mercoledì 3 febbraio 2016

nostra ultima odissea









Anticamente erano i “non – iniziati” coloro i quali era manifesta l’assenza di luce interiore. La non – conoscenza, che in ambito tradizionale  e orientale viene espressa col termine Avidya, l’ignoranza (radice stessa di avidità).
L’insegnamento, definito appunto come tradizionale, fu un preciso invito a deporre la propria passività dinanzi alle abitudini intorpidenti, quali elementi di forte ostruzione alla consapevolezza iniziatica. La consapevolezza è consapevolezza della propria libertà, ovvero, la massima amplificazione della prerogativa solo umana di poter trovare pienezza esistenziale attraverso la dimensione transuente. Il piano caduco della manifestazione occasionale offerto dalla materia, in cui si snoda la nostra apparizione e dove si riflette, come in uno specchio d’acqua, la maschera che siamo, costituirebbe, di fatto, l’indizio di una realtà o di più realtà maggiormente profonde e per questo insondabili ad una coscienza progressivamente ottenebrata dal peso dei sensi fisici.  
“Ma tu allontana l’intuito da questa via di ricerca e l’abitudine frutto di molta esperienza non ti costringa a muovere per questa via un occhio che non vede e un orecchio che rimbomba…” (Parmenide: Frammento 7 A).
“Conoscerai la natura dell’Etere e tutti gli astri che sono in esso, e le opere non visibili della pura lampada del Sole rifulgente e la loro origine, e apprenderai le opere della Luna errante, dall’occhio rotondo e la sua natura, e conoscerai anche il cielo sta attorno…” (Frammento 10 A).
Qui l’invito è a estrarre da sé la comprensione, propriamente veggente, attraverso l’educazione della propria sensibilità sensitiva sicuramente evocata da uno stato di crisi che relaziona l’uomo posto di fronte all’ignoto.
L’ignoto è in noi, si potrebbe affermare atomicamente addensato nell’indefinito vuoto in cui “abita” la coscienza e perciò, infinitamente riflesso nelle stesse lontananze siderali.
L’invito che Parmenide rivolse agli eletti del suo tempo davvero sembrerebbe non potersi estendere oltre i confini stabiliti dalla data convenzionale del 2001 – data appunto, individuata sicuramente non a caso da Kubrick, come l’emblematico inizio dell’ultima e più assurda odissea intrapresa dall’uomo del presente Ciclo.   
L’uomo è incarnazione simbolica suprema e assieme infima, immagine proiettata dentro voragini di tenebra e altezze di massimo splendore. Non potrebbe esserci idea di coscienza senza la percezione stessa di un avvenuto oblio propriamente ultraterreno.
Lo smarrimento della propria identità affonda in lontananze temporali prediluviane, ed è appunto nella fatale dimenticanza che accade l’inganno della cosiddetta realtà: inganno o imbroglio culminato nel tempo presente. La presunzione tecnologica getta pieno discredito sul dramma della fragilità umana: fragilità che è tragedia cosmica. L’ignoto rivela connotati spettrali e mostruosi quando la nostra definizione esistenziale trova nuova dimensione o diluizione nell’ordinamento digitale.
Lo sviluppo della sola tecnica e ragione freddamente intese ridimensionano a misura infima le possibilità dell’attenzione cosciente, poiché sovrappongono alle qualità dell’applicazione e riflessione una concentrazione solo cervellotica che è fissazione sclerotizzata per dati di fatto privi di anima. Qui s’inaridisce la sensibilità profonda lasciando libero campo alla sola emotività, deleteria se stimolata e corrotta da molteplici condizionamenti più o meno subliminali.  
Non possono convivere incanto felice, realizzazione dell’Opera, (autentica) e impostazione solo razionale dell’esistenza, con ogni evidenza impoverita e corrosa dall’assetto industriale e ultratecnologico.
Qui prendiamo atto dell’ultimo enigma, del nostro letargo cosciente, dell’estremo pericolo di un ibridazione forzata tra organico e inorganico cui l’umanità intera è sottoposta. 
In un'invocazione ebbra d'assoluto, il grande mistico sunnita Jalàl ud-Dìn Rumi scrive:

“O Compagno mio, o mia Caverna, o Amore che il cuore mi divori!

Compagno tu sei, caverna tu sei, Signore! Proteggimi e guardami!”
Per esempio a cosa alluderebbe la diciottesima Sùrah del Corano, meglio conosciuta come Sùrah della Caverna (Sùrah al-Kahf) se non del riferimento ad una Sapienza dormiente occultata nelle profondità maggiormente recondite di ognuno di noi? Di una Conoscenza universale in grado di autosalvaguardarsi nei periodi di maggiore crisi per la civiltà e per la sopravvivenza della nostra identità spirituale?
Questa Sùrah è una delle più venerate dai musulmani e delle più frequentemente recitate nelle moschee durante la preghiera comunitaria del venerdì.
In essa vengono narrate tre vicende, in certo modo l'una all'altra conseguenti. In primo luogo, vi si troverà l'antica leggenda dei “ Settedormienti di Efeso”, una leggenda di origine cristiana ma che, santificata dall'autorità coranica, è entrata stabilmente a far parte della tradizione pia musulmana. Dopo una parentesi dedicata a riflessioni moraleggianti, è introdotta un'altra leggenda, questa volta di origine verosimilmente giudaica, riguardante un viaggio di Mosé verso il “Confluir dei Due Mari” e il suo incontro col misterioso personaggio di al-Khadir (il “Verde”).
Dove per due mari potrebbe intendersi la linea di confine stessa che sancisce l’attraversamento o passaggio di un Età in un'altra o avvicendamento di epoche (ciclo cosmico) in cui si travasa la stessa Conoscenza dell’anima.
Infine, si leggerà la celebrazione del viaggio di un altro singolare personaggio, l'Uomo dalle Due Corna, cui Dio ha affidato il compito di combattere e sconfiggere le malvage popolazioni di Gog e Magog.
Una complessa numerologia è sortita dai “309 anni” (la cui somma è 11) del versetto 25: “Rimasero nella Caverna trecento anni più nove”.

Poiché 309 è l'anagramma numerico del totale delle lettere iniziali isolate del Corano (cioè 903 45 ), così come del nome di Gesù che è lsà = 390.

Il sonno miracoloso può indicare l'unione di essenza a essenza che avviene appunto durante l'estasi mistica.
Una delle interpretazioni allegoriche più interessanti è quella contenuta nel Trattato XXXVIII sulla « Resurrezione » delle Epistole dei Fratelli detta Purità (Rasa'il Ikhwan as-Safà'). In esso si narra l'apologo di un re che ha sei figli, ognuno dei quali identificato con un pianeta e — traslatamente — con uno dei sei principali profeti riconosciuti dal Corano (e cioè: Adamo, Noè, Àbramo, Mosè, Gesù e Muhammad).
Tali nomi o principi sensibili potrebbero riguardare sei livelli costituitivi dell’essere posti dietro l’evidenza corporale della nostra configurazione esteriore. Sei sigilli aurei posti a protezione del mistero che è lo spirito e per il quale si comprende come la narrazione allegorica non possa non contenere tracce di evidente simbologia cosmologica e alchimica, che qui non sarebbe possibile dipanare esaurientemente, ma al di la dei molteplici riferimenti sapienziali si comprende ugualmente bene del perché proprio oggi assistiamo ad un perfetto ribaltamento valoriale dei simboli archetipici che sono appannaggio di ogni Tradizione Sacra. L’elité malevola dominante nel ribaltamento intende scardinare le fondamenta costitutive dell’essere e, con ogni evidenza, dal 2001 in poi, anno dopo anno, l’assalto allo scrigno vivente che è l’uomo sembra farsi sempre più feroce.  
I primi cinque figli del re, dopo aver compiuto imprese diverse, si addormentano di un sonno miracoloso che dovrebbe durare sino al dì del Giudizio. Il sesto figlio (Muhammad), identificato col pianeta Mercurio, ha un compito particolare. Ecco il racconto delle Epistole nell'epitome del noto studioso Alessandro Bausani: “ I Signori delle Stelle si riuniscono nella corte di Marte e ciascuno dei Pianeti (incluso Mercurio) conferisce parte delle sue qualità al futuro principe mercuriale.
All'alba il sàhib annushùr (principe resurrector) scende nel seno materno, vi rimane 40 giorni, viene allattato 20 giorni, cresce e somiglia molto al suo terzo fratello (gioviale) perché Mercurio è fratello di Giove... Il Padrelo fa sovrano di tutti i regni dei fratelli. Governa circa 30 giorni solari. Poi si ammala pel malocchio e rimane malato 1000 giorni lunari. Poi cambia casa, si rimette un po' e va a dormire con i suoi fratelli nella caverna di suo Padre. Giunta l'epoca della congiunzione, il Padre li chiamòe disse: Non è tempo che vi svegliate dal sonno della vostra trascuratezza?
La creazione dei 7 cicli in 6 giorni è finita e domani è il giornodella riunione... Allora i fratelli si svegliarono (e di loro si dice chesiano 7 (e l'8° è il Cane) dal loro sonno di 354 giorni solari e discussero su quanto tempo fossero rimasti nella caverna. Ma poi nascosero il loro segreto, perché ' non c'è conciliabolo di tre in cui Dio non sia il quarto, né di cinque in cui Dio non sia il sesto ' (cfr. Corano, Sùrah della Disputa, LVIII, 7)
Nonostante l'indubbio fascino di queste elucubrazioni, il Corano invita ad arrestarsi al fenomeno di fronte all'inconoscibilità dell'essenza; e l'invito è implicito in tutte quelle pagine del Libro Sacro che sottolineano nella onniscienza del principio sovrasensibile e nella sua provvidenza (o hiktnah') il fondamento stesso dell'ordine (nizàm] cosmologico.
In un capitolo della sua Risàlah, lo sceicco Abduh sembra prendere posizione per una metodologia fenomenologica ancora attualissima: la sua idea è che all'uomo sfugga tuttavia la sostanza assolutamente semplice, così che, pur avendone elaborato numerose leggi fisiche, agli scienziati sfugga, per esempio, “cosa” sia la luceper inciso, al centro di ricerche subatomiche del Cern, l’impressione sempre più evidente è che si lavori nella finalità di profanare tale essenziale mistero da sempre connesso alla vittoria del principio celeste sopra le potenze demoniache e tenebrose e conseguentemente al risveglio trionfale dello spirito.