come invece dimostra di sostenere il pensiero profano.


Il tema iniziatico del labirinto e del centro, espresso in forma di swastica, riconducono anch’essi al tema polare e alla rotazione. Monte Bego per il suo carattere “ombelicale” ben si presta a rappresentare il centro intorno a cui ruota l’intera manifestazione e il tema dello svolgimento di questo simbolo intersecato a rete la ritroveremo nello stesso omphalos delfico.




Queste bizzarre figure che si trovano incise in prossimità dei sentieri del Bego, sembrano “aratori verticali” o anche stilizzazioni di “aratori celesti”, (la "cultura", propriamente, è aratura del culto). Quasi agrimensori delle distese praterie cosmiche, delle distanze che relazionano l'una con le altre le molteplici fioriture ardenti che sono le stelle, (a questo occorrerebbero le aste delle raffigurazioni elevate verso l'alto). Queste stilizzazioni d'uomini sembrano davvero prefigurare la prima regola della sublimazione ascetica, tradotta poi negli stessi vangeli e nell’alchimia, in cui non a caso si avverte della necessità di un dissodamento liturgico del proprio “campo interiore”.
E’ l’orientamento prevalentemente verticale della vanga stilizzata che avrebbe suggerito ad alcuni studiosi l’indicazione certa delle progressive tappe cosmiche scandite dal percorso puramente sciamanico/veggente compiuto per salire al metaforico vertice polare cui appunto sarebbero dirette le aste; indicanti pertanto le incorrotte sorgenti aurorali dell’essere.
La culminazione stessa dell’asta in forma quadrata o triangolare, sia essa interpretabile come una sorta di protobandiera o vanga testimonia in ogni caso l’affermazione dell’operante/iniziato in differenti domini del reale, sconfinamenti operati dalla coscienza opportunamente formata e che le figure riprodotte dimostrano di saper controllare.

Il tema dello swastica nasce da tempi molto lontani addirittura parrebbe dal paleolitico medio (ciò che tale eminente simbolo costituisce nell’esempio del dogmatismo nazista qui non interessa).
In Romania sul pavimento di una grotta dei Monthi Bhigor, detta “grotta fredda”, erano deposti quattro crani di Orso disposti in modo da indicare i quattro punti cardinali formando una forma volutamente a swastica Ricordiamo con René Guénon e Thomas Wilson, primo e insuperato studioso del tema, che lo swastica, costituisce un’espressione del simbolismo della croce. Commenta Wilson: ”le varie pittografie preistoriche confermano che si tratta di un simbolo ciclico - polare.
La svastica già dal tempo del Paleolitico, raffigura il movimento che si compie attorno al polo fisso e immobile del polo cosmico (Luigi Fenolo: “Una rosa dei venti neandertaliani di 80.000 anni fa e le due Orse”)

Aggiungiamo che tutto il culto neandertaliano dell’orso dovrebbe essere ricondotto a questo simbolismo in quanto è la sagoma delle orse in rotazione a formare lo swatica, come si vede nel disegno riprodotto. Si noti confrontando il segno dello swastica Claviforme, con quello delle orse come le predette chiavi, siano acconciamente disposte per aprire le “porte celesti” in quattro momenti fatidici dell’anno; emblematizzando con ciò la sostanza del fatidico passaggio dimensionale che per le conseguenti implicazioni metamorfiche (manifestazione del nume) venne efficacemente definito da un noto esegeta moderno come “mysterium tremendum et fascinans”.








giovedì 12 gennaio 2017

"avvilimento felice"







Nell’ambito della lotta dei valori tradizionali in rotta di collisione costante con la fase ferrica, in diversi momenti storici si sono registrate diverse riprese e rinvigorimenti dello spirito tradizionale.

Quanto attualmente si prefigura invece è un aberrazione appena immaginabile. All’uomo post-moderno sembrerebbe competere una sopravvivenza solo larvale, definita come tale per l’infima qualità del suo sentire interiore, ridotto a traccia di mero calcolo utilitaristico.
L’intelletto si degrada ad essere la triste appendice di un arido sistema digitalizzato, in cui la prodigiosa “facoltà immaginale”, oggi anticipata come qualità antitetica alla funzione assolta di successive sequenze formali, è decretata come “elemento incoerente” e dunque soppressa dalle dinamiche del “rinnovamento"
Inutile insistere sulla desolante povertà strutturale che dovrebbe sostenere i nostri motivi esistenziali.
Lo sgomento a poco serve. Le fonde inquietudini, le tensive e contrastanti oscillazioni dell'animo essenzialmente smarrito di fronte a tanto scempio, se mal “temperate” in realtà andrebbero ad alimentare quell'immane eggregora di assoluto non-senso che attualmente "aleggia" sull'ultima porzione di quest’età, propriamente oscura.

Da questo brodo elettrochimico in cui ci fanno galleggiare è ancora possibile distillare, per mezzo di una condotta essenzialmente retta, l'elemento aureo che occorrerà alla nostra “rinnovata esistenza futura".
“La ricetta è una soltanto: affrontarsi, scendere dentro di sè, scoprirsi; scoprire come in realtà non si agisca, ma si sia agiti, e combattere la propria battaglia per la libertà, l’unica che esista per l’uomo: la signoria su se stesso.
Bisogna “essenzializzarsi” come ci ammonisce Evola: da qui ogni atto potrà ridivenir magico, da qui potrà essere propiziato l’avvento del Nume Pan: egli è morto solo nei cuori di coloro che hanno rinunciato alla propria natura di uomini. Per coloro in cui l’antico Fuoco arde ancora, ancora è avvertibile, la magica Armonia che promana dal flauto del Dio”.
(Rivista “Mos Maiorum”, anno II, n. 2).

L’identità geniale degli elementi, sebbene invisibile, non rimane insensibile ad un particolare "accordo" interiore che possiamo evocare accostandoci “intimamente radicati” ai residui spazi ancora ricolmi di naturale bellezza.
La prefigurazione trascendente riguarda una condizione ineffabile dell’essere che quaggiù ci rimane completamente estranea, quasi non ci appartenesse minimamente.
Quanto di più ignoto e inconoscibile l’uomo custodisce in sé, lì è la sua effettività. Ciò che è consueto e apparentemente familiare come la sua immagine riflessa nello specchio è un puro abbaglio, occasionale momento di sviamento per il quale è inutile porsi il perché, ma fondamentale interrogarsi sul come (procedere).

 
















martedì 10 gennaio 2017

cinque semplici punti



E’ importante provare qui e ora a divenire teurgi di noi stessi, ad accrescere la positiva Suggestione-Tensione, propriamente Splendente.
Il "geniale pathos", un tempo radicato nella formazione spirituale propria al "sentire" arcaico oggi è a noi più prossimo di quanto comunemente non si potrebbe ritenere. La sua tenace idealità giace latente nel fondo di ogni coscienza che aspira alla “chiarificazione”.
Gli elementi naturali benché aggrediti dall’attuale "inquisizione elettromagnetica" ancora possono comunicare, infondere alla nostra interiorità la loro identità propriamente geniale.
E’ imprescindibile il voler riannodare la nostra identità all’essenza geniale degli elementi vitali, ai “numina”.
“Gentili numina”, non indistinta subordinazione a “dii”.
Non culto irrigidito in esteriore “templa”, ma rinvenimento dell’intima “fontes” reperita attraverso il percorso di “luci et nemora” interiori.
Tutto ciò sarebbe davvero necessario per l’avvio del perfezionamento interiore, senza il quale d’ora innanzi sussisteremo solo come misere cavie da laboratorio.
Perché intendere di stazionare lietamente in questo malsano “acquitrino elettro-chimico” realizzerebbe in noi la più triste delle parodie, (a ciò aspirano conseguire i transumanisti ) col personificare nell'uomo vivente quell’infelicissima presenza vitrea di manichini prodotti in serie.




L’espressione concreta della poesia di fronte all’esistenza che scorre via, consiste nell’intuire-accordare valore infinito all’apparente esiguità di ogni istante, (benché l’istante, oggi, sia estremamente contaminato).

  1. Dialoga costantemente con il corpo e con l’animo (esercizio/ascesi).
  2. Riconosci le cose per quello che sono: l’alchimia consiste nell’arte della separazione, del saper vagliare. Oggi consisterebbe anche nel saper riconoscere tutte quelle circostanze che vanno a provocare una corruzione, propriamente “virtuale”, della nostra essenza invisibile.
  3. Il dominio industriale-consumistico-tecnologico, agisce mediante un rilevante influsso ipnotico che spegne l’autentica esaltazione, (la sacra sublimazione) originariamente una qualità elettiva dell’animo, sovrapponendogli una caricaturale glorificazione esclusivamente egoistica, che in brevissimo tempo riduce la persona alla “completa passività”: intendendo per questa uno svigorimento dell’attenzione superiore della mente.
  4. Questo tipo di nuova passività è mimetica, in quanto può rendere esteriormente attivi – “digitalmente scaltri” – ma intimamente spenti, inconsapevoli, profondamente disincantati: ovvero, incapaci a distillare intimamente ciò che un tempo fu definito come “oro potabile”.
  5.  La nostra adesione acritica a questo stato corrotto di cose, così come la  rinuncia a voler in ogni caso migliorare se stessi (felice disciplina mirata alla progressiva estinzione dell’ego)  rafforza quest’egregora estremamente malevola scatenata sul tempo presente. La “loro” finalità è desensibilizzare la coscienza per annientare lo spirito e, conseguentemente, dissolvere la prodigiosa facoltà della pura autodeterminazione: per questo il compiacimento di se stessi (sia esso “credente” che “nichilista”) va interpretato come una condizione estremamente negativa quanto sterile della persona.  

Ad esempio, questa frase contenuta nel Vangelo gnostico di Tommaso e' quanto mai attuale “Voi dunque siate vigilanti di fronte al mondo e cingetevi i fianchi di grande potenza…” 
L’azione metaforica inerente la “fasciatura della veste” riguarda il consolidamento del primo rivestimento dell’animo, ovvero, della volontà, una qualità inscindibile in questo piano dimensionale dal corpo fisico stesso.
Il lavoro su di sé, dunque, serve ugualmente a “fasciare la carena dell'animo”, serve a consolidare la nostra navicella votiva interiore custodente l’enigma dello spirito.

La corrente che navighiamo è il tempo e presto o tardi ci precipiterà nell’ultimo vortice dell’istante.
L’inevitabile “salto” dovrà auguralmente valicare la profondità fisica del Cosmo, estinguendo qui la nostra identità transeunte: “tutti vanno in un medesimo luogo; tutti vengono dalla polvere, e tutti ritornano alla polvere” ( Ec 3:20).
Ciò che anima questa polvere e che in noi può divenire “disperante grumo di tenebre” così come “policroma tensione estasiata”, “applicazione appassionata”, “contemplazione iridescente”, tale indefinibile essenza appartiene al Meta-Cosmo.

La rammemorazione sublime è l’essenza del mistero congiunto alla nostra coscienza.

Troverai a sinistra delle case di Ade una fonte,  
/presso di essa si erge un bianco cipresso;  
/a questa fonte non avvicinarti neppure.  
/ Ne troverai un'altra, fresca acqua che scorre  
/dal lago di Memoria (Mnemosyne); innanzi vi sono custodi.  
/ Di': "Sono figlia della Terra e del Cielo stellato, ma la mia stirpe è celeste; questo anche voi lo sapete.  
/ Sono arsa di sete e vengo meno: ma datemi presto  
/ l'acqua fresca che scorre dal lago di Memoria". 
/ Ed essi ti daranno da bere dalla fonte divina,  
/ e allora poi regnerai con gli altri eroi. 
/ Questo è sacro a Memoria, quando sia sul punto di morire.  
In margine si legge: “... la tenebra che intorno avvolge”. 
(Lamine d'oro Orfiche)


giovedì 5 gennaio 2017

“Noctu Incubando diuque” - covando notte e giorno - breve commento alla lettera sul Fuoco Filosofico di Giovanni Pontano



87 – Perché batti il metallo? Nella pietra angolare / soltanto c’è salute, oro e tutte le arti.

103 – Il metallo son io, crogiolo e fuoco lo Spirito, / il Messia la tintura che corpo e anima trasfigura.

(Angelo Silesio: “Pellegrino cherubico”)




Io Giovanni Pontano, ho percorso molti paesi per conoscere qualche cosa intorno alla pietra filosofale, ma girando quasi tutto il mondo ho trovato soltanto degli imbroglioni e non dei filosofi. Tuttavia, studiando sempre e moltiplicando le prove ho trovato la verità; (leggi la giusta ispirazione) ma dopo essere riuscito a conoscere la materia, sbagliai infinite volte prima di trovare la vera operazione e la pratica.
Dapprima incominciai a far corrompere questa materia per nove mesi e non trovai nulla  (meschine attese di guadagno).

La misi per qualche tempo in bagno (immersione volgare nella sola materia, diluizione indistinta nell’aspetto inferiore, degradato, della liquidità) e parimenti errai. La posi per tre mesi in fuoco di calce e similmente operai male (ovvero: eccesso d’intima tensione).

Poi la trattai con ogni genere di distillazione (proiezioni illusorie inferiori) come dicono, o piuttosto sembra che dicano, i filosofi quali Geber, Archelao e quasi tutti gli altri.

Finalmente tentai di compiere il soggetto di tutta l’arte alchemica con tutti i mezzi che sono pensabili, che si fanno per via di fimo e del bagno e delle ceneri e per altri fuochi (riti prevalentemente apparenti e dunque inefficaci) di vario genere che si trovano nei libri dei filosofi; ma non trovai nulla di buono. Perciò per tre anni di seguito studiai non nei libri dei filosofi, salvo il solo Ermete le cui parole più brevi comprendono tutta la pietra, per quanto egli parli oscuramente del superiore e dell’inferiore, del Cielo e della Terra.


Il nostro istrumento dunque deduce essere nella materia e non nel primo, né nel secondo e non è fuoco di fimo, né fuoco di bagno, né di cenere, né degli altri fuochi che i filosofi han posto nei loro libri. Qual è dunque quel fuoco che perfeziona tutto dal principio alla fine? Certo i filosofi l’hanno tenuto segreto; ma io voglio rivelare le proprietà di codesto fuoco insieme col compimento di tutta l’opera. La pietra filosofale, (qualità aerea ma concreta benché invisibile, del tutto coincidente al principio ispirativo) dunque, è una e si chiama in più modi; prima che tu la riconosca ti sarà ben difficile. Infatti è acquea, aerea, ignea, terrea, flemmatica, sanguigna, malinconica, collerica, è anche sulfurea ed è parimenti argento vivo. E ha molte proprietà felici, che per opera dell’altissimo Dio si convertono in vera essenza mediante il nostro fuoco - ovvero: principio immaginale o volontà plastica realizzatrice, diretta oltre il comune senso di benessere o di bene o malattia stessa, ma bensì, di ri-scoperta o ri-volgimento interiore della propria costituzione invisibile riflessa nel corpo esteriore che la racchiude; il quale è da intendere solo come prima officina di vita.

La consapevolezza risiederebbe nella facoltà di discernere in se stessi il cardine attraverso cui si congiungono le porte che serrano l’enigma più fondo. Il lavoro attivo su di sé prevede l’apertura o diaframma attraverso cui l’ineffabile accede nella coscienza: il lavoro, a un determinato momento, deve inevitabilmente coincidere con la traduzione delle immagini.

Traduzione non solo cerebrale ma innanzitutto percettiva e sensoriale. Per noi sviliti post-moderni anche il solo dedicare attenzione al modo in cui si cammina può contribuire a ri-destare progressivamente alcune delle indispensabili facoltà sensibili intellettive altrimenti inesorabilmente anestetizzate.



L’Alchimia o Trasmutazione della materia, consiste nella Concordia del proprio corpo transitorio al senso dell’eterno. Questa premonizione di essenziale fiducia o chiarità per le sorti dell’animo corre tra le cose naturali come il vento attraversa i reconditi significati della Natura. Intendo comprendere nell'idea "natura" la sua eminente gravità, soave e spesso amara, apparentemente contraddistinta da una legge di necessità indifferenziata.

Prosegue lo scritto di Pontano: e chi separa qualche cosa dal soggetto, ritenendo che ciò sia necessario, quegli per certo non ne sa nulla di filosofia, perché ciò che è superfluo, impuro, sudicio e di rifiuto, insomma tutta la sostanza del soggetto, si perfeziona in corpo spirituale sempre mediante il nostro fuoco. E questo i veri sapienti non l’ignorano mai. Perciò ben pochi pervengono all’arte, ritenendo che si debba rimuovere qualche cosa di superfluo e d’impuro.    

Commento: la trasmutazione della materia, pertanto, consisterebbe essenzialmente su di un lavoro effettuato sulle “frequenze”, nella paziente temperanza di trovare armonia nella molteplicità dei ritmi caratterizzanti il susseguirsi delle stagioni esteriori quanto interiori.

L’aberrante anomalia propria alla realtà attuale consiste proprio nella manomissione sintetica delle frequenze naturali, in questo, giustamente è stato più volte osservato, che la dimensione tecnologica sembrerebbe a tutti gli effetti costituire un definitivo attacco all’anima del mondo.


Noi, pertanto, sembreremmo del tutto impediti nello svolgere questo lavoro d’intima rettificazione, desiderando accordarci in un ambiente massimamente impoverito e indebolito nelle sue fondamenta.

Una felice “gravitas” espressiva non può essere supportata da un terreno trasversalmente contaminato. Architettura disumana, onde radio, reti wirless, radioattività, sementi sterili, aria e acqua inquinata, cielo velato da diafane e venefiche griglie strategiche ascrivibili al noto fenomeno efficacemente spiegato come “geoingegneria clandestina” e, sostanzialmente, l’onnipervasiva dimensione industriale, (il cui avanzamento è totalmente indifferente alla vita che la circonda) oggi sembrerebbe vietare categoricamente all’uomo la sua possibilità di “centrarsi” su frequenze vigorose e intatte.

In questo senso lo studio dell’alchimia potrebbe sembrare un semplice vezzo, il vuoto esercizio di un mentalismo ipertrofico.

Eppure la convinzione è che l’Età attuale non abbia ancora raggiunto il suo culmine distruttivo, un margine di libertà interiore ancora esiste, benché, inutile dire, essa sia estremamente esigua.

La facoltà “immaginale” (è un termine coniato da Henry Corbin) può adeguare la nostra interiorità ad una conformazione prodigiosa amplificando il nostro nucleo di consapevolezza.




Non a caso gli Argonauti emblematizzano il Rinnovamento di un Età.      
Essi  sono i riconosciuti navigatori nel transito di due Ere, gli allegorici veleggianti tra differenti piani dimensionali. 
In loro si vede come la pura intonazione, (accordo poetico inteso come armonizzazione delle frequenze naturali) costituisca la necessaria base preliminare da cui avviare l’impresa.
Questo è evidente nella versione di Rodio e ancor maggiormente nelle Argonautiche orfiche, in cui la gradazione della reminiscenza sciamanica assegna compiuta identità al carattere di Orfeo.

Le generazioni più antiche, nonostante le molteplici contraddizioni proprie della natura umana, poterono in ogni caso ereditare la possibilità di esistere e realizzare (coralmente) un riflesso positivo del principio aureo da cui discende la nostra coscienza, mentre solo l’uomo contemporaneo (totalmente pervaso dalle forze della dissoluzione) ha la piena facoltà di distruggere (peraltro compiacendosi di ciò) il luogo stesso della sua manifestazione; ribaltando il significato del Cosmo in un assoluto dominio di non senso.



Scrive ancora Pontano: "Intendi: Sole = Oro = Zolfo = Anima = Cuore…" (accendi, o sveglia, per meglio dire, nel tuo “cuore” per immaginazione, da non confondere con la vana fantasticheria, il centro del “fuoco”).
Con l'espressione “fuoco filosofico” qui è intesa una pura elevazione poetica: la condizione essenziale d’ogni disciplina autenticamente iniziatica.              
Su tale percezione ruota il senso delle più arcaiche cosmogonie, riferenti del cerchio allegorico inerente la pura riflessione-contemplazione: la compiuta "irrazionalità platonica"; la realtà compresa mediante una vigorosa, pura, consapevolezza di sé e del proprio destino.                                          
Destino coincidente all’Evento della Ri-velazione trascendente, ed è appunto nell’evento che si manifesta, culminando il proprio significato, la verticalità dell’essere, ottenuta per mezzo di una differenziazione stessa delle ciclicità temporali (proprio a ciò ottemperarono gli stagionali riti arcaici dei Sacri Misteri) e, dunque, delle “frequenze vitali” dove nel tempo irrompe la percezione “numinosa” per la quale ogni “zona esterna” al centro non individuato del Cosmo diviene istantaneamente centro metafisico del centro stesso. Questa è l'esperienza maggiormente significativa della coscienza e che, propriamente, riguarda quella “sospensione cardiaca" attraverso la quale possiamo intuire-realizzare l’infinito; l’infinito che abbraccia ogni cosa e di cui parlarono Anassimandro e i primi poeti-teologi greci. Tale prescienza di luce pre-esistente la vita fisica, la levita' mistica consona alla realta' dei piu' sacri Misteri, Aristotele la considerò come la più antica espressione di verità conservata dalla tradizione dell’uomo.
Un significato salvifico che è estraneo ad ogni contraffazione e che si attinge solo nell’estasi; nell'interiore "libertà trascendente" (intesa come il culmine di un processo d’intima rettificazione).   



La "Lettera sul Fuoco Filosofico" di Giovanni Pontano.
(versione integrale)
Io Giovanni Pontano ho percorso molti paesi per conoscere qualche cosa intorno alla pietra filosofale, ma girando quasi tutto il mondo ho trovato soltanto degl'imbroglioni e non dei filosofi. Tuttavia studiando sempre e moltiplicando le prove ho trovato la verità; ma dopo essere riuscito a conoscere la materia, sbagliai infinite volte prima di trovare la vera operazione e la pratica.
Dapprima incominciai a far corrompere questa materia per nove mesi e non trovai nulla. La misi per qualche tempo in bagno e parimente errai. La posi per tre mesi in fuoco di calce e similmente operai male. Poi la trattai con ogni genere di distillazione, come dicono, o piuttosto sembra che dicano, i filosofi quali Geber, Archelao e quasi tutti gli altri. Finalmente tentai di compiere il soggetto di tutta l'arte alchemica con tutti i mezzi che sono pensabili, che si fanno per via di fimo, e del bagno e delle ceneri e per altri fuochi di vario genere che si trovano nei libri dei filosofi; ma non trovai nulla di buono.
Perciò per tre anni di seguito studiai non nei libri dei filosofi, salvo il solo Ermete le cui parole più brevi comprendono tutta la pietra, per quanto egli parli oscuramente del superiore e dell'inferiore, del Cielo e della Terra. Il nostro istrumento dunque deduce essere nella materia e non nel primo, nè nel secondo e non è fuoco di fimo, né fuoco di bagno, nè di cenere, nè degli altri fuochi che i filosofi han posto nei loro libri. Quale è dunque quel fuoco che perfeziona tutto dal principio alla fine?
Certo i filosofi l'hanno tenuto segreto; ma io voglio rivelare le proprietà di codesto fuoco insieme col compimento di tutta l'opera.
La pietra filosofale dunque è una e si chiama in più modi; prima che tu la riconosca ti sarà ben difficile. Infatti è acquea, aerea, ignea, terrea, flemmatica, sanguigna, malinconica, collerica, è anche sulfurea ed è parimenti argento vivo. E ha molte proprietà felici, che per opera dell'altissimo Dio si convertono in vera essenza mediante il nostro fuoco.
E chi separa qualche cosa dal soggetto, ritenendo che ciò sia necessario, quegli per certo non ne sa nulla di filosofia, perchè ciò che è superfluo, impuro, sudicio e di rifiuto, insomma tutta la sostanza del soggetto, si perfeziona in corpo spirituale sempre mediante il nostro fuoco. E questo i veri sapienti non l'ignorano mai. Perciò ben pochi pervengono all'arte, ritenendo che si debba rimuovere qualche cosa di superfluo e d'impuro. Ora bisogna dire le proprietà del nostro fuoco e se cioè convenga alla materia, e in qual modo, affinché si trasmuti con la materia. Quel fuoco non brucia la materia, niente separa dalla materia, nè divide le parti pure dalle impure, come dicono tutti i filosofi, ma converte in purità tutto il soggetto; non sublima, come Geber fa le sue sublimazioni, similmente Arnoldo e altri parlando di 1 e di sublimazione. Rende perfetto in breve tempo. E' minerale, acqueo, eguale, continuo, non evapora se non si faccia avvampar troppo, partecipa del sulfureo da altro che dalla materia, disgrega, scioglie, congela tutto e similmente calcina ed è artificiale, facile a trovarsi e a comporsi, senza spesa, o almeno con poca.
Il nostro fuoco è minerale ed eterno, non evapora se non è eccitato oltre misura; partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia; distrugge, dissolve, congela e calcina tutte le cose. Occorre molta abilità per scoprirlo e prepararlo; non costa nulla o quasi nulla. Inoltre à umido, carico di vapori, penetrante, sottile, dolce, etereo. Trasforma, non s'infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto; infine è il solo della sua specie. Egli è ancora la fonte d'acqua vitale nella quale il re e la regina de la natura si bagnano continuamente.
Questo fuoco umido è necessario in tutte le operazioni alchemiche, al principio, al mezzo e alla fine poiché tutta la scienza è in questo fuoco. E' alla sua volta un fuoco naturale, soprannaturale e antinaturale, un fuoco alla sua volta caldo, secco, umido e freddo che non brucia, nè distrugge.
E quel fuoco è fuoco con investigazione, con mediocre contributo; e con fuoco languido tutto insieme produce tali equilibri.
E chi legge Geber e tutti gli altri filosofi, se vivesse cent'anni, non riuscirebbe a comprenderlo, perchè soltanto per mezzo della profonda riflessione si riesce a trovare quel fuoco.
Allora si può capire nei libri e non prima.
L'errore dunque di tutta codest'arte è il non trovare il fuoco che converta tutta la materia in vera pietra filosofale.
Studia dunque ivi, perché se io l'avessi trovato prima, non avrei errato infinite volte nella pratica sopra la materia.
Perciò non mi meraviglio se tanti e tanti grandi uomini non arrivano all'opera: errarono, errano, ed erreranno infinitamente perché non posero l'agente proprio i filosofi, eccettuato uno che si chiama Artefio; ma questi dice poco; e se io non avessi letto Artefio non sarei mai arrivato al compimento dell'opera. La pratica invero è questa; si prenda la materia e il più accuratamente possibile si triti con tritura filosofica e si metta al fuoco e la proporzione del fuoco si conduca in modo tale che ecciti semplicemente la materia, la tocchi tuttavia e in breve tempo quel fuoco, senz'altra apposizione di mani, celermente compirà tutta l'opera, perchè putrefarà, corromperà, genererà e perfezionerà e farà apparire i tre colori principali, nero, bianco e rosso, mediante il detto fuoco molteplice; si aggiunga poi materia cruda non solo nella qualità, ma nella virtù.
Sappi dunque cercare con tutte le tue forze questo fuoco e ci arriverai, perchè è quello che compie l'opera ed è la chiave di tutti i filosofi che non hanno mai rivelato; ma se tu indagherai bene e profondamente le cose sante, la proprietà del fuoco la conoscerai e non altrimenti. Io invero ho scritto questo non mosso da pietà, ma per soddisfare il desiderio di tanti. Il fuoco non si trasmuta insieme con la materia, perché non è materia, come ho detto più sopra. Questo dunque ho voluto dire e ammonire i prudenti affinché non consumino inutilmente il loro danaro, ma sappiano così e non altrimenti potranno giungere alla verità.
PER L'ESERCIZIO
Intendi:
Sole=Oro=Zolfo=Anima=Cuore
Prima fatti padrone assoluto delle tue passioni, dei tuoi vizi, delle tue virtù; devi essere il dominatore del tuo corpo e dei tuoi pensieri, poi accendi, o sveglia, per meglio dire, nel tuo "cuore" per immaginazione, il centro del "fuoco"; cerca di sentire dapprima una specie di caloricità lieve, poi più forte.
Fissa tale sensazione nel tuo "cuore".
Dapprima ti parrà difficile; la sensazione ti sfuggirà; ma cerca di mantenerla nel "cuore"; rievocala, ingrandiscila, diminuiscila a piacere; sottomettila al tuo potere; fissala e rievocala a volontà.
Prova e riprova.
Impadronisciti di questa forza e conoscerai il "Fuoco Sacro o Filosofico".