giovedì 15 dicembre 2016

ginnica e alchimia (parte terza) o del moderno epigono argonautico







Dal magma che determina la gravità incandescente delle stelle scaturisce il battito del nostro cuore e le sinapsi della mente; anzi, con ogni certezza potremmo ritenere preesistente a questo stesso furioso calore primigenio la misteriosa cadenza che determina nella coscienza la sua sospensione nell’incanto e che, talvolta, in forma recondita, ancora riecheggia nei nostri cuori ferrigni.
Uomo e Cosmo sono un unico Avvenimento, per questo negli stessi papiri magici greco-egiziani dell’età Alessandrina, indubbiamente attinti da tradizioni anteriori emanate dalle più arcaiche esperienze estatico-veggenti, s’intese identificare il Sole con gli inferi – Helios congiunto ad Hades – come esemplare allegoria delle remote profondità dell’animo umano.
Lo spirito di questa tradizione sotterranea del Sole e degli elementi a lui affini, attraversa il mondo indoeuropeo arrivando a ispirare l’alchimia della tarda antichità, fino al prodigioso Medioevo e al Rinascimento. Abolendo in molteplici contraddizioni allegoriche le consuete distinzioni tra superiore ed inferiore, celeste e terrestre, s’interiorizza attraverso una complessa simbologia, peraltro rimandata nel cristianesimo stesso, il senso della luce evocata nelle profondità delle tenebre.
Si menzionano le ataviche tenebre diluviali del vangelo apocrifo di Giovanni, appartenenti alla “Notte cosmica” concernente la fatale discesa occorsa all’uomo della “caduta”, coinvolto nella vertiginosa precipitazione dell'attuale Ciclo.
L’espressione vitale concernente la comprensione di tali insegnamenti, è aderente all’idea di “Tradizione”, dunque, alla valorizzazione dell’originaria tensione, puramente enigmatica, che in un tempo prima del tempo “scosse il principio immateriale” da cui prorompe la vita visibile.  Ciò è proprio della combustione originaria, riverberata nel metaforico fuoco centrale dei presocratici e ancor prima cantato nei Veda.
Eraclito, Empedocle, Parmenide consacrarono la propria riflessione a quest’emblematico “calor bianco”, che è il medesimo principio assoluto da cui trae luce l’avvio del procedimento alchemico.

La nerezza può essere individuata per suo contrasto con la chiarità. La trasmutazione, pertanto, cosa questa non secondaria, origina solo dall’ispirazione, pertanto da un occhio convenientemente aperto accortosi della penombra che l’avvolge, dunque, da una coscienza ridestata ma non completamente realizzata e che intuisce una necessità interna alla necessità stessa di convertire il senso finito della materia caduca. Un operazione per la quale ogni circostanza diviene pretesto poetico, senso aumentato della realtà che trae la vita dal nulla.
Non può esistere principio alchemico svuotato di ispirazione o intima adesione al “primordio poetico”, (prima ed unica empatia) in tal caso avremmo a che fare solo con bieco delirio d’onnipotenza, con una astrusa contraffazione satanica.
Immaginazione non vuol dire facile fantasticheria. Nell’introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, in uno studio a firma di Oso, il poeta Arturo Onofri fornisce la più attinente definizione dell’ Immaginazione alchemica: Immaginare, che è “imum ago” = imago = agisco, opero per “imum”, dunque, per profondità.
Immaginare vuol dire ricavare, estrarre in sé, dal di dentro mai troppo esplorato la visione interiore, ed operare tramite essa, ma la sola mente paradossalmente può essere di estremo ostacolo a questo principio di elevazione interiore.


Basilio di Cesarea, (lettere 2,2) scrive che la disciplina fisica (hesychia = controllo ritmico del respiro congiunto alla ripetizione mentale di una preghiera estremamente semplice) costituisce una premessa indispensabile per raggiungere le profondità interiori, pervenendo in tal modo all’autentica quiete, che già Parmenide valorizzò come l’unica facoltà utile allo svelamento degli stati superiori dell’essere avendone a sua volta appreso la pratica dal pitagorico Aminia. La pratica dell’hesychia, con ogni probabilità deriva dall’India ed è intesa come l’assentimento nelle facoltà trasmutatorie dell’uomo “verticalmente orientato”, interiormente rivolto in se stesso per virtù di una rifrazione (che è ispirazione) rivelante la multiforme struttura universale attraverso cui individuare la direzione trascendente.
L’immaginazione vive nelle stesse insospettabili profondità muscolari e tendinee, e sicuramente va educata, “aggiogata”, “unita” ad un principio superiore da cui appunto in oriente il termine “yoga”.
L’ego sottrae vigoria rivolgendo il senso della ginnica ad un piacere solo edonistico, quando invece l’esercizio vale il progressivo sacrificare la sostanza terrena (progressivo, felice allontanamento dall’involucro mortale).
Tutto rientrerebbe nell’ottica della pura guerra interiore, che all’inizio noi tendiamo a respingere proprio in quanto dominati dall’ego e dunque dalla paura.
La nostra società capovolta non a caso non sa più conferire un senso luminoso all’idea della morte, l’impianto “utilitarista” ci convive oscuramente ed in forme evidenti quanto subliminali, fa di tutto per sporcare e svigorire l’immaginazione, che è la legittima facoltà rigeneratrice della persona.
Oggi l’idea stessa d’iniziazione, benché il termine sia estremamente inflazionato ed equivocato, rimane quanto mai necessaria e forse non può che essere perseguita attraverso un percorso domestico essenzialmente privato e svolto in estrema semplicità.                  
Non siamo noi forse dei crogiuoli viventi? alambicchi coscienti in cui si riversa, travasa, elabora quotidianamente una molteplicità di sostanze dense quanto eteree, determinanti l’indefinita somma di macerazioni e distillazioni interiori che elaborano cosa?
Avviarsi ad un percorso di rettificazione ginnica, in fondo, potrebbe essere un modo operativo per avviare (assolvere) quel medesimo principio individuato dal Formisano, quando annotò che “Initio” ed “initiare”, erano anch’essi significanti del termine consacrare, introdurre nei misteri (Corpo, Cerimonia, Creare, sono parole che non a caso racchiudono la radicale “kr”, esprimente il principio della pura potenza numinosa).
“Initium” ed “Exitium”, rispettivamente la vita e il suo contrario ch’è la morte, hanno la seconda parte della parola che è identica: “Ito”, “Itio”, “It”, andare con frequenza, andare, muoversi, sono voci di moto; movimento diretto dove? Verso il compimento ultimo del percorso cui siamo chiamati in questa dimensione sempre più opacizzata e finalizzato al dissolvimento, a svanire, a ri-consegnarci all’ignoto che, dobbiamo ritenere, vale per un inesprimibile cambiamento di sostanza.

Benché moderni, dunque, circondati prevalentemente da architetture avvilenti, circonfusi di chiarori e ideologie dalle connotazioni sempre più spettrali, da gradazioni e sapori artefatti che sono falsi nutrimenti e simulazioni di vitalità vuote d’ogni sano contenuto, in tanta generalizzata contaminazione questo radicamento al bene ancora ricerchiamo.
Ricerchiamo finché siamo in tempo la “radianza aurea” che, sebbene assai debolmente, in ogni caso tutt’ora riverbera l’attuale piano dimensionale. Non ha senso l’esercizio fisico privo di quest’intima tensione purificatrice che costituisce l’essenza più veritiera della Ginnica.
Perseguita in misura ridotta nostro malgrado, la Suggestione Luminosa (positivo suggerimento interiore) ancora può attraversarci, anche se a tutti gli effetti potremmo sembrare malfermi teurgi di noi stessi, sciancati rabdomanti erranti in luoghi sempre più deteriorati. Non è escluso il poter riconoscere in noi l’azione di un flebilissimo ma genuino vigore, rivelatore certo dell’effettivo retaggio residuale toccato in sorte al moderno argonauta domestico, grottescamente esiliato dalla corrente dei tempi nell’esiguo spazio della sua vasca da bagno. Oppure riecheggiare intimamente degli antichi misteri in veste di un insospettato Odisseo casalingo, talvolta disorientato nell’animo da accadimenti minori, come una lampadina che si fulmina e che sfavilla d’oscurità l’interno dell’abitazione, per un istante dilatata nella dimensione ignota. 





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