martedì 27 dicembre 2016

benché moderni miriamo in ogni caso all'integrità originaria (ginnica e alchimia parte quarta)


Oltre l’allucinazione fenomenica in cui siamo immersi, occorre procedere attraverso il graduale accrescimento della nostra “volontà unificata” per divenire persone propriamente integre. Il più possibile integre. La vera integrità è innanzitutto una percezione mentale, un convincimento intimo portato istante dopo istante.
La pratica non è importante nel suo risultato esteriore, ciò che è fondamentale è lo sforzo, l’applicazione della volontà ridestata dal torpore quotidiano, che vale il portare a misura regolata il "fuoco interno" – propriamente filosofico – attraverso cui regolare l’interiore processo “fermentativo”.
E’ di primaria importanza attuare il processo di consolidamento integrale della nostra persona transitoria, che è scrigno sensibile di un possibile quanto immenso prodigio, questo affinché il corpo non divenga un definitivo “contenitore di larve”.
Attraverso la cura graduale dell’esercizio (ascesi) riusciremo a “densificare” la nostra presenza. Ciò appunto coincide con l’educazione stessa della “volontà ispirata”, per la quale s’avvia fattivamente il principio del risveglio interiore, del tutto coincidente al fondamento alchemico del “solvi et coaugula”.

“Densificando” con criterio la presenza, ci predisponiamo nel migliore dei modi al suo inevitabile (provvidenziale) disfacimento previsto con l'avanzamento dell'età. Disfacimento corporeo inteso come la definitiva “schiusa” dell’allegorico uovo filosofico, portato a elaborazione quanto più perfettamente a noi è possibile fare per il tempo di durata della breve esistenza terrena condotta all’interno dei nostri abitacoli moderni. Nell’uovo filosofico è elaborato emblematicamente quel “principio immaginale” del tutto coincidente al mistero dell’Origine splendente.

La tecnologia non ci dispensa dal lavoro interiore, casomai ce ne distoglie assolvendo per questo ad una finalità estremamente ambigua quanto deleteria.  
L’educazione motoria serve a rischiarare la nostra percezione del “qui e ora”.
Anche di questi tempi “ferrigni” l’individuo motivato avrà come fine realizzare in se stesso il “risveglio”, intendendo questo solo come ultimazione delle fondamenta dell’essere e dunque, il fattivo inizio del ritrovato percorso da svolgere. Il “risveglio” non è il conseguimento finale dell’intima riflessione alchimica ma, piuttosto, ne costituisce il presupposto dell'avvio.

                                   

Le dinamiche esistenziali promosse da un subdolo condizionamento (sostanzialmente avvilente) preordinato dal "progresso", scardina l’integrità della nostra struttura psico-fisica operando attraverso il falso mito della comodità, o attraverso il compiacimento volgare di ogni sorta di dissolutezza, (modello consumistico) ed è proprio questo a renderci “prede ignare” dei cosiddetti “specialisti”.  

Quali che siano le abilità esteriori, l’esercizio costante generalmente porterà la persona a riassumere in se stessa il significato (propriamente ermetico)  di “Casa della Potenza”, ovvero, una percezione “felice” della propria “vigorosa insignificanza”.


Allenare il tono muscolare significa ripulire le molteplici “antenne” costituite dai muscoli e ciò non va inteso assolutamente come una forma di allenamento “bidimensionale” come di fatto rappresenta l’esercizio fatto con pesi guidati nei macchinari. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare in realtà l’ipertrofia muscolare bidimensionalizza la persona.
Il corpo è composto come una rete interconnessa, costituito da due “sacche”. In estrema sintesi il “sacco interno” contiene ossa e  cartilagini, il “sacco esterno”  contiene una “gelatina” elettrica detta “muscoli” (antenne sensibili, l’uomo è un diapason cosmico) ricoperti a loro volta dalla “fascia”.  Dove le due “sacche” si incontrano è detto “attaccamento muscolare” o “punto di inserzione”.
Le nostre ossa e articolazioni, di fatto, “galleggiano” in un mare di tensione continua. Le ossa si comportano come “travi” che spingono verso l’esterno, mentre la “rete” contenitiva dei muscoli e tendini tira tutto verso l’interno, generando un sistema predisposto all’equilibrio della struttura tensile, detta biotensegrità.
L’elasticità dei tessuti soffici, diminuisce con l’avanzamento dell’età, ed è la causa primaria delle lesione degli atleti o delle persone anziane.
Muoversi funzionalmente significa un allenamento fisico mirato a potenziare l’insieme delle funzionalità articolari attraverso specifici schemi motori di base, la cui complessità è diversificata a secondo il grado di preparazione di ognuno, ma la cui modalità esecutiva rimarrà sempre e comunque estremamente semplice e senza l’utilizzo di macchine per l’allenamento. Dunque pochi esercizi con la finalità di “ripulire” le capsule articolari.
L’allenamento con i macchinari non può fare ciò.
I macchinari limitano il “raggio di azione”, allenando i muscoli in maniera prettamente isolata ipertrofizzano l’ego, costituendo una parodia della formazione reale anziché rappresentare un supporto della stessa. 
(esempio di corporatura apparentemente robusta ma artefatta)


(esempio di corporatura robusta addestrata tradizionalmente) 
Il modo di praticare originario, allena il nostro sistema nervoso in modo molto efficiente perché si muove nei “6 gradi di libertà motoria”.
Questo permette di conservare agilità e forza attraverso il tempo.
Uno strumento ottimale oltre alle Ghirie (kettlebell) sono le Clave, che esistono in tutte le culture dai tempi del paleolitico.


L’allenamento comune con i sovraccarichi di peso tende a comprimere le articolazioni, tanto più se svolto incastrati dentro abitacoli meccanici che privano il nostro corpo del movimento tridimensionale. Attraverso le ripetizioni maggiore sarà il carico e dunque la compressione articolare e tanto minore risulterà la forza agile, con il risultato di ritrovarsi insaccati, ovvero menomati, nella propria stessa massa.

Al contrario le clave, le palle ferrate con la maniglia, proprio per il loro utilizzo dinamico non vincolato ad un attrezzo predisposto ad isolarne l’utilizzo per un unico distretto muscolare, producono invece una decompressione delle articolazioni e uno sviluppo in forza elastica dei tessuti, muscoli e legamenti, esercitati attraverso il massimale raggio di movimento libero; che vale il progressivo recupero dell’amnesia motoria.




giovedì 15 dicembre 2016

ginnica e alchimia (parte terza) o del moderno epigono argonautico







Dal magma che determina la gravità incandescente delle stelle scaturisce il battito del nostro cuore e le sinapsi della mente; anzi, con ogni certezza potremmo ritenere preesistente a questo stesso furioso calore primigenio la misteriosa cadenza che determina nella coscienza la sua sospensione nell’incanto e che, talvolta, in forma recondita, ancora riecheggia nei nostri cuori ferrigni.
Uomo e Cosmo sono un unico Avvenimento, per questo negli stessi papiri magici greco-egiziani dell’età Alessandrina, indubbiamente attinti da tradizioni anteriori emanate dalle più arcaiche esperienze estatico-veggenti, s’intese identificare il Sole con gli inferi – Helios congiunto ad Hades – come esemplare allegoria delle remote profondità dell’animo umano.
Lo spirito di questa tradizione sotterranea del Sole e degli elementi a lui affini, attraversa il mondo indoeuropeo arrivando a ispirare l’alchimia della tarda antichità, fino al prodigioso Medioevo e al Rinascimento. Abolendo in molteplici contraddizioni allegoriche le consuete distinzioni tra superiore ed inferiore, celeste e terrestre, s’interiorizza attraverso una complessa simbologia, peraltro rimandata nel cristianesimo stesso, il senso della luce evocata nelle profondità delle tenebre.
Si menzionano le ataviche tenebre diluviali del vangelo apocrifo di Giovanni, appartenenti alla “Notte cosmica” concernente la fatale discesa occorsa all’uomo della “caduta”, coinvolto nella vertiginosa precipitazione dell'attuale Ciclo.
L’espressione vitale concernente la comprensione di tali insegnamenti, è aderente all’idea di “Tradizione”, dunque, alla valorizzazione dell’originaria tensione, puramente enigmatica, che in un tempo prima del tempo “scosse il principio immateriale” da cui prorompe la vita visibile.  Ciò è proprio della combustione originaria, riverberata nel metaforico fuoco centrale dei presocratici e ancor prima cantato nei Veda.
Eraclito, Empedocle, Parmenide consacrarono la propria riflessione a quest’emblematico “calor bianco”, che è il medesimo principio assoluto da cui trae luce l’avvio del procedimento alchemico.

La nerezza può essere individuata per suo contrasto con la chiarità. La trasmutazione, pertanto, cosa questa non secondaria, origina solo dall’ispirazione, pertanto da un occhio convenientemente aperto accortosi della penombra che l’avvolge, dunque, da una coscienza ridestata ma non completamente realizzata e che intuisce una necessità interna alla necessità stessa di convertire il senso finito della materia caduca. Un operazione per la quale ogni circostanza diviene pretesto poetico, senso aumentato della realtà che trae la vita dal nulla.
Non può esistere principio alchemico svuotato di ispirazione o intima adesione al “primordio poetico”, (prima ed unica empatia) in tal caso avremmo a che fare solo con bieco delirio d’onnipotenza, con una astrusa contraffazione satanica.
Immaginazione non vuol dire facile fantasticheria. Nell’introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, in uno studio a firma di Oso, il poeta Arturo Onofri fornisce la più attinente definizione dell’ Immaginazione alchemica: Immaginare, che è “imum ago” = imago = agisco, opero per “imum”, dunque, per profondità.
Immaginare vuol dire ricavare, estrarre in sé, dal di dentro mai troppo esplorato la visione interiore, ed operare tramite essa, ma la sola mente paradossalmente può essere di estremo ostacolo a questo principio di elevazione interiore.


Basilio di Cesarea, (lettere 2,2) scrive che la disciplina fisica (hesychia = controllo ritmico del respiro congiunto alla ripetizione mentale di una preghiera estremamente semplice) costituisce una premessa indispensabile per raggiungere le profondità interiori, pervenendo in tal modo all’autentica quiete, che già Parmenide valorizzò come l’unica facoltà utile allo svelamento degli stati superiori dell’essere avendone a sua volta appreso la pratica dal pitagorico Aminia. La pratica dell’hesychia, con ogni probabilità deriva dall’India ed è intesa come l’assentimento nelle facoltà trasmutatorie dell’uomo “verticalmente orientato”, interiormente rivolto in se stesso per virtù di una rifrazione (che è ispirazione) rivelante la multiforme struttura universale attraverso cui individuare la direzione trascendente.
L’immaginazione vive nelle stesse insospettabili profondità muscolari e tendinee, e sicuramente va educata, “aggiogata”, “unita” ad un principio superiore da cui appunto in oriente il termine “yoga”.
L’ego sottrae vigoria rivolgendo il senso della ginnica ad un piacere solo edonistico, quando invece l’esercizio vale il progressivo sacrificare la sostanza terrena (progressivo, felice allontanamento dall’involucro mortale).
Tutto rientrerebbe nell’ottica della pura guerra interiore, che all’inizio noi tendiamo a respingere proprio in quanto dominati dall’ego e dunque dalla paura.
La nostra società capovolta non a caso non sa più conferire un senso luminoso all’idea della morte, l’impianto “utilitarista” ci convive oscuramente ed in forme evidenti quanto subliminali, fa di tutto per sporcare e svigorire l’immaginazione, che è la legittima facoltà rigeneratrice della persona.
Oggi l’idea stessa d’iniziazione, benché il termine sia estremamente inflazionato ed equivocato, rimane quanto mai necessaria e forse non può che essere perseguita attraverso un percorso domestico essenzialmente privato e svolto in estrema semplicità.                  
Non siamo noi forse dei crogiuoli viventi? alambicchi coscienti in cui si riversa, travasa, elabora quotidianamente una molteplicità di sostanze dense quanto eteree, determinanti l’indefinita somma di macerazioni e distillazioni interiori che elaborano cosa?
Avviarsi ad un percorso di rettificazione ginnica, in fondo, potrebbe essere un modo operativo per avviare (assolvere) quel medesimo principio individuato dal Formisano, quando annotò che “Initio” ed “initiare”, erano anch’essi significanti del termine consacrare, introdurre nei misteri (Corpo, Cerimonia, Creare, sono parole che non a caso racchiudono la radicale “kr”, esprimente il principio della pura potenza numinosa).
“Initium” ed “Exitium”, rispettivamente la vita e il suo contrario ch’è la morte, hanno la seconda parte della parola che è identica: “Ito”, “Itio”, “It”, andare con frequenza, andare, muoversi, sono voci di moto; movimento diretto dove? Verso il compimento ultimo del percorso cui siamo chiamati in questa dimensione sempre più opacizzata e finalizzato al dissolvimento, a svanire, a ri-consegnarci all’ignoto che, dobbiamo ritenere, vale per un inesprimibile cambiamento di sostanza.

Benché moderni, dunque, circondati prevalentemente da architetture avvilenti, circonfusi di chiarori e ideologie dalle connotazioni sempre più spettrali, da gradazioni e sapori artefatti che sono falsi nutrimenti e simulazioni di vitalità vuote d’ogni sano contenuto, in tanta generalizzata contaminazione questo radicamento al bene ancora ricerchiamo.
Ricerchiamo finché siamo in tempo la “radianza aurea” che, sebbene assai debolmente, in ogni caso tutt’ora riverbera l’attuale piano dimensionale. Non ha senso l’esercizio fisico privo di quest’intima tensione purificatrice che costituisce l’essenza più veritiera della Ginnica.
Perseguita in misura ridotta nostro malgrado, la Suggestione Luminosa (positivo suggerimento interiore) ancora può attraversarci, anche se a tutti gli effetti potremmo sembrare malfermi teurgi di noi stessi, sciancati rabdomanti erranti in luoghi sempre più deteriorati. Non è escluso il poter riconoscere in noi l’azione di un flebilissimo ma genuino vigore, rivelatore certo dell’effettivo retaggio residuale toccato in sorte al moderno argonauta domestico, grottescamente esiliato dalla corrente dei tempi nell’esiguo spazio della sua vasca da bagno. Oppure riecheggiare intimamente degli antichi misteri in veste di un insospettato Odisseo casalingo, talvolta disorientato nell’animo da accadimenti minori, come una lampadina che si fulmina e che sfavilla d’oscurità l’interno dell’abitazione, per un istante dilatata nella dimensione ignota. 





lunedì 12 dicembre 2016

ginnica e alchimia (prosieguo)




Se il nostro corpo non è esercitato diverrà presto un sgradevole estraneo, una presenza ostile che opprimerà i pensieri, aggravando nostri passi come avessimo al piede una catena da forzato.

Ippocrate scrisse: “ Un sano esercizio fisico, moderazione nel cibo, giusta sopportazione della fatica...ogni eccesso è nemico della natura”.

Nell’antichità furono classificati tre generi di ginnastica: la ginnastica definita come “Autentica” o “Medica”, seguiva quella “Bellica”, e la terza, quella più effimera detta “Atletica” o anche “Obletica”, definita appunto come viziosa dallo stesso Galeno, il quale non esita a definirla innaturale essendo una degenerazione delle due precedenti, poiché mira all’ottenimento di una robustezza impossibile ad essere preservata nel tempo e dunque, contraria all’idea della vera salute.

Secondo Plinio i ludi ginnici ebbero origine da Licaone e l’atletica fu inventata da Ercole in Olimpia, ma col passare del tempo, diffondendosi il malcostume tra gli uomini, pervenne a tale stato di depravata degenerazione che nella Roma imperiale Galeno (medico personale di Marco Aurelio) sosteneva convintamente che per l’atletica agonistica era più appropriato il termine di “cacotechnia”, ossia di “mala arte”.


Egli notava come i “palestriti” dell’antichità, per eccesso di attività fisica, rimanevano sonnolenti per tutto il resto del tempo che non occupavano intenti alla pratica degli esercizi, non attendendo per questo ad un attenzione più nobile verso la realtà per la quale un uomo è chiamato alla vita.

Nei suoi trattati censura il professionismo atletico, poiché capiva quanto danno derivasse al genere umano il fanatismo per l’atletica, che corrompeva la persona in una continua e sterile magnificazione solo esteriore. Galeno testimonia d’aver guarito un gran numero di persone e che altrettante ne aveva messe in condizione di mantenersi in buona salute dando invece preferenza a esercizi specifici consistenti nell'arte del camminare congiunta ad altri di movimenti energici, derivanti dall’accovacciata, dai richiami alternati di una gamba e l’altra, così come dai piegamenti sulle braccia seguite dal salto, le rapide connessioni in contrazione e decontrazione veloce delle gambe.

Questo richiama alla mente la stessa cerimonia sacra eseguita dai sacerdoti Salii descritta da Plutarco nella vita di Numa, i quali durante il mese di Marzo, attraversavano la città portando in processione i sacri scudi, (chiamati ancilii) percossi ritmicamente con pugnali corti mentre avanzavano per la via ora girando su stessi, ora eseguendo repentini cambi di direzione movendosi con passi brevi in semicerchio, dando così prova di estrema vigoria congiunta ad agile eleganza.

Era noto che la robusta costituzione viene agli uomini non dai molti esercizi, ma dagli esercizi regolati, tra questi, l’irrobustimento delle gambe fu a ragione considerato un eccellente rimedio alle afflizioni cardiache e per rinvigorire il sistema immunitario in generale.







Aristotele parla espressamente della ginnastica bellica nell’VIII libro della Politica, raccomandando di praticare quella ginnastica che con sforzo moderato ma costante sia in grado di irrobustire il corpo.

Gli atleti, invece, agiscono all’opposto delle norme di buona salute, per questo si asseriva che l’esercizio fisico portato agli estremi è l’anticamera non della buona salute, ma piuttosto della malattia.

 “La condizione atletica non è naturale, è preferibile uno stato di buona salute” afferma Ippocrate e con ciò egli non solo fa chiaramente intendere che l’attività atletica non è naturale, ma non chiama nemmeno “stato” la condizione degli atleti, privandoli in questo modo anche di quella denominazione con la quale tutti gli antichi indicavano la condizione delle persone realmente sane.

Tale convinzione l’esprime Euripide quando scrive: “ Pur essendoci infiniti mali nella Grecia, nessuno è peggiore di quello degli atleti”

Analogamente sempre Plutarco, paragonò gli atleti ai sassi e alle colonne dei ginnasi, asserendo anche che a niente altro i greci dovevano il principio della loro mollezza e la loro servitù, se non a questa ginnastica viziosa, dalla quale intorpiditi e illanguiditi erano distratti dall’autentica virtù marziale. Agli Spartani, per esempio, all’auge della loro potenza, era severamente vietato colpirsi forte durante e fuori dall’addestramento, questa norma fu istituita per salvaguardare l’integrità della persona, che in tempi di pace era chiamata ad assolvere altre attività per le quali non doveva risultare menomata o impedita per un inutile incidente basato su pretesti superflui (Plutarco: vita di Licurgo).



Qui idealizzo un particolare tipo di ginnastica, definibile (ieri come oggi) "ginnastica igienica” o “medica”, la stessa di cui parla Platone nel Timeo, che pur avendo l’apparenza di attendere soltanto alla cura del fisico, coordina simultaneamente ed uniforma le sue operazioni ai principi che regolano le attività spirituali, non permettendo che l’ego volgare, per eccesso di vanità prenda il sopravvento sulla coscienza al punto da sottrarla al riguardo e alla disciplina che ad essa deve e congiuntamente al mistero stesso della vita.

La ginnica oggi dovrebbe essere innanzitutto riscoperta come una scrupolosità igienica che attraverso il movimento del corpo affina progressivamente la percezione sottile di sé stessi; praticabile ad ogni età secondo il grado di possibilità di ognuno.

L’esercizio considera il corpo come il perfetto “automa” del libero Genio che transitoriamente lo occupa. L’identità geniale non è da confondere con la natura dell’ego, che, di fatto, gli è ancestralmente nemica. L’ego volgare è “oscura ombra interiore” che arriva a sovrapporsi all’autentica consapevolezza. Ciò può accadere in quanto l’intima identità, propriamente geniale, è totalmente in-genua. In questa primordiale “ingenuitas” sta la sua incomparabile forza e assieme la sua estrema fragilità.

Non a caso l’odierna pop-ipnosi esalta la condizione egoistica degli individui a detrimento dell’autentica ispirazione.

Il desiderio è quello di guidare convenientemente l’involucro mortale che custodisce l’enigma profondo dell’essere.

Per usare un espressione di Empedocle, ciò che intimamente deve fiorire è il “germoglio notturno”, per infondere nella coscienza una serena percezione del mistero che da ogni parte la sovrasta; questo e non altri è il compito dell’autentica ginnastica: incrementare la forza e agilità articolare convogliandole verso un fine superiore: quale possibile parte integrante dell’alchimia interiore.

Sarebbe il caso di definire tale regola come parte consistente della pratica appartenente ad una “ierosofia integrale”; perseguita ieri come oggi, nonostante la massiva contaminazione dell’eco sistema.

Alla fine basterebbero venti o massimo quaranta minuti di esercizi quotidiani specifici che certamente non possono essere improvvisati e che nulla hanno a che vedere con i saltelli sugli step, le varie “zumbe” o con le estenuanti pedalate immote sulle cyclette o con le corse sui tapirulan, e nemmeno con stressanti carichi di lavoro svolti incastrandosi dentro complessi macchinari di sostegno per il lavoro con i pesi.

I macchinari di base, concepiscono l’esercizio svolto unicamente per isolamento dei diversi distretti muscolari e che, dunque, pur lavorando sulla cosiddetta massa, in realtà accrescono ulteriormente l’amnesia del movimento sano puramente funzionale.

giovedì 1 dicembre 2016

ginnica e alchimia



Come insegnarono i Greci e gli Yogi dell'India antica, la pratica ginnica è parte integrativa di quella disciplina dell’essere (formazione poetica integrale) il cui conseguimento ultimo deve condurre la persona all’ottenimento della catarsi.

Volendo considerare l’addestramento fisico avvalendosi di una considerazione propriamente “ermetica”, possiamo scoprire che attraverso una semplice quanto “primordiale” esecuzione ginnica, progressivamente si ridestano in noi sorprendenti intuizioni circa la natura della nostra essenza interiore, così come non si potrebbero ottenere dall’esercizio relativo alla sola speculazione mentale.

In ogni fibra muscolare opera l’intelligenza, intelligenza che possiamo opportunamente definire come “intelletto universale”. Ogni fibra della nostra struttura corporea è propriamente un’antenna ancestralmente predisposta a recepire ed emettere segnali di “frequenze sottili” con l’ambiente circostante i cui centri d’irradiazione e recezione principali nel nostro microcosmo sono costituiti dal cuore, sede della vera intelligenza, (comunemente definito muscolo cardiaco) ed il cervello.

In noi agisce una memoria propriamente sensitiva, che in normali condizioni di salute o in assenza di gravi indigenze è pesantemente anestetizzata dall’adozione del cosiddetto standard di confort  moderno.

Per facoltà sensitiva qui non intendo riferirmi a presunte affascinazioni entusiasmiate o pseudo chiaroveggenti in uso al “misticismo di maniera”, davvero deleterio e che sembra essere caro a una certa espressione di cattolicesimo, il quale, è bene ricordare, di suo nasce già come grave impostura, drammatica contraffazione, del cristianesimo originario. Ugualmente, queste forme di misticismo involuto appartengono a molte altre confessioni religiose degradate nell’attuale degenerazione dei tempi, così come alle nuove correnti di sciamanesimo a buon mercato divulgato in commercialissimi corsi fine settimanali.

Sostanzialmente la contraffazione spirituale espone la persona all’influenza di bassi psichismi, i quali in definitiva, posti in differenti contenuti e contrasti chiaroscurali, sarebbero i medesimi che agiscono nelle fantasmagorie dei videogiochi o attraverso le lusinghe pubblicitarie.

Per una persona ordinaria riscoprire la propria facoltà sensitiva significa innanzitutto poter aderire a quanto la rilega, con estrema semplicità, (ma non facilmente) ad un senso propriamente “felice” del divenire.

La prima sensitività consiste nella prefigurazione dell’archetipo celeste, da cui scaturisce la nostra più intima essenza riflessiva e che l’ego, se mal compreso, tende inesorabilmente a soffocare.

Se ci ascoltiamo con attenzione ci accorgeremo che intimamente siamo fin troppo agiti da una midolla di desideri momentanei, alquanto fatui e accesi più che altro da una fondamentale noia di noi stessi, che ingigantisce l’idea della prosperità e soddisfazione solo esteriore equivocata come il conseguimento ultimo dell’esistenza.

Cosa sia l’io autentico non si può dire, sicuramente non è la sconsiderata e indefinita sovrapposizione di continue fisime, capricci, risentimenti, di basse competitività, invidie, gelosie e cupidigie reiterate a più livelli d’intensità durante l’intero corso dell’esistenza.

Per questo si può affermare che si può essere esteriormente dinamici ma allo stesso tempo completamente addormentati.

Potere personale e sensitività sono idee completamente fuorvianti, il loro significato riguarda unicamente qualcosa di inapprezzabile per la considerazione generale e a nulla servono se non a prepararci virilmente (per virile intendo una ferma quanto limpida devozione ispirata) all’inevitabile dissolvenza che ognuno, prima di quanto generalmente possa ritenere, dovrà affrontare attraverso l’esperienza della morte.


Esiste una parodia ginnica, costituita dall’allenamento svolto prevalentemente sotto il neon e finalizzato al cosiddetto rassodamento muscolare, mai come oggi la fabbrica di osceni pupazzi carnali è a pieno regime. Qui si rivela il triste smarrimento dell’essere e la permanenza in suo luogo di un povero guscio carnale, accuratamente preordinato per l’irraggiamento elettromagnetico artificialmente indotto e chimicamente pungolato. 
Esercitarsi nella ginnastica significa completare l’apprendimento filosofico (alchemico) altrimenti forse menomato della sua migliore possibilità conoscitiva  e realizzativa. La ginnica intraprende un percorso di rettificazione interiore volto a correggere (educare) il demoniaco individuale dai contenuti più negativi in cui, sempre più spesso, sembra essere esiliato l'individuo contemporaneo.

Tutti i macchinari predisposti alla tonificazione e potenziamento muscolare ostacolano la reale conoscenza del movimento e andrebbero evitati come strumenti deleteri. L’esercizio dovrebbe essere impostato solo all’antica maniera, dunque, a corpo libero e con l’ausilio di pesi specifici quali il bilanciere, i kettlebell e le clubbell; per lavorare attraverso la gravità del proprio corpo, agendo dall’interno di se stessi, recuperando per quanto possibile una memoria realmente cosciente del movimento.






In tal senso la ginnica mira alla reintegrazione della persona con la sua memoria archetipale, una circostanza questa antitetica all’idea del “modernismo”, in cui l’amnesia più profonda sembra essere la condizione esistenziale principale che qualifica l’identità (spettrale) dell’uomo-massa.

E’ necessario poter recuperare per quanto sia possibile la memoria dell’ideazione plastica rigeneratrice. Per questo esercitarsi isolando i diversi distretti muscolari (a questo servono i macchinari in palestra) è da considerare uno svilimento del senso originario del movimento.

Ogni gesto nell’addestramento deve prevedere il coinvolgimento simultaneo di tutte le fasce muscolari, coordinate per realizzare attraverso un singolo atto la contrazione o decontrazione di tutto il corpo.