lunedì 28 novembre 2016

tenebre diluviali






Sprofondati come siamo nella fase alquanto avanzata di questo densissimo declino fluorescente dei tempi, la falsa chiarità artificiale davvero sembra aver reso del tutto inservibile la saggia lampada dell’antico “cane filosofo”, che per secoli ha rischiarato la riflessione di eletti indagatori delle profondità invisibili celate all’interno dell’uomo.
Oggi inusuali correnti magnetiche trascinano i pensieri e l’identità stessa attraverso imprevedibili rapide dissolventi, dove gli stessi significati del simbolo e congiuntamente dell’allegoria si estinguono come il colore di un tessuto pregiato impropriamente bagnato nella varechina.
L’uomo nuovo che riemergerà da questa traversata massimamente corrosiva che è la modernità, non sappiamo se potrà ancora essere definito propriamente come Uomo o sub-umano; quale infelice sopravvissuto di una manipolazione altamente elaborata ma immensamente squallida, come di fatto è squallido ogni supporto concepito per amplificare l’azione uniformante dell’idea “macchina”.
Originariamente l’idea del “sapere” non a caso è intimamente congiunta a quella di “sapore”, difatti, con sempre maggiore insistenza, ci domandiamo con rinnovata apprensione di quali doti siano forniti gli impoveriti e contaminati cibi per noi predisposti da multinazionali aliene alla nostra autentica integrità. 
Stiamo barattando qualcosa d’inestimabile per aver acconsentito alle lusinghe intorpidenti di “quattro specchietti colorati”.
La “rete” funziona a dovere, le sue finissime maglie sembrano attuare l’ultima battuta di pesca a strascico calata nei fondali animici in cui l’umanità si dibatte da tempo immemore, ancor prima che fosse sommersa dalle acque del castigo memoriale.
Eppure, anche questa dell’ultimo grande Diluvio, forse, è una narrazione ancora incompresa, almeno se non si vuole ignorare l’indicazione contenuta nel vangelo apocrifo di Giovanni, secondo il quale il diluvio autentico non fu di semplice acqua ma di tenebre che, per nulla ritiratesi, ancora sommergerebbero la terra.
Noe' e altri a lui simili, trovarono rifugio non dentro un arca fisica, ma bensì in un luogo luminescente “acceso” internamente alla propria coscienza.
Il demiurgo o pseudo dio Jaldabaoth aveva infatti disteso su tutta la terra una fitta coltre di tenebre: indicazione certa dell’avvio di uno dei periodi maggiormente critici per la storia dell'uomo e tutt'ora in atto.
L'avvio o il preludio all'eta' oscura (Kali-yuga) sarebbe sedimentato nella narrazione stessa del mitico diluvio, quale riverbero dell'aurora opalina che drammaticamente introduce l'Età attuale; la sopraggiunta crisi in cui è instaurato il cupo dominio di una sovrana insensibilità e del conseguente ottenebramento spirituale indubitabilmente sempre più denso e ancora lontano dall’essere rischiarato.
Il capitolo sul diluvio così chiude: "Fu cosi' che tutta la creazione divenne schiava per tutta l'eternita', dalla fondazione del mondo fino a adesso...generarono figli dalle tenebre a immagine del loro spirito; chiusero i loro cuori e dalla insensibilita' dello spirito di opposizione, divennero insensibili fino a adesso".
Forse a noi moderni sfugge che l’ultimo oscuro piovasco diluviale è già iniziato ed è propriamente un’inondazione elettrochimica che ispessisce massimamente la coltre del buio epocale.
La desiderata “innovazione” verso cui tutto è freneticamente proiettato significa solo l’annegamento indistinto di ogni autentica qualità, di ciò che di più nobile e autentico giustifica la nostra permanenza quaggiù. 
Non è cosa vana, seppur apparentemente sembra esserlo, il tentare fino all’ultimo di riappropriarsi di una memoria propriamente “gentile” connaturata alla nostra identità profonda. Per “gentile” s’intende indicare la condizione massimamente favorevole e dunque consapevole, (il più possibile determinata) che una persona possa sperimentare in questa vita.
Ricercare l’ispirazione elettiva nel dominio della macchina e dell’industria sembra sempre più irrealizzabile, ma non ci sarebbe altra alternativa per non abdicare dalla propria “identità poetica”: unica alchimia autenticamente possibile.
Come scrisse Jacques Maritain: “Per poesia intendo non l’arte particolare che consiste nello scrivere versi, ma qualcosa di più generale e al tempo stesso di più primordiale: quella intercomunicazione fra l’essere interiore delle cose e l’essere interiore del Sé umano che è una specie di divinazione (come venne chiaramente compreso dagli Antichi: il vates latino era un poeta e allo stesso tempo un divinatore). Poesia, in questo senso, è la vita segreta di ciascuna e di tutte le arti…”


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