lunedì 31 ottobre 2016

poiéin



Nel mondo antico, un particolare tipo di fervore spirituale elevò l’uomo attraverso l’estasi poetica. Particolare estrinsecazione di stupore o meraviglia, temperata da un solido senso concreto del “fare per realizzare”, che è appunto la “poiéin” = “comporre” “fare”.
Nell’hylé: “materia prima o primordiale”, fu individuata l’azione di una remota fluttuazione sensibile per mezzo della quale i diversi significati trovano reciproca interconnessione, rivelando alla nostra coscienza l’esistenza di un accordo interiore naturale riportato nella meraviglia per la cosa creata.
La sacra quercia dodonea, da cui non a caso fu ricavato lo scafo degli Argonauti, emblematizza tale misteriosa qualità “lirica” per la quale il legno muto si faceva vaticinante di responsi oracolari, comunicati mediante un’ineffabile melodia che trova l’eco maggiormente profonda nell’intonazione di Orfeo: il Rivelatore per eccellenza, il sommo valorizzatore dell’occasione segreta dell’animo, per la quale la realtà intera perviene al suo massimo significato; costituito appunto dall’illuminazione poetica.
A questo stesso significato si riconduce il ramo aureo virgiliano, anch’esso estensione dell’hylé primordiale che Enea deve svellere con le sole mani e a che riesce a trovare, rettificando il proprio smarrimento nell’intricata selva-hylé, unicamente attraverso l’ispirazione oracolare. Ugualmente tramandano i miti nordici della fondazione del Cosmo, come Odino, il cui nome significa “veggente”, sia la divinità “menomata” che realizza l’orientamento all’interno di più dimensioni cosmiche unicamente attraverso una follia propriamente luminosa.

Odino è appeso all'albero cosmico della conoscenza, lo Yggdrasill, un frassino, anch’esso dunque estensione dell’Hyle primordiale, che è supporto emotivo – il supporto attraverso cui l’emozione educa e corregge se stessa trascendendo la sua natura ordinaria – di una “combustione lirica” che ristruttura, ri-ordina, l’articolata manifestazione universale che altrimenti rimarrebbe profondamente spenta in se stessa. E’ il fervore ispirativo dell’animo chiaroveggente, positivamente entusiasmato dalla contemplazione estatica del tutto, dunque, di un animo perfettamente orientato all’interno di se stesso nella finalità di dirigersi oltre se stesso, percorrendo gli infiniti mondi interiori nell’incessante ricerca dell’abissale fondamento del divenire.
A nessun altro riferimento confluisce la struttura etica dei grandi poemi dell’antichità, totalmente pervasi di una misteriosa apprensione di riscatto, permeati di una dolorosa quanto ancestrale “mancanza” da cui origina l’idea stessa di “fatica iniziatica”.


Su questa qualità ardente dell’animo l’uomo centra la propria identità, non altrimenti.
Qui solo possiamo ottenere il maggior significato della nostra esistenza, sebbene possa sembrare massimamente ridotta solo in tali riferimenti troviamo il fondamento dell’assurdo, il “sacro assurdo” che ci anima e che l’avvilentissimo pensiero moderno intende disperdere, deformare, mortificare, imbustandoci tutti all’interno di una soffocante e contaminata realtà preconfezionata che è nemica dell’autentico ordine. L’ordine è solo sovrasensibile altrimenti non è ordine ma solo una deleteria forma di necrofilia istituzionalizzata.

 

mercoledì 26 ottobre 2016

Quale felicità



Nella manifestazione della coscienza, nella consapevolezza di essere qui e ora risiederebbe il cardine attorno cui ruota il mistero della vita.

L’enigma remoto della Sfinge, l’arcano sorriso scolpito sui visi delle statue mediterranee arcaiche e che più discretamente riaffiora ineffabile sul volto stesso della Gioconda leonardesca, non rappresentano forse il felice invito ad una serena percezione dell’ignoto che da ogni parte sovrasta l’uomo? Un invito rivolto “fuori dal tempo” ma attinente ad ogni tempo, affinché ognuno possa realizzare l’auspicabile risveglio interiore? 

E’ evidente come nella persona il significato di poter realizzare la condizione “Felice” di certo non costituisce una vaga aspirazione meramente astratta, prevalentemente legata a labilissime circostanze fortuite, così come la “felicità” non riguarda affatto il feroce ottimismo meramente propagandistico, e nemmeno l’asfissiante contentezza esteriore che caratterizza i riti profani della corsa ai consumi.
La Felicità non riguarda nemmeno quell’inequivocabile sintomo d'artefatta leggerezza di cui si aureola uno scialbo misticismo che è proprio della new-age così come dell’ultimo cattolicesimo.

Pico della Mirandola, nell'introduzione al suo trattato sulla Dignità dell'uomo scrivendo il termine "Felice", asserisce, peraltro molto significativamente, che solo le Arti portano all'uomo la cognizione maggiormente prossima alla Felicità, intendendo così riportare la mente all’originaria qualità del termine “Felice”. Felice nel mondo latino era chi aveva acquisito/conquistato la più alta Conoscenza mediante l’iniziazione ai Sacri Misteri, qualificandosi appunto come “Felix”: “Felix qui potuit rerum cognoscere causas”, che pressappoco significa: felice colui che ha potuto penetrare nell’essenza delle cose. (Virgilio, Georgiche, lI, 489).

Qualificando come “Felice” una persona, s’intende alludere alla sua presa di coscienza maggiormente profonda, alla sua partecipazione attiva/contemplativa della vita. Il “Felix”, realizzerebbe un’inconsueta condizione di difficile levità interiore, un’insolita commistione di gravezza e soavità, che, come notò il controverso Ciro Formisano, all’apparenza sembra non rendere esteriormente contento chi la realizza.

Non può esservi risveglio della Vir (virilità) senza il risveglio della sincera  compassione (la compassione non è torbido pietismo) congiunta alla devozione autentica, compresa essere come "Ascesi" = "esercizio" segreto costante, sostegno dell'autentica virilità: che è forza intuitiva, volontà ispirata dalla ragione poetica.

Per tal motivo pochi uomini odierni sono realmente virili anche se esteriormente muscolosi o assolutamente determinati nel perseguire i propri interessi, ugualmente si dimostrano assolutamente svirilizzati nell’intimo poiché solo nella ritrovata vitalità dell’animo (ridestato dalle tenebre dell’età presente) il pensiero può farsi “luminescente”, accrescere la sua essenza nella pura meditazione riflessa in azioni sempre più consapevoli, quali rifrazioni o riverberi dell’eterno divino da cui scaturisce la sorgente dell'essere.




Questo per esempio è lo stesso significato della bellissima pittura funeraria nota come il Tuffatore di Paestum, emblema figurato dell’effettivo salto/passaggio tra differenti dimensioni compiuto da un animo preparato, predisposto già in questa vita terrena all'attraversamento dell’inesplicabile fiume allegorico separante la riva dei vivi da quella dei morti.

Fortuita commistione di Vigoria e assoluta fugacità, misterioso connubio di grandezza perennemente avvinta all’infermità: questo è l’uomo esteriore e di ciò sorride il Nume.



Annotava la studiosa Domizia Lanzetta:

“In molti dipinti sono raffigurati uomini e donne che, dall'alto di un qualcosa, si gettano fra le onde. Queste immagini le troviamo tra le rovine di antichi templi o in tombe vetuste, come nella Tomba del Tuffatore a Paestum o nella Basilica neo-pitagorica di Porta Maggiore a Roma. In quest'ultima, una giovane donna spinta da un Erote in un abisso marino. Ad attenderla c'è una arcana divinità acquatica che regge un lungo velo tra le mani. A Paestum, invece, un giovane dall'alto di una colonna si lancia in un azzurro spumeggiante mare. opinione comune che la scena alluda all'entrata del defunto nel mondo invisibile.

Che, per i Greci, il tuffo nell'acqua fosse allegoria del momento di transizione da una ad un'altra dimensione, ce lo testimonia la vicenda di Tespesio di Soli. Narra Plutarco che costui, deceduto a causa di un incidente, dopo tre giorni si risvegli, proprio durante i funerali. Agli amici e parenti che gli si erano raccolti intorno, racconta che, nel momento del trapasso, aveva avuto una sensazione simile a quella che si ha quando ci si tuffa nell'acqua da una barca; dopo di che si era ritrovato in un mondo diverso, caratterizzato da un intreccio di immagini simboliche, come avviene nel corso di una iniziazione misterica.

Tornando al giovane di Paestum, esso ci appare nudo e nell'atto di lanciarsi dall'alto di tre colonne misteriose, ai piedi delle quali ribolle la luminosità azzurrina di un enigmatico mare. Tre colonne, che ci trasmettono l'idea di un tempio o quella di un recinto sacro. Tre colonne delle quali il giovane ha dovuto raggiungere la cima, per compiere la sua palingenesi. E di questa ci invia l'idea, servendosi della immagine di un vertiginoso tuffo.

Nel tredicesimo libro delle Metamorfosi, Ovidio ci propone lo strano mito di Glauco il Pescatore. Si tratta di un mito intriso di tutte le suggestioni e le malie di una dimensione ulteriore, unite al mistero indicibile di una trasumanazione. Quanto al dato geografico dove la vicenda sarebbe avvenuta, serve solamente ad indicare il luogo in cui il personaggio riceve il maggior culto e la più sentita venerazione.

Quanto al tempo, nel quale il fatto si sarebbe verificato, non possiamo che ripetere quel che Saturnino Salustio gli disse: "Ma queste cose non avvennero in nessun tempo, avvengono sempre".

 

 

lunedì 24 ottobre 2016

Fondamenti




La vita, il suo mistero essenziale, approderebbe in questa terra dopo aver navigato attraverso un oceano di tenebre. Da tempo immemore qui la “scintilla “ è impastata al fango, addensata, diversificata in molteplici contrasti chiaroscurali che nel tempo attuale culminano nell’aspettativa puramente apocalittica.

Nel centro dell’uomo, oltre ogni possibile manomissione egli abbia potuto subire o sperimentare, oscilla invisibilmente la sua qualità sensibile, più o meno “opacizzata” e che può essere definita come il primo “magnete” rinsaldante l’animo al motivo maggiormente eclissato della consapevolezza.

L’essenza della consapevolezza, dunque, consisterebbe nella facoltà d’intuire l’esistenza di una memoria pre-universale che è assolutamente coincidente con la prefigurazione stessa della morte fisica (intesa come culmine e perfezionamento del percorso esistenziale) e, pertanto, all’idea di “destino”, per la quale a un dato momento dell’antichità preistorica si resero necessarie le iniziazioni ai Sacri Misteri perdurati fino all’età Classica.

L’esigenza pressante fu quella dettata dalla necessità di purificare l’intuizione, di tergere l’enigmatica "lente interiore" che fin dai primordi inesplorati della vita cosciente predispone l’animo ad accogliere i raggi del sole fin dentro le profondità cardiache del corpo fisico e, ugualmente, di averli potuti riflettere sulle pareti preistoriche di caverne-tempio per mezzo di semplici segni infinitamente enigmatici, che preordinarono nell'uomo le molteplici differenziazioni degli stati di coscienza; elevata solo per mezzo dell’ispirazione detta “profetica”.

In età a noi più prossime, memorabili furono i Misteri eleusini, chiamati anche “epopti”, termine derivante da una radice greca che significa “vedere”, alludendo con ciò alla visione emblematica di una comprensione ulteriore che fu definita anche come “seconda nascita”: la reminiscenza propriamente estatico-veggente o anche “ideazione suprema” di una vita posta oltre la vitalità fisica ordinariamente intesa e considerata da tutte le culture tradizionali come la maggiore delle conoscenze possibili.

L’uomo arcaico, crediamo affatto rozzo ma bensì supremamente “ingenuo” e maggiormente centrato dell’attuale: esistenzialmente bilanciato da una “solidità onirica” del tutto ignota al nevrotico uomo contemporaneo, consacrava puntualmente la forza, la salute così come la malattia, ad invisibili centri di potere. Lui comprese (non credeva) che da tali “invisibili centri” scaturiva la vitalità e la coscienza che animavano il tutto e dove ogni possibile manifestazione sensibile rintraccia il suo principio seminale.

La convinzione è che ogni atto e pensiero realizzano un’eco inudibile ma ugualmente risonante nel dominio maggiore da cui scaturisce la totalità della vita, dunque, ogni atto o pensiero rimandano necessariamente ad un significato maggiore, tanto nel bene quanto nel male, realizzando un’incisione sovrasensibile in quel fondo cangiante che è l’alveolo stesso in cui scorre il flusso del tempo.

Destino, Fato o Provvidenza, altro non sarebbero che le impalpabili emanazioni, i “germogli scintillanti” di tale predeterminazione universale che ha reso il Cosmo così intimamente partecipe di se stesso.

L’alchimia, dunque, si relaziona alla Tradizione come un ramo si dirama dal tronco. L’alchimia costituisce la metamorfosi operativa degli antichi misteri, la sostanza simbolica di ciò che la Tradizione alchemica identifica con l’Uovo Filosofico, consiste nell’incubazione interiore (elaborazione a perfezione) di tale nucleo propriamente "ispirativo", che, di fatto, costituirebbe il calore necessario e insostituibile affinché possa compiersi la schiusa allegorica del prodigio metafisico internato nei misteri dell’essere cosciente. Qui l’interiorità dilata la percezione ben oltre le proporzioni del Cosmo esteriore.

In tale superamento, propriamente definibile come effettivo “attraversamento dimensionale”, è realizzato il senso ultimo di ogni apocalisse - rivelazione finale per eccellenza - connessa al definitivo svolgimento di un Ciclo cosmico e, pertanto, della stessa apocatastasi - restaurazione ultima - intesa come promessa garantita (aspettazione che diviene certezza) della resurrezione nello spirito.

La cosiddetta “integralità ermetica” della persona fonda nell’ispirazione, e solo attraverso questa l’essere poté intuire se stesso. L’ispirazione o anche “suprema intuizione” testimonia la schiusa interna alla coscienza di un “seme lirico” da cui fiorisce l’intero universo. Lo spirito preesisterebbe a questo metaforico seme intuitivo che costituisce la sua unica possibilità d’ingresso, la sua unica possibilità d’irruzione nel dominio di una materia altrimenti sorda e indifferenziata. L’intuizione o ispirazione realizzerebbe l’unico presupposto della Memoria autentica, da cui può germogliare la Dignità, intesa come la Grazia e la Fermezza proprie alla nobiltà dell’animo e senza le quali la persona si relega alla condizione di una schiavitù e miseria infinita; indipendentemente che siano le circostanze esteriori che arrivano a sostenerne la presenza.

martedì 18 ottobre 2016

esortazione



L’uomo è calato nell’agone della vita per prendere parte, volente o nolente, ad una contesa invisibile: la Piscomachia, che è la guerra interiore tra le qualità vitali ascendenti ricolleganti la coscienza alla dimensione divina e quelle propriamente infere. Queste ultime a tutti gli effetti, sembrerebbero disporre l’attuale declino programmato dell’identità umana.
Ricercare la purificazione dell’essere è un atto disinteressato, e che non puòessere completamente impedito dalla contaminazione trasversale irradiata sull’epoca.
Davvero non sembrerebbero più riguardarci le astruse allegorie alchemiche descritte nei trattati tardomedievali, la cui combinazione è variamente perdurata fino agli albori dell’Età dei Lumi. La nostra lente riflessiva è deteriorata dalla fredda e fosforescente standardizzazione “pop”.
Il “diapason interiore” s’è deformato per aver subito una pressione inaudita, tanto ideologica che fisica, contraddistinta dall’attuale aggressione elettrochimica e magnetica irradiata sull’ecosistema, i cui equilibri millenari sono stati sovvertiti nell’arco di appena settant’anni.
L’intima assonanza con il luogo che viviamo (Genius Loci) che ancora poteva percepire un Goethe al tempo del suo viaggio in Italia, è definitivamente dispersa nella società dei consumi massificati. Sussistono certamente alcuni frammenti residuali della “partitura originaria” cui possiamo ancora pervenire ma, ad ogni modo, la modulazione è deteriorata. Su ogni cosa incombe sempre di più lo spettro di una contaminazione generale. Assistiamo e facciamo parte di un’oscura celebrazione del degrado, di una disarmonia trasversale rinviata nelle forme quanto nelle frequenze vitali e riflessa in modo sempre più evidente nella psiche dell’uomo contemporaneo. Tale stato di crisi planetaria assolverebbe, di fatto, anche ad un’insondabile necessità dei tempi.
La prefigurazione del Cristo, il suo profondo senso allegorico, concernerebbe esclusivamente il deciso invito rivolto ad ognuno di realizzare intimamente il significato profetico congiunto all’ultimo segmento del Ciclo attuale. Profezia essenzialmente significa tradurre l’accezione emblematica che vincola la propria epoca al Ciclo cosmico in cui è situata, dunque, all’individuazione certa dei “segni” che scandiscono le fasi di rinnovamento del proprio tempo. Prendere atto innanzitutto del proprio intorpidimento interiore, di ciò che efficacemente è stato definito come “il sonno verticale dell’essere”, profondamente grati per il tenue raggio di sublimazione interiore che può ancora pervaderci.
Siamo anche i lavoratori evangelici dell’ultima ora/Era, (Matteo 20,1-16) coloro che “arano il campo” nell’ultimissima frazione del giorno metaforico. Benché  offuscati dall’ottenebramento quotidiano l’aspirazione consiste nella ritrovata fiducia di poter pervenire nuovamente alle sorgenti auree dell’essere, “attingendovi nostalgicamente”, seppur con differenti e ridotte modalità di come potevano fare un tempo, ma in ogni caso giungervi una volta ancora prima che abbia termine l’Età attuale.



lunedì 17 ottobre 2016

(in)attualità del Cristo






Generato nel grembo dell’Eone, il Figlio dell’uomo, il Cristo, personificazione della coscienza rinsaldata al principio trascendente, rivitalizza emblematicamente il senso della nostra presenza a questa vita.
Per noi non vi sarebbe affatto redenzione da una colpa ancestrale, quanto piuttosto una necessaria correzione dall’ inevitabile “caduta mortale”, occorsa alla nostra identità più recondita; finita come “intrappolata” nel giro delle Ere. 

Siamo partecipi di un ineffabile “gioco cosmico”, ugualmente subiamo il giogo cui ci assoggetta la realtà universale e della quale l'uomo costituisce l’esemplare simbolo vivente: enigma fenomenico, in cui è sedimentata l’impronta, la traccia o testimonianza indelebile, di una intuizione trascendente. Cio' riguarda anche la circostanza di una contraddizione sublime e assieme atroce, che e' interna allo stesso universo.
 
L’allegoria personificata dal Cristo, incarnando l’avvenimento profetico per eccellenza, si colloca in un preciso momento del giro precessionale, che astronomicamente e astrologicamente segna l’avvicendamento di due Età e, congiuntamente ad esse, individua anche l’avviamento della fase più critica del Ciclo attuale, propriamente definito come “Eta' oscura”, (Kali-yuga) attraverso la quale il flusso del tempo pare accelerare, tanto da sembrare trascinare ogni cosa e valore in una precipitazione massimamente scomposta, dove tutto si sovrappone indistintamente, divenendo fondo smarrimento d’ogni significato.

Il Cristo, situando la propria Ri-velazione nel punto d’intersecazione di tali “correnti” cosmiche, si pone come l’effettivo Restauratore della condizione originaria dell’uomo prima del suo ottenebramento interiore. 

Cristo, non volendo qui tener conto delle assolute contraffazioni dottrinarie compiute dalla Grande Chiesa, è innanzitutto Colui che nel tempo d’avvio di una grave crisi epocale ristruttura e conferisce “nuovo” valore alla dimensione tragica ed eroica del Cosmo, dunque, alla dimensione creativa; assegnando a tali accezioni il loro insostituibile ruolo cardine su cui s'innesta l’apertura della dimensione trascendente.

La necessità è quella d’intendere l’esistenza come effettivo percorso iniziatico, dove la discesa dell’uomo nella dimensione attuale costituisce una circostanza propriamente fatale ed è qui, nel cosmo, incardinandosi nel giro delle Ere, appunto, che si avvia la dimensione puramente tragica ed eroica dell’esistenza. 

Una consapevolezza pienamente dolorosa e insieme “felice” innestata nello svolgimento di Cicli difficilmente misurabili, dove, nei passaggi maggiormente critici, (come quello attuale) l’anelito al Divino è letteralmente sospeso sul baratro di un vortice dissolvente o abisso di non senso, che può essere oltrepassato esclusivamente dal nostro saper evocare e conseguentemente convertire l’incommensurabile tensione “nostalgica” a noi preesistente; preesistente alla formazione stessa degli ammassi stellari.
Compito della coscienza opacizzata e' di provare a rimuovere da se stessa le tenaci sedimentazioni dell’inganno ancestrale, rivelato con la nostra immediata predisposizione a identificarci nella sola maschera terrena qui occasionalmente indossata.

La Rivelazione Cristica, pertanto, riguarderebbe l’effettiva restaurazione del principio puramente creativo operante nella piena realtà universale: è dunque la sostanza ideale di una ri-attivazione nella coscienza del Primordio Luminoso dell’essere, per il quale ogni definizione è inadeguata. 

E’ un'identità immanente, che di fatto non ha una definita identità.
L'identita' divina,manifestandosi alla realtà dell’animo limpida e assieme “furiosa” non puo' ricondursi ad una definizione ordinariamente intellettuale. Lo spirito si rivela risoluto nella sua spontanea avversione verso ogni principio che tenta di contraffarne l’identità (gli esempi di cio' sono offerti in svariati passi dell'allegoria evangelica)
La tensione primordiale, allegoricamente “condensata” nella figura del Cristo, la Sua “infinità nostalgica” ( presupposto sensibile della robusta compassione) si rivela come principio eminentemente attivo e determinato, scaturito ben oltre gli argini stabiliti dal tempo. 
La coscienza cristica sopravanza infinitamente l’oblio in cui periodicamente si riversano gli Eoni; ed appunto da tale voragine o vuoto che la sua eminente commozione-stupore ri-sorge.
In tale significato, puramente Apocalittico, (la Rivelazione per eccellenza) il male stesso trova la propria collocazione e noi, attraverso il “risveglio”, possiamo individuarlo e riconoscerlo, comprendere il valore stesso del resistervi, di andarvi contro privi di completo smarrimento; sciogliendo progressivamente l’animo da molteplici vincoli meschini, dagli aspetti più inautentici e perciò più cupi che guidano la nostra percezione del divenire. 
Unicamente attraverso questo intimo rigetto di ciò che opacizza, ottenebra nella coscienza la sua qualità “lirica” (empatia) che possiamo ottenere piena consapevolezza del nostro destino di Redenzione.
La disarticolazione dell’uomo moderno, la progressiva rimozione della sua vocazione naturale, lo ha impoverito di fierezza riducendolo sempre più ad una sorta di tristissimo “costruito vivente” dell’organismo industriale*. 
Tale sfacelo fonda proprio dalla dimenticanza del dirompente messaggio originario del Cristo, impoverito dai preventivi filtri teologali che attraverso secoli di graduali “aggiustamenti” dottrinari ne hanno assolutamente deformato l’autentico significato di totale emancipazione dell’essere, di fatto, inconciliabile con la struttura del potere secolare stesso, per il quale fu necessario inserire la frase evangelica canonizzata del “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”.
Finalità evidente dell’autorità teologale è quella di aver alimentato, in quasi due millenni, un’eggregora assolutamente equivoca, consolidando il recinto atto a contenere lo spaurito e sottomesso “gregge civile” sempre pronto da tosare e macellare, questo si “ab infinitum”.
*In questo aver destituito la natura di realtà animica autonoma, di aver decretato la “creazione” come subordinata all’Adamo, l’aver radiato o meglio letteralmente “raschiato” via dai luoghi naturali le molteplici essenze gentili proprie alla Religione Avita e che fino a un dato momento storico hanno sembrato garantire l’equilibrio tra lo scambio vicendevole dell'uomo con l'ambiente, il dogma cattolico sembra davvero aver prefigurato con la sua estrema intransigenza, assolutamente sanguinaria, la completa disumanizzazione poi avvenuta con l’avvento definitivo della realtà industriale, la quale ha letteralmente assorbito nella nuova autorità del “dogma scientista” quello religioso che le preesisteva; questo perché l’essenza di entrambi scaturirebbe dalla medesima potenza Arcontica.
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martedì 11 ottobre 2016

Nigredo


“ Sembrava che quel mondo che veniva edificato davanti ai miei occhi opprimesse l’elemento più vitale dentro di me.

Una repulsione la mia, che si estendeva a molte cose. Detestavo la plastica, la pubblicità, la gomma da masticare, poi provavo fastidio per certi parametri di nylon e per il maglione divenuto la divisa ordinaria degli uomini di Chiesa.”

(Maurice Bardèche)




Il Pathos è inteso come massima qualità tragica della coscienza, dunque come il primo motivo del nostro possibile innalzamento a stati maggiormente consapevoli. Il Pathos, il valore tragico, è tale solo quando permeato, temperato, di tre presupposti sensibili costituiti dalla Compassione, la Melanconia e la Nostalgia.
L’alchimista modesto che possiamo personificare è innanzitutto la figura di un individuo intimamente patetico. L’alchimia prima di ogni altra circostanza scaturisce dalla profonda nostalgia della perduta pienezza dell’essere. La Melanconia è situata agli antipodi della tristezza. La tristezza è un tipo di afflizione “sorda” e costituisce la sostanza di un intima sconfitta, la melanconia, al contrario, è ordita del puro senso della reminiscenza e riguarda la memoria atavica della perduta "patria celeste". La tristezza pertanto reca in sé il grave peso dell’irreparabilità, mentre invece la melanconia è sottilmente intessuta di speranza. L’impercettibile alchimista post-moderno non potrà essere il dolente epigono di un Paracelso o di un Goethe, questo perché l’ambiente naturale non costituisce più il supporto genuino e integrale da cui distillare le molteplici fasi dell’Opera. La cosiddetta Grande Opera oggi è sostituita da una sovrana contraffazione in cui sono stati completamente ribaltati i significati dello Spirito. In questa società il senso della pura nostalgia, che animò la medesima cerca graalica, è deformato in una sorta di rimpianto egoico solo volgare. La pura Nostalgia è una qualità attiva e impersonale, dunque, è pura determinazione e possibile dimostrazione della vitalità dell’animo pervaso di sete spirituale, che è l’implacabile sete d’infinito e trasporta la coscienza alla ricerca delle Fonti Segrete dell’Essere.  La nostalgia rimpiange la natura inconoscibile dell'essere prima dell’incarceramento decretato in questa dimensione, che vincola ognuno alla tirannia imposta dalla necessità materiale e dalle aspettative esistenziali ordinate dai volgari capricci dell’ego.
La moderna distorsione del principio nostalgico costituisce la base di una miseria di proporzioni epocali e riguarda una nuova identità umana assolutamente caricaturale, mai soddisfatta delle proprie fisime e prevalentemente ricolma d’infelici rimpianti che riguardano episodi limitati alla sola storia personale. Una personalità sostanzialmente schiava dell'inganno legato alla transitorietà effimera della propria manifestazione esteriore.
Il principio fondamentale dell’Opera alchemica è quello di “denudare” l’entità fisica della sua prima identificazione all’ego volgare, svincolarla da ciò che appesantisce la psiche e che “addensa” l’ombra interiore, affinché il "predicato celeste” possa emergere alla coscienza tracciando l’effettiva direzione trascendente.
Per mezzo di questa traccia splendente, evocata in noi stessi, la gravità stessa inizia a diversificare il proprio fondamento già in questa dimensione, appunto il “solvi et coagula”, principio che avviene in ogni istante della nostra esistenza: innalza per poi riaddensare nella sorda gravità di te stesso la quintessenza che evapora dal continuo esercizio di una dissimulata macerazione interiore.
L’impresa ermetica, la prima fase del lavoro interiore contraddistinto dalla celeberrima “nerezza”, la decomposizione liturgicamente nota come “nigredo”: originario stadio iniziale della materia posta in elaborazione enigmatica, dove si realizza attraverso una beata e sofferta putrefazione simbolica quel prodigioso “fermento” atto a rinnovare la componente “sottile” della materia stessa, oggi è “risucchiata” dal vuoto morale stabilito nel nuovo laboratorio a cielo aperto di cui noi, l’umanità tutta, è cavia accuratamente selezionata. 
In questa prima fase assai delicata, i fermenti vitali posti in metaforico disfacimento nell’alambicco interiore dell’animo subiscono una preventiva sterilizzazione di significato; ciò che per primo si inaridisce tra i “nuovi contenuti” standardizzati è l’incanto. Le nostre intime tensioni sono immancabilmente circonfuse di una sorta di nera fosforescenza determinata dall’assetto industriale e dalla sua massiva contaminazione, ma non tutto è perduto. 
Il calore stesso del sole è soprattutto emblema del “fuoco filosofico” che trae energia dall'inconcepibile vuoto ancestrale e dal quale scaturisce la nostra stessa coscienza.
Una luminosità vitale oggi chimicamente offuscata, la cui intelligenza primordiale ancora può forare la membrana sintetica che ne confonde lo splendore.

 




giovedì 6 ottobre 2016

GNÔTHI SAUTÒN







Sul Tempio di Delfi è impressa la frase “Conosci te stesso”.
Non affermarono il “credi in te stesso” o “ abbi fede”, ma “conosci te stesso”.

Il conoscere prevede che la persona indirizzi la propria attenzione su un determinato agire, estremamente accorto e massimamente paziente e che è volto a ri-muovere da sé le molteplici scorie e sedimentazioni che l’attuale flusso (Età oscura – Kali-yuga) da millenni sedimenta nel fondo delle coscienze.

E’ nel “Conosci te stesso” che ricaviamo il maggior senso della celeberrima discesa interiore, poiché soltanto nelle vastissime profondità interiori possiamo rinvenire la nostra unica e autentica medicina.

Non interiorizzando tale aspirazione, puramente primordiale, non può esservi autentica dignità, intesa come basamento e presupposto d’estensione sensibile del proprio fare. Senza tale riferimento l’uomo si condanna a svanire a se stesso, degradando le proprie aspirazioni in miseri stati apprensivi che aggiogano ad un vuoto dinamismo solo esteriore; ad una frenesia disarticolata, che è parodia dell’autentico vigore congiunto agli stati migliori e maggiormente “felici” dell’essere.

Come scrisse un eccelso umanista e storico, il fatto che molti in epoche passate abbiano già intrapreso questo percorso di conoscenza, peraltro in età storiche maggiormente predisposte ad elevare determinate facoltà ispirative, il loro operato, i loro sforzi non esauriscono affatto il senso della ricerca. Le loro opere e gesta non ci affrancano dal compito di tentare a nostra volta l’impresa, anzi, nulla è desueto in quest’ordine di riferimento, non siamo esentati dalla fatica. Una fatica che si definisce propriamente e santamente “ermetica”, per intraprendere quel cammino “sub specie interioritas”, per il quale il significato dell'esistenza si riannoda con ciò che di maggiormente elevato le preesiste.

L’impresa non può esser definitiva per una volta sola, ogni epoca lascia intravedere la prospettiva di una realizzazione spirituale che è sempre mutevole e mai raggiunta.

Ogni età invita alla "cerca graalica" e gli appigli alla salita sono costituiti da supporti apparentemente insignificanti.

mercoledì 5 ottobre 2016

Archeologia interiore




 
Siamo, nostro malgrado, filosofi senza sapienza, i figli degeneri dell’ultimo Eone che è coda di un Età propriamente oscura, di tutte la più oscura.

La ricerca esistenziale in ogni caso riguarda una definita pratica quotidiana essenzialmente introspettiva e affatto disgiunta dal senso maggiormente concreto dell'esistenza. Il Principio primordiale internato in ogni coscienza incarnata, ma non da ciascuna valorizzato, riguarda una luminosa determinazione che è appunto riconosciuta come l'Arché, ossia, il Fondamento trascendente dell’essere: la sua parte maggiormente remota.

Anima è etimologicamente connessa all'aria, vento (anemos) e all’aurora, pertanto, anima è parte rilevante del fondamento aurorale dell’essere nonché pretesto di un “equivoco” ancestrale che realizza il connubio tra spirito e materia, l’enigma magmatico dell’Uomo Vivente.

La consapevolezza autentica è sempre “alata”, elevata sulle contingenze determinate dall’impellente necessità materiale, seppur attualmente la coscienza sia foderata di piombo, può comunque ravvivarsi in noi stessi un barlume intuitivo. L’intuizione dell’eminente verità insita nella Pietas, compresa essere come l’accettazione serena della sorte, così come dell’inganno sostanziale che riveste ogni identificazione nel solo ego e dell’importanza di accrescere un’attenzione riverente verso ciò che abitualmente si definisce come ordinaria quotidianità; orientandosi verso un agire coerente, felicemente disciplinato, che spontaneamente rispetta la bellezza minima delle cose semplici.

I presupposti etici rimangono completamente estranei da una spaurita sottomissione all'ignoto.

La coscienza opacizzata si rende conto dello sproporzionato svantaggio in cui l’hanno costretta oggi molteplici contingenze avverse, ma in ogni caso la finalità di ognuno dovrebbe essere la ricerca della propria autonomia spirituale. Questo riguarda l’esercizio di una costruzione interiore quotidiana, istante dopo istante, centrandosi il più possibile sull’attimo presente.

E’ una disciplinata "follia luminosa", (massimamente felice chi può realizzarla) attraverso la quale tentare di operare l’inesprimibile trasmutazione o ri-volgimento, inteso come intima trasfigurazione.

In tal senso l’agire devoto è rinsaldato al medesimo “stupore e furore” della primitiva rivelazione originaria, per la quale l’Uomo centra se stesso e ugualmente “canta” attraverso l’istante la propria corrispondenza cosmica, il proprio divenire cosciente, nella finalità d'oltrepassare infinitamente il condizionamento obbligato alla mera necessità imposto dal tornio materiale su cui siamo plasmati.

Questo superamento che si qualifica come metafisico è inesprimibile ma ugualmente percepibile.

La nostra memoria può intuire in quale dimensione, propriamente aurea, confluirono la somma delle intime tensioni e conseguenti applicazioni di tutti coloro che in ogni epoca vissero essenzialmente per il bene, ognuno secondo i suoi limiti e possibilità, innestandosi per questo nel significato più autentico dell’idea di Tradizione.

L’idea di Tradizione è inseparabile dall’idea stessa dell’ispirazione formando con questa un’unità inscindibile e decifrata in questa dimensione dall’agire coerente (appunto l’esercizio interiore della Pietas) assonante alla somma dei ritmi che regolano i cicli (minori e maggiori) connessi alla formazione e conseguente trasformazione della realtà interamente manifestata nel suo piano “evidente” quanto “sottile”.

Non a caso primo intendimento della cosiddetta “innovazione” è stato quello di sovvertire innanzitutto i ritmi vitali, palesandosi per questo come un inganno, una perfetta menzogna che oggi degrada l’identità ad insignificante dato statistico.