mercoledì 3 giugno 2015

essenza dei Miti e smarrimento dell'istante - a ogni sincero cercatore inquieto dedico -


Le scie chimiche (sostanzialmente veleni più o meno elaborati e premeditatamente rilasciati dagli aerei) opacizzando la volta celeste si connettono al culmine del sovrano smarrimento raggiunto dall’Età presente, prefigurando l’assoluto sovvertimento metaforico della natura divina internata nella manifestazione naturale e della quale è stravolta la sublimità; elevatezza che fino a pochi decenni orsono era ritenuta inalterabile da parte dell'uomo.

Nel nitore del cielo è realizzata l’attenzione suprema della verità chiaroveggente. Nelle celesti e incontaminate profondità diurne quanto notturne, l’uomo ricavò la maggiore estensione dello sguardo sensibilmente proiettato nell’istante cangiante.

(qui una pertinente riflessione)


I Miti riguardano l’immensità di una potenza agente in ogni dove e, soprattutto, ad ogni momento riguardano il mistero dell’istante presente. La Manifestazione della vita è calore ardente di una combustione sensibile, che batte, freme, nelle mutevoli profondità delle proprie masse cosmiche.
Cosa insegnano gli archetipi della Ri-velazione? Che la materia, la sua gravità, è un canto rappreso, una modulazione solidificata attorno un nucleo di enigmatica afflizione.
La gravità, dunque, è inudibile canto e assieme divino grido disperante: un’invocazione afona addensata nel primordiale Nulla cangiante e preesistente all’identità stessa dell’Universo, in cui attingono sostentamento le nostre più profonde estensioni sensibili.
In quest’inconcepibile e “addensato nulla” siamo chiamati a riscattare la nostra identità simbolica, a comprenderne la figurazione allegorica, poiché l’uomo è tale solo nella fattiva volontà di spiritualizzare il proprio evidente significato mortale. Di poter ricavare da questa miserrima finitudine un ulteriore significato, che è propriamente enigmatico e santamente ermetico, nonché, inconoscibile fino alla fine dell'esistenza.
Una persona cosciente – realmente cosciente – a null’altro dovrebbe assolvere in questa vita se non di Risolvere, riassumendoli per ampliare verso un unico significato trascendente, i molteplici emblemi della sua caducità fisica, elaborando all’interno di sé l’ineffabile accrescimento della propria identità, – identità propriamente luminosa ed estranea ai radicamenti voluti dall’ego – di provare a far ciò in ogni caso, fino alla consumazione del tempo, fino alla fine del suo tempo.
L’Opera consiste nell’evocare alla coscienza una remotissima possibilità d’intima elevazione, che forse è improbabile ma pur sempre chiaramente intuibile e se privati di tale intima possibilità redentiva evocata nel profondo di noi stessi, o anche rifiutando di coltivarne il germoglio intuitivo, presto o tardi finiremmo col soccombere sotto il peso di concetti  aridi e di sottometterci vilmente ad un idea di ordine falsificato che ci verrà imposto da quelle forze che ora obbligano la realtà verso la sua inesorabile automazione.
Tuttavia, permane ancora la radianza remota e splendente ed è connessa all’enigma del nostro significato più profondo, possiamo e dobbiamo intuire tale primordiale facoltà estensiva della coscienza coltivando in noi una sana esaltazione della consapevolezza.
Il senso dei Miti è massimamente offuscato e, almeno  apparentemente, assolutamente inattuale...l'idea pratica dell’arte è completamente svuotata del suo senso profondo e, come nella favola della Bella Addormentata, giace in stato comatoso. Chi oggi detiene il potere dimostra, con ogni evidenza, di lavorare alacremente per scardinare gli ultimi residui di bellezza rimasti nell’intenzione d’instaurare un nuovo regno di totale alterazione artificiale. L’automazione ossessiva qui è intesa come effettiva celebrazione dell'avvento dell'Anticristo – la visione industriale come principio distruggente la Theosis – mi riferisco all'essenza simbolica del Cristo che nulla, o assai marginalmente,  ha a che vedere con l’uomo crocifisso dogmaticamente ostentato dalla corrotta chiesa cattolica.
L'autentica tensione interiore spirituale riguarda l'istante. In pratica, di quanto si conserva nel cuore come massima idealità, poiché tale idealità coincide con le relazioni vitali che instauriamo con il mistero universale; e connessa ad esse l'idea stessa di destino.
Chi deteneva il potere nelle età antiche, pur offrendo esemplari esempi di crudeltà e le molteplici contraddizioni che sappiamo, alcuni tra questi potenti, a ogni modo riverberati dalla Grazia si posero realmente il medesimo interrogativo, lo interiorizzarono davvero, facendosi espressione agente della preservazione della Bellezza nel mondo, intendendo quest’ultimo come effettivo “altare” del tempio maggiore che è il Cosmo. Tale levatura adesso purtroppo è impensabile.
E’ la determinazione primordiale la nostra prima ed ultima ricchezza intuitiva di salvezza. Ad essa si annoda la definizione stessa di “destino”, scaturita come consapevolezza dell’enigma, il quale si rivela all’interno dell’istante. 

Dall’originaria facoltà chiaroveggente, che determina la stessa qualità creativa interna alle relazioni vitali instaurate dall’uomo con il Cosmo, dalla sua intuizione, possiamo ricavare la nostra principale stabilità esistenziale, realizzarla attraverso il senso di un “felice dovere esistenziale”.

La fondazione stessa di Roma, che è la città in cui vivo, è un evento epifanico realizzato attraverso il significativo agire rituale compiuto da due buoi, uno bianco e uno nero, trainanti l’aratro che circoscrisse un perimetro affatto solo materiale. Il cerchio che solcarono, s’innesta nel medesimo giro cosmico delle Ere, di cui il "mundus" (la buca votiva in cui furono gettati i pegni augurali) esemplifica il perno ideale su cui ruota l’intero universo…intendo dire il foro-cardine, attorno al quale si rivela l’identità del nulla balenante e dal quale scaturisce la vita; già gravida dell’originale chiaroveggenza, che infonde rilucente dimensione all’istante.
E’ dall’istante chiaroveggente che la coscienza ha acquisito la propria riflessione ed estensione consapevole, accendendosi a se stessa.
Dalla chiaroveggenza scaturisce la poesia, solo dalla chiaroveggenza possono derivare l’arte e la poesia e non certo dal supporto solo materiale fornito dall’intelligenza comunemente intesa.
La chiaroveggenza, benché oggi il termine sia estremamente equivocabile, riguarda una limpida e assieme enigmatica premonizione intuitiva del proprio mantenersi svincolato dalla mera necessità – padrone di una serena visione connessa a stati prefiguranti una condizione di vita posta oltre la dimensione fisica – per accreditare la direzione di un percorso puramente e “pragmaticamente” ascendente.
La chiaroveggenza è l’impulso divino internato nella radianza universale, non appartiene alla sola mente dell’uomo, essa è oltre la mente. Chiaroveggenza è dunque la totalità della manifestazione universale, ed in essa, come asserisce Plotino, la coscienza s’immerge come una rete nel mare.
Tale prescienza di luce, costituisce la più eccelsa forma di comunicazione che diverse dimensioni possono instaurare le une con le altre, pertanto, questa sensibilità sensitiva non solo risiede nella nostra coscienza ma si moltiplica in miliardi di combustioni stellari, che sono altrettante combustioni sensibili.
Tutto il cosmo è davvero una sorta di fornace lirica e la poesia, appunto, è l’unica circostanza che può rilegare l’istante all’eterno.
La poesia autentica è multidimensionale. Se io avverto un’ispirazione e un sentimento di levità, questi non possono essere estranei all'identità profonda del sole e delle stelle. Sole e stelle sono fioriture ardenti e fremono come noi ma ad un altra intensità di coscienza, che ora ci rimane inesplicabile ma ugualmente immaginabile.
E' nella prefigurazione della percezione di destino, inteso essere posto oltre la dimensione fisica, che germoglia la creatività. Ogni lavoro sublime l’uomo possa realizzare è determinato da questa premessa, che include implicitamente in sé la premessa identitaria stessa dell’eroe: figurazione emblematica riassumente in sé la suprema realtà dell’ispirazione, quale effettivo guardiano dell’istante infinitamente cangiante.  Noi siamo abbastanza distanti da tali idealità.
Nel Rinascimento italiano l’uomo vi si accostò molto, sembra per un ultima volta nella corsa, ormai precipitosa, degli eventi che definiscono il Ciclo attuale (Kali-yuga).


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