mercoledì 5 ottobre 2016

Archeologia interiore




 
Siamo, nostro malgrado, filosofi senza sapienza, i figli degeneri dell’ultimo Eone che è coda di un Età propriamente oscura, di tutte la più oscura.

La ricerca esistenziale in ogni caso riguarda una definita pratica quotidiana essenzialmente introspettiva e affatto disgiunta dal senso maggiormente concreto dell'esistenza. Il Principio primordiale internato in ogni coscienza incarnata, ma non da ciascuna valorizzato, riguarda una luminosa determinazione che è appunto riconosciuta come l'Arché, ossia, il Fondamento trascendente dell’essere: la sua parte maggiormente remota.

Anima è etimologicamente connessa all'aria, vento (anemos) e all’aurora, pertanto, anima è parte rilevante del fondamento aurorale dell’essere nonché pretesto di un “equivoco” ancestrale che realizza il connubio tra spirito e materia, l’enigma magmatico dell’Uomo Vivente.

La consapevolezza autentica è sempre “alata”, elevata sulle contingenze determinate dall’impellente necessità materiale, seppur attualmente la coscienza sia foderata di piombo, può comunque ravvivarsi in noi stessi un barlume intuitivo. L’intuizione dell’eminente verità insita nella Pietas, compresa essere come l’accettazione serena della sorte, così come dell’inganno sostanziale che riveste ogni identificazione nel solo ego e dell’importanza di accrescere un’attenzione riverente verso ciò che abitualmente si definisce come ordinaria quotidianità; orientandosi verso un agire coerente, felicemente disciplinato, che spontaneamente rispetta la bellezza minima delle cose semplici.

I presupposti etici rimangono completamente estranei da una spaurita sottomissione all'ignoto.

La coscienza opacizzata si rende conto dello sproporzionato svantaggio in cui l’hanno costretta oggi molteplici contingenze avverse, ma in ogni caso la finalità di ognuno dovrebbe essere la ricerca della propria autonomia spirituale. Questo riguarda l’esercizio di una costruzione interiore quotidiana, istante dopo istante, centrandosi il più possibile sull’attimo presente.

E’ una disciplinata "follia luminosa", (massimamente felice chi può realizzarla) attraverso la quale tentare di operare l’inesprimibile trasmutazione o ri-volgimento, inteso come intima trasfigurazione.

In tal senso l’agire devoto è rinsaldato al medesimo “stupore e furore” della primitiva rivelazione originaria, per la quale l’Uomo centra se stesso e ugualmente “canta” attraverso l’istante la propria corrispondenza cosmica, il proprio divenire cosciente, nella finalità d'oltrepassare infinitamente il condizionamento obbligato alla mera necessità imposto dal tornio materiale su cui siamo plasmati.

Questo superamento che si qualifica come metafisico è inesprimibile ma ugualmente percepibile.

La nostra memoria può intuire in quale dimensione, propriamente aurea, confluirono la somma delle intime tensioni e conseguenti applicazioni di tutti coloro che in ogni epoca vissero essenzialmente per il bene, ognuno secondo i suoi limiti e possibilità, innestandosi per questo nel significato più autentico dell’idea di Tradizione.

L’idea di Tradizione è inseparabile dall’idea stessa dell’ispirazione formando con questa un’unità inscindibile e decifrata in questa dimensione dall’agire coerente (appunto l’esercizio interiore della Pietas) assonante alla somma dei ritmi che regolano i cicli (minori e maggiori) connessi alla formazione e conseguente trasformazione della realtà interamente manifestata nel suo piano “evidente” quanto “sottile”.

Non a caso primo intendimento della cosiddetta “innovazione” è stato quello di sovvertire innanzitutto i ritmi vitali, palesandosi per questo come un inganno, una perfetta menzogna che oggi degrada l’identità ad insignificante dato statistico.

 



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