giovedì 17 novembre 2016

creare è arare interiormente


La persona è realmente tale in quanto “creativa”.
Volendo tralasciare le numerosissime contraffazioni esistenti, essere “creativi” significa essenzialmente aspirare ad apprendere e riscoprire la specifica norma o  grammatica operativa esistenziale atta ad educare, “consolidare”, la nostra “struttura emotiva” immersa nel flusso del divenire; affinché si possa operare (innanzitutto per mezzo del primo strumento che è il corpo) in assoluta empatia con la gravità materiale.

L’obiettivo è quello di dissolvere l’ego, ricavando – qui e ora nella materia stessa – la via puramente universale che altrimenti rimane preclusa nel dominio ottuso della sola razionalità.

Per le età devotamente artigianali, l’oltre vita è illuminato di un sacro chiarore a noi restituito dal manufatto. L’immenso fascino di cui sono intrisi gli oggetti antichi, il “calore” che emanano, costituisce il più veridico presentimento di speranza intagliato nella materia.


Nell’esempio dell’arte preistorica le corse, gli slanci, le lotte e metamorfosi tra uomini e animali rivelano l’immanenza di una danza cosmica che è l’urgenza della partecipazione cosciente della vita in sé stessa, nella necessità di proiettarsi oltre se stessa. E’ la rincorsa all’entusiasmo, all’incantesimo, misteriosamente scaturito da una necessità biologica, determinato dalla bellezza, sebbene atroce, delle verità naturali.
Arte è effettivo ordine, effettuale consacrazione puramente Visionaria in cui è dissolta la maschera dell’ego. La reminiscenza di tale persuasione compare nel motivo per cui fino a un dato momento storico l’artefice non usava apporre una firma sulla scultura o opera dipinta, poiché non era la singola persona che doveva essere valorizzata, ma, bensì, l’essenza soprannaturale che ne ispirava l’operato (ad esempio, ancora chi progettò le cattedrali gotiche rimane anonimo).

Determinati simboli, riferiti al patrimonio sapienziale dell’antichità e dei quali noi costituiamo il supporto transitorio ma pur certo, si decifrano in massima parte mediante l’affinamento della sensibilità intuitiva. La loro decodificazione oggi passa attraverso una sperimentazione spesso necessariamente privata, personale, elaborata mediante l’insostituibile ausilio di una “grammatica applicativa” che inevitabilmente si assimila in forma del tutto frammentaria, così come sono frammentarie le vestigia che costituiscono l’inestimabile patrimonio umano fornitoci dal (mai troppo esplorato) passato.

Allegoria per eccellenza dell’ispirazione che eleva il lavoro artigianale a significato di opera è l’insieme delle Muse, generate da Mnemosyne – la memoria.

Suida, storico bizantino del IX sec. nella stesura del suo lessico, scrisse che la parola Musa ha la radicale comune al verbo ricercare; Ri-cercare appunto come causa d’ogni dottrina (una ricerca perseguita mediante l’ausilio dell’utensile, quale estensione sensibile della mano che realizza il manufatto e non per il tramite del congegno o del dispositivo, che invece ne costituiscono la contraffazione estrema).

Creare è etimologicamente attinente a Corpo, nonché a Cerimonia, così come a Cerere, divinità delle messi e della “Ricerca inquieta”, da cui alcuni vollero derivare appunto dal verbo “Cereare” il “Creare”.

Creare inteso nella sua accezione mirabilmente iniziatica e che vale lo spingere innanzi, andare più in la per ottenere la cognizione maggiormente profonda dell’essere.

Per aggiungere qualcosa ancora sull’identità della Musa, Sinesio dopo averci informato che il complesso di tutte le Muse significa specificamente saper fare armoniosa unità d’ogni scibile, aggiunge che il loro “magistero” è canto sacro e arcano, per modo che rivolgersi poeticamente alle Muse vale invocare, così come ricordare, dunque, accordare il cuore all’ingegno; specificamente all’in – genus (da cui il termine ingenuo = incorrotto) del parlare ieratico, che vale “genero in me”: cosa? il Nume celeste.

Nelle sue "Vite parallele", narrando la storia di Licurgo, Plutarco riferisce che gli Spartani prima della battaglia inneggiassero proprio alle Muse ispiratrici, il cui nome, peraltro, deriva dal verbo “myèin”, che significa ‘iniziare ai misteri’, introdurre al segreto delle cose, sensibilizzare massimamente alla poesia universale riflessa nella tragica rivelazione della morte. Inneggiare alle Muse prima dello scontro fatale significa anteporre il bene dell’ispirazione soprannaturale a quello della vita stessa, che se ne è priva perde completamente di valore e senso.

Sempre riferendosi a tale prefigurazione trascendente, Dante poté dire: “ O Muse o alto ingegno, or m’ajutate…”

A cosa l’uomo deve essere aiutato? A cosa deve aiutarsi? Affinché egli possa persuadersi, in ogni istante della sua esistenza, ad effettuare la Scelta e decidere di vivere integralmente la verità dell’Evento.

E’ nel tempo che da sempre si innesta l’Evento: la Rivelazione.

In ogni momento potrebbe rivelarsi l’Evento e quando ci sorprenderà non potremo più fingere, ma, dovremo dichiarare apertamente cosa saremo disposti a diventare; cosa saremo disposti ad essere, a quale essenza vorrà uniformarsi la nostra natura.

Non dimentichiamo che in ogni caso l’uomo sarà chiamato a lasciare le “dimore della notte”.

Si dovranno lasciare le attuali “dimore notturne”, illuminate da freddi chiarori artificiali, per incamminarsi una volta ancora verso la Vera Luce o le tenebre più assolute, assolvendo in tal modo al significato apocalittico dell’epoca presente; verso cui converge il senso di tutte le Tradizioni sacre.

Il significato metafisico dell'Età attuale è mistificato dall’odierno sistema industrializzato, la cui finalità è quella di modellare uomini e donne strutturalmente deboli, buoni da assoggettare a bisogni assolutamente deleteri e intorpidenti, a forme d’appagamento che più sono meschine tanto meglio si rivelano utili ad annientare la consapevolezza e la pura volontà.

Il dominio industriale nei ritmi monotoni e ripetitivi della “produzione” fine a se stessa, sovverte per prima cosa la percezione del tempo, confinandoci all'interno di uno spazio solo claustrofobico che si rivela come un assoluto non-senso cosmico.


Un tempo solo meccanicizzato e concepito in una funzione solo utilitarista da forma ad una società nemica dell’ispirazione.

Un luogo dove ininterrottamente si scandiscono ritmi snaturati, appartiene all’abominevole azione simbolicamente identificata nell’opera disgregante dell’Anticristo.

Sarebbe da considerare davvero una leggerezza esegetica voler individuare l’Anticristo in una specifica figura sensibile. Esso non può possedere una semplice corporatura, ma,  nella finzione allegorica, assai più credibilmente rappresenterebbe una modalità interna alla coscienza, sia essa individuale che collettiva, alla determinata relazione che instaura con la materia e a ciò che provoca tale relazione e, conseguentemente, alla sua risonanza con la realtà spirituale. Più propriamente, si potrebbe asserire che nell’epoca attuale, il senso dell’Anticristo è esemplarmente avverato tramite l’efficienza stessa dell’inganno meccanicistico.

E’ l’adesco “produttivo” scatenato sulla storia, evocante la continua minaccia-spettro della “crescita” e che costringe gli individui all’adozione di svolgimenti frenetici sempre più aberranti.

In questo balzano e assolutamente capovolto ordine di cose, ciò che in realtà è massimamente favorito sono gli istinti passivi, il voyeurismo esasperante, il culto di una feroce libertà solo esteriore, dove la “nuova abitudine” rivela più d’ogni altra cosa i deleteri effetti di un subdolo condizionamento avvilente.

I preminenti significati simbolici che possono ancora aiutarci a ritrovare l’orientamento intimo, sono ascrivibili ad una definita “scienza dell’anima” i cui significati, presagiti fin dall’età preistorica, si rivelano come gli effettivi valorizzatori della vita dell’animo e possono, senza alcun dubbio, ascriversi al significato di conoscenza per antonomasia. Conoscenza definita appunto come Sapienza Perenne e che la condizione di “caduta”, occorsa al Ciclo attuale, attraverso la progressiva precipitazione degli eventi ha reso massimamente opacizzata.  

La prerogativa maggiormente enigmatica internata nella natura umana è inscindibilmente connessa alla sua facoltà di poter essere autenticamente creativa – tale facoltà è intesa come la più alta responsabilità dell’uomo – e culmina esclusivamente attraverso l’effettivo superamento del condizionamento ordinario imposto dalla nostra identificazione con l’ego.

Sostanzialmente la Creatività è tutt’altro che una manifestazione meramente ornativa della persona, tantomeno, si realizza nell’attuale parodia informale che è l’esclusivo appannaggio di una pseudo-elité intellettuale che nulla ha da offrire alla crescita interiore dell’uomo.

L'essere “creativi” riguarda la facoltà di pervenire alla nozione maggiormente concreta e ispirata del divenire. Tale significato in appena settant'anni è stato completamente destrutturato, astraendolo dentro il mortifero limbo di un concettualismo fine a se stesso, davvero sterile, artificiosamente esaltato mediante un cifrario pseudo-ermetico completamente arbitrario.

La presunta “arte concettuale” in realtà, attraverso l’alibi della “denuncia” o dell’emancipazione trasgressiva, è parte di quella contro-opera di contraffazione (puramente satanica) che mira a scollegare le persone dai riferimenti intellettivi maggiormente luminosi e che congiuntamente ad altre forme di condizionamenti avvilenti offerte dal progresso, dispone per l’annichilimento della persona.


In arte il cosiddetto “concettualismo” altro non è che uno degli aspetti utili al nostro dissolvimento identitario, il pretesto legittimante l’avvento di un tempo in cui è stabilito un dominio drammaticamente caricaturale e prevalentemente contaminante, in cui agiscono forze assolutamente contrarie alla nostra autentica dignità e libertà.

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