martedì 11 ottobre 2016

Nigredo


“ Sembrava che quel mondo che veniva edificato davanti ai miei occhi opprimesse l’elemento più vitale dentro di me.

Una repulsione la mia, che si estendeva a molte cose. Detestavo la plastica, la pubblicità, la gomma da masticare, poi provavo fastidio per certi parametri di nylon e per il maglione divenuto la divisa ordinaria degli uomini di Chiesa.”

(Maurice Bardèche)




Il Pathos è inteso come massima qualità tragica della coscienza, dunque come il primo motivo del nostro possibile innalzamento a stati maggiormente consapevoli. Il Pathos, il valore tragico, è tale solo quando permeato, temperato, di tre presupposti sensibili costituiti dalla Compassione, la Melanconia e la Nostalgia.
L’alchimista modesto che possiamo personificare è innanzitutto la figura di un individuo intimamente patetico. L’alchimia prima di ogni altra circostanza scaturisce dalla profonda nostalgia della perduta pienezza dell’essere. La Melanconia è situata agli antipodi della tristezza. La tristezza è un tipo di afflizione “sorda” e costituisce la sostanza di un intima sconfitta, la melanconia, al contrario, è ordita del puro senso della reminiscenza e riguarda la memoria atavica della perduta "patria celeste". La tristezza pertanto reca in sé il grave peso dell’irreparabilità, mentre invece la melanconia è sottilmente intessuta di speranza. L’impercettibile alchimista post-moderno non potrà essere il dolente epigono di un Paracelso o di un Goethe, questo perché l’ambiente naturale non costituisce più il supporto genuino e integrale da cui distillare le molteplici fasi dell’Opera. La cosiddetta Grande Opera oggi è sostituita da una sovrana contraffazione in cui sono stati completamente ribaltati i significati dello Spirito. In questa società il senso della pura nostalgia, che animò la medesima cerca graalica, è deformato in una sorta di rimpianto egoico solo volgare. La pura Nostalgia è una qualità attiva e impersonale, dunque, è pura determinazione e possibile dimostrazione della vitalità dell’animo pervaso di sete spirituale, che è l’implacabile sete d’infinito e trasporta la coscienza alla ricerca delle Fonti Segrete dell’Essere.  La nostalgia rimpiange la natura inconoscibile dell'essere prima dell’incarceramento decretato in questa dimensione, che vincola ognuno alla tirannia imposta dalla necessità materiale e dalle aspettative esistenziali ordinate dai volgari capricci dell’ego.
La moderna distorsione del principio nostalgico costituisce la base di una miseria di proporzioni epocali e riguarda una nuova identità umana assolutamente caricaturale, mai soddisfatta delle proprie fisime e prevalentemente ricolma d’infelici rimpianti che riguardano episodi limitati alla sola storia personale. Una personalità sostanzialmente schiava dell'inganno legato alla transitorietà effimera della propria manifestazione esteriore.
Il principio fondamentale dell’Opera alchemica è quello di “denudare” l’entità fisica della sua prima identificazione all’ego volgare, svincolarla da ciò che appesantisce la psiche e che “addensa” l’ombra interiore, affinché il "predicato celeste” possa emergere alla coscienza tracciando l’effettiva direzione trascendente.
Per mezzo di questa traccia splendente, evocata in noi stessi, la gravità stessa inizia a diversificare il proprio fondamento già in questa dimensione, appunto il “solvi et coagula”, principio che avviene in ogni istante della nostra esistenza: innalza per poi riaddensare nella sorda gravità di te stesso la quintessenza che evapora dal continuo esercizio di una dissimulata macerazione interiore.
L’impresa ermetica, la prima fase del lavoro interiore contraddistinto dalla celeberrima “nerezza”, la decomposizione liturgicamente nota come “nigredo”: originario stadio iniziale della materia posta in elaborazione enigmatica, dove si realizza attraverso una beata e sofferta putrefazione simbolica quel prodigioso “fermento” atto a rinnovare la componente “sottile” della materia stessa, oggi è “risucchiata” dal vuoto morale stabilito nel nuovo laboratorio a cielo aperto di cui noi, l’umanità tutta, è cavia accuratamente selezionata. 
In questa prima fase assai delicata, i fermenti vitali posti in metaforico disfacimento nell’alambicco interiore dell’animo subiscono una preventiva sterilizzazione di significato; ciò che per primo si inaridisce tra i “nuovi contenuti” standardizzati è l’incanto. Le nostre intime tensioni sono immancabilmente circonfuse di una sorta di nera fosforescenza determinata dall’assetto industriale e dalla sua massiva contaminazione, ma non tutto è perduto. 
Il calore stesso del sole è soprattutto emblema del “fuoco filosofico” che trae energia dall'inconcepibile vuoto ancestrale e dal quale scaturisce la nostra stessa coscienza.
Una luminosità vitale oggi chimicamente offuscata, la cui intelligenza primordiale ancora può forare la membrana sintetica che ne confonde lo splendore.

 




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