giovedì 5 novembre 2015

irrigare prati di plastica



L’effimera transitorietà costituisce per noi un passaggio obbligato nel presente Ciclo.
Dimentichi di noi stessi e delle nostre origini, con ogni evidenza sembriamo aver smarrito l’autentico senso della presenza a questa vita; ma, in ogni caso, la vita è la realtà, una realtà di fatto misconosciuta quanto sottovalutata nelle sue molteplici diramazioni sensibili.
In tempi nemmeno troppo distanti, l’uomo propriamente “fortunato”, il cosiddetto “felice”, qui inteso esclusivamente nella sua ideazione iniziatica e, dunque, il “Felix”, esaudiva la possibilità di una connessione maggiormente armonica con l’effimera parvenza, percepita come il supporto provvisorio di un’intuizione veramente suprema.
Tale intuizione è connessa all’ulteriore sopravvivenza–trasfigurazione dell’essere, della sua identità profondamente occultata nella coscienza e rivelata pienamente solo dopo un determinato percorso di risveglio interiore, che già in Età relativamente antiche era massimamente ostacolato dall’identificazione esclusiva che la persona instaurava con l’io storico occasionale.
Il corpo è solo “involucro” e “maschera”, la cui dissolvenza irrimediabile e determinata nell’esperienza della morte fisica acconsentirebbe di nuovo alla diluizione eterica dell’essenza “volatile” e ineffabile che l’ha animato durante la sua permanenza nella dimensione fisica.
Giovinezza, vecchiaia, veglia, sonno, vita e morte, non sono che i diversi aspetti di una realtà universale unica, per la quale la personalità umana, letteralmente immersa nell’istante mutevole, si rivela come forma transitoria emanata dal “fuoco purissimo” nel corso delle sue incessanti trasformazioni.
E’ la primitiva quanto perenne concezione dinamica dell’universo, scrutato per millenni da astronomi-veggenti che nei segni celesti distinsero gli intervalli dei ritmi assonanti all’intonazione sovrumana, inudibile ma ugualmente percepibile, pervadente il tutto e che orienta sensibilmente la coscienza al significato profetico dei tempi.
La dimensione simbolica della luce offerta dalla combustione celeste del sole, il diafano tremolio delle notti stellate dai cui tracciati mobili in tempi remoti si codificò l’idea stessa di “Grande Anno”, definiscono la progressione di un’effettiva Liturgia cosmica che, di fatto, è inscindibile dall’idea stessa di coscienza.
In un certo senso si potrebbe affermare che il tempo stesso principia, è avviato, dalla Profezia. Senza la virtù profetico-veggente non esiste effettiva percezione del tempo, ma, casomai, permane il fluire indifferenziato di una transitorietà propriamente spettrale, monotona, che riversa il divenire in un limbo di dissoluzione indistinta, in cui l’esistenza si riconosce come priva di scopo e significato autentico.
Per questo, presso tutte le culture tradizionali, idealmente, l’uomo delle origini è qualificato come il Vivente – colui che è centrato in sé e quindi centrato nel Cosmo per mezzo di una gravità affatto solo materiale, che lo intaglia sensibilmente nell’Universo qualificandolo come simbolo vivo per eccellenza – .
Tale considerazione fonda nella residuale esperienza estatica delle religioni primordiali, dove lo sciamano attuava la pratica esistenziale dell’estasi “dolorosa”, in cui non era un dio a "possedere" il suo spirito, quanto piuttosto era la sua "anima" stessa a immergersi in realtà coeve, seppur invisibili e altrimenti inaccessibili vivendo esperienze straordinarie separate dal suo corpo.
Per noi post moderni realizzare l’essere sembra una pura utopia, viviamo esistenze del tutto scombiccherate anche se in apparenza ordinate, appiattite e incrudelite nostro malgrado da un ovvietà sovrana che deforma, perverte, ogni cosa costretta in un preconfezionamento univoco.
La natura del male domina inequivocabilmente ogni modello di società massificata, ed in ultimo, la tanto auspicata e cosiddetta “società dei consumi”. Per “male” s’intende un sostanziale dominio di tristezza, instaurato con la simulazione della semplicità, pertanto, nella simulazione della spontaneità dove questa di fatto è assente; in sostanza, la contraffazione imposta da uno sviluppo solo industriale è menzogna che determina gli esiti della drammatica parodia in atto, che per affermarsi sotto le mentite spoglie di un doveroso modello di “emancipazione sociale” in realtà si rende espressione dello scatenamento programmato di una violenza insensata.
La “nuova” matrice della violenza contemporanea è insensata e non potrebbe essere altrimenti, poiché volge la sua attuazione verso una finalità deleteria quanto perversa, costituita dalla malsana volontà corrosiva che è propria alla logica del profitto industriale la cui finalità è quella di “plastificare” il mondo; ovvero, di attuare un disfacimento propriamente “sintetico” dei luoghi e della memoria, estirpandone ogni germoglio di sano rinnovamento.
L’ultraviolenza capillarmente diffusa, costituisce un presupposto d’irrimediabile tristezza, che letteralmente fonda nella bruttezza strutturale ogni possibile ampliamento degli stessi tessuti urbani, rendendoci per questo fondamentalmente tutti disadattati, anche se inseriti in contesti produttivi.
L’uomo contemporaneo è l’infelice per antonomasia, costretto com’è a dover metaforicamente annaffiare dei fiori di plastica e tale scena davvero sembra esemplificare il nostro rapporto con l’ideazione spirituale, quanto iniziatica, dell’esistenza.
La conoscenza tramandata dai molteplici frammenti di più scuole sapienziali non occorrono a questa “nuova realtà” e, peraltro, sembrano davvero rivelarsi quasi del tutto inutili quando cerchiamo di ri-attualizzarli all’interno delle nostre “ridotte domesticità”.
Ogni cosa in questo nuovo dis-ordine, deve comunque essere funzionale ad una concezione aridamente dinamica del divenire, che è massimamente ostile a quei valori propriamente “gentili” appartenuti alla cosiddetta “classicità”, così come all’ultima fioritura spirituale qui scaturita con la breve affermazione della civiltà dell'Umanesimo.
La società di massa, per sua concezione, disattende massimamente l’insieme di quei valori umani ritenuti come le condizioni basilari, quanto imprescindibili, da cui muovere alla fattiva conoscenza di sé.  
Il dominio dell’artificialità estrema costituito da una feroce meccanizzazione ossessiva, la fredda prevedibilità di sistemi informatici del tutto indifferenti alla vita che catalogano e che li circonda, nonché, la disarmonia stabilita da continue contaminazioni chimiche e nucleari e da molteplici emissioni elettromagnetiche artificialmente prodotte, corrode progressivamente nell’uomo l’intima tensione mistica e iniziatica e, dunque, congiuntamente ad essa il senso poetico, puramente artigianale, pertanto, allontana l’unica nostra possibilità d’instaurare un solido legame affettivo con i luoghi in cui viviamo; d’instaurare con essi un vincolo autenticamente geniale naturalmente connesso alla virtù ispirativa trascendente.

·       il senso poetico è totalmente estraneo all’idea miseramente riduttiva che negli ultimi tempi ha inteso relegarlo a una mera astrazione inconcludente. Per un adulto, il barlume poetico è generalmente considerato alla stregua di un languido vezzo o mera eccentricità, quasi fosse un residuo inverosimile dell’età infantile. L’ideale poetico diviene pertanto un’aspirazione vaga, se non quando uno smarrimento deleterio e del tutto estraneo alle dinamiche pratiche della vita quotidiana; almeno così come oggi la quotidianità è ordinariamente intesa. In realtà senza poesia non è realizzabile alcuna  “trasmutazione”, non può esservi reale vigore e autentica presa di coscienza.