lunedì 31 ottobre 2016

poiéin



Nel mondo antico, un particolare tipo di fervore spirituale elevò l’uomo attraverso l’estasi poetica. Particolare estrinsecazione di stupore o meraviglia, temperata da un solido senso concreto del “fare per realizzare”, che è appunto la “poiéin” = “comporre” “fare”.
Nell’hylé: “materia prima o primordiale”, fu individuata l’azione di una remota fluttuazione sensibile per mezzo della quale i diversi significati trovano reciproca interconnessione, rivelando alla nostra coscienza l’esistenza di un accordo interiore naturale riportato nella meraviglia per la cosa creata.
La sacra quercia dodonea, da cui non a caso fu ricavato lo scafo degli Argonauti, emblematizza tale misteriosa qualità “lirica” per la quale il legno muto si faceva vaticinante di responsi oracolari, comunicati mediante un’ineffabile melodia che trova l’eco maggiormente profonda nell’intonazione di Orfeo: il Rivelatore per eccellenza, il sommo valorizzatore dell’occasione segreta dell’animo, per la quale la realtà intera perviene al suo massimo significato; costituito appunto dall’illuminazione poetica.
A questo stesso significato si riconduce il ramo aureo virgiliano, anch’esso estensione dell’hylé primordiale che Enea deve svellere con le sole mani e a che riesce a trovare, rettificando il proprio smarrimento nell’intricata selva-hylé, unicamente attraverso l’ispirazione oracolare. Ugualmente tramandano i miti nordici della fondazione del Cosmo, come Odino, il cui nome significa “veggente”, sia la divinità “menomata” che realizza l’orientamento all’interno di più dimensioni cosmiche unicamente attraverso una follia propriamente luminosa.

Odino è appeso all'albero cosmico della conoscenza, lo Yggdrasill, un frassino, anch’esso dunque estensione dell’Hyle primordiale, che è supporto emotivo – il supporto attraverso cui l’emozione educa e corregge se stessa trascendendo la sua natura ordinaria – di una “combustione lirica” che ristruttura, ri-ordina, l’articolata manifestazione universale che altrimenti rimarrebbe profondamente spenta in se stessa. E’ il fervore ispirativo dell’animo chiaroveggente, positivamente entusiasmato dalla contemplazione estatica del tutto, dunque, di un animo perfettamente orientato all’interno di se stesso nella finalità di dirigersi oltre se stesso, percorrendo gli infiniti mondi interiori nell’incessante ricerca dell’abissale fondamento del divenire.
A nessun altro riferimento confluisce la struttura etica dei grandi poemi dell’antichità, totalmente pervasi di una misteriosa apprensione di riscatto, permeati di una dolorosa quanto ancestrale “mancanza” da cui origina l’idea stessa di “fatica iniziatica”.


Su questa qualità ardente dell’animo l’uomo centra la propria identità, non altrimenti.
Qui solo possiamo ottenere il maggior significato della nostra esistenza, sebbene possa sembrare massimamente ridotta solo in tali riferimenti troviamo il fondamento dell’assurdo, il “sacro assurdo” che ci anima e che l’avvilentissimo pensiero moderno intende disperdere, deformare, mortificare, imbustandoci tutti all’interno di una soffocante e contaminata realtà preconfezionata che è nemica dell’autentico ordine. L’ordine è solo sovrasensibile altrimenti non è ordine ma solo una deleteria forma di necrofilia istituzionalizzata.

 

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