mercoledì 4 marzo 2015

la condizione servile






Il destino dell’uomo peregrinante nel presente Ciclo è quello d’essere aggiogato, di servire.
L’iniziale stadio primigenio, in cui s’identifica lo status aureo della coscienza universale, accomuna uomini e dèi in una medesima natura, connessi tra loro da un sostanziale principio d’uguaglianza che la caducità insita nel giro stesso delle ere non sembrava intaccare: “comuni erano i pasti, comuni i sedili agli dèi immortali e agli uomini mortali” (Esiodo)
Gli uomini della stirpe aurea compaiono prima degli dei olimpici e stanno con Crono in cielo. Vivono beati esenti da affanni, da ansie, immuni al deterioramento muoiono pervasi da un dolce sonno che li coglie al termine di uno sterminato numero di anni, durante i quali hanno sempre conservato il fiore della giovinezza. Trapassando divengono démoni, come li definisce Esiodo nelle Opere e i giorni, essi divengono i benevoli custodi degli uomini, che ispirano loro l’idea di giustizia.
Nell’età aurea, la distinzione tra mortale o immortale ancora costituisce l’essenza di due dimensioni appartenenti ad una medesima identità. La differenza tra uomini e dèi non dipende da una nascita scaturita da fonti diverse, uguale per entrambi è la segreta polla sorgiva, sono bensì le vicende successive che ne differenziano l’identità.
Uomini e dèi in origine, entrambi splendenti, sono purtuttavia soggetti ad una impercettibile quanto inesorabile progressiva trasformazione della propria condizione. Trasformazione, ordinariamente definita come morte. La corruzione agisce con modalità diverse determinate dalla Moira, il destino, che stabilisce per mezzo di un decreto insondabile la parte assegnata ad ognuno.
Dalla perdita della chiarissima condizione iniziale l’uomo non è più libero, la novità cosmica che si afferma è una progressiva diminuzione della sua libertà. Attraverso la caduta/addensamento in strati sempre più grevi dell’elemento universale il tempo avvolge tra spire sempre più strette le generazioni umane, fino all’ultima odierna, il cui avvio principia presumibilmente con il mito esiodeo che tratta del sacrificio di Mecone, quasi l’archetipo dell’atto sacrificale, attraverso il quale s’istituisce la separazione definitiva tra le due sfere, divina e umana: spartire il cibo, infatti, indica comunanza di status sociale, mentre avere cibi diversi istituisce un’incolmabile diversità che sancisce la data dello scontro e dell’ultima trasformazione dell’uomo; che in tal modo inizia la storia attuale, dove il sacrificio - allegoria emblematica connessa al decadimento dei tempi - si evidenzia come significativo atto che consacra, realizzandola la prima volta, la definitiva scissione degli statuti divino e umano. Prometeo vuole ingannare Zeus: sotto un sottile strato di grasso appetitoso nasconde le ossa del bue prive di carne, mentre, avvolta nella pelle e nello stomaco ripugnante, cela tutto ciò che di delizioso ha la bestia. Zeus deve scegliere per primo, il re degli dèi ha compreso l'inganno ma decide di accettarlo privilegiando la parte di grasso e di ossa nascoste condannando così gli uomini:
Mangiando la carne gli uomini firmano la loro sentenza di morte. Dominati dalla legge del ventre, si comporteranno ormai come tutti gli animali che popolano la terra, i flutti, o l'aria. Se provano piacere a divorare la carne di una bestia morta, se provano un bisogno imperioso di nutrimento, dipende dal fatto che la loro fame non si placa mai, rinasce sempre perché è il segno di una creatura le cui forze a poco a poco sono usurate ed esaurite. E’ l’estinzione delle età maggiormente pure, gli ultimi eroi si apprestano a nascere e con la loro sparizione sanciranno il sintomo che l’uomo è definitivamente mutato, essendo diventato una creatura votata alla fatica, all'invecchiamento precoce e alla morte. 
Il Ciclo attuale è dominato da una forma d’inganno multiplo e che potremmo definire come concentrico. Nella sottrazione del fuoco voluta da Zeus per vendicarsi dall’inganno subito, si potrebbe individuare il traslato che dissimula la sparizione di una fiamma affatto solo fisica, bensì, dell’insorgere di un abbaglio maggiore atto a occluderci l’intima percezione della scintilla immaginale, che sola può fattivamente realizzare la nostra identità. Qui si completa la nostra graduale riduzione in schiavitù, determinata dal sostanziale smarrimento della reale coscienza di sé. 
L’uomo moderno e contemporaneo, non comprendendo chi egli sia e tantomeno dove è diretto, si rende fatale strumento di forze a lui fondamentalmente ignote e delle quali diventa inevitabilmente servo.
Incatenati, bloccati, diminuiti delle nostre meravigliose potenzialità immaginali, le nostre vite testimoniano sempre più una sconfitta perenne, alla quale sembriamo sempre meno adeguatamente formati per reagire. La nostra Moira per questo Ciclo si realizza attraverso l’adozione di una dimensione esistenziale assolutamente piatta, di cui è metafora lo schermo luminescente del tablet, che ben figura la nostra condizione di estremo disordine interiore accortamente manipolato. Siamo ben oltre l’idea stessa di sacrificio.
L’età del sacrificio – sacrum facere – si è rinnovata nell’allegoria cristica, i cui atti sanciscono l’ultima reale ri-voluzione di un’anima ridestata in sé, capace di forare le tenebre ispessite dell’età presente. La reale meditazione sul sacrificio è stata distorta dalla dottrina cattolica. La figura del Cristo metaforicamente termina l’età eroica, la cui estensione ideale lambisce significativamente l’alto medioevo per poi estinguersi del tutto.  
Sterminati dalla guerra cosmica di fondazione dell’(dis) ordine attuale, gli eroi segnano con precisione la quarta stirpe e la loro fine sarà necessaria affinché l’umanità avanzi apparentemente priva di difese nell’età oscura in atto. La somma delle tensioni interiori, delle prodigiose ispirazioni, della sensibile radianza propriamente cardiaca, qualificante l’idea stessa dell’autentico coraggio, doveva essere riassunta in un eroe definitivo le cui vicende terrene sarebbero terminate con un sacrificio consumato sul simbolo basilare: la croce; emblema dell’aderenza estrema che l’attuale razza ferrigna stabilisce con la dura materia e gli estremi disagi ad essa correlati. Dalle quattro assi della croce si diramano le direzioni trascendenti atte a “centrare” nell’universo l’invocazione dell’uomo. Non poteva sfuggire ai Magi la nitidezza astrologica coincidente alla Natività, sincronica con il momento stesso in cui un’età andava collocandosi sotto un differente grado e segno del giro astrale.
Il culmine dell’asservimento è costituito dalla comparsa dell’homo oeconomicus, nella concezione aridamente razionale della mera utilità, ciecamente dominata appunto dal cosiddetto sfruttamento intensivo delle risorse.
L’occhio di Horus stampigliato sul dollaro sancisce la glorificazione oscura del sopravvenuto accecamento. E' nell’età dei Lumi che s’individua la cesura separante l’età antica dalla moderna, dove appunto si ribalta il significato del simbolo stesso, così come nell'evento dell'11/09/2001 s'individua il passaggio della modernità nella sua fase più estrema: il sovvertimento totale.
La vigilanza dell’occhio di Horus, da paradigma di un attenzione solo interiore e qualitativamente veggente diviene l’emblema di un ossessivo controllo inquisitore prevalentemente esteriore. L’occhio di Horus originariamente rappresenta l’eccellente augurio rivolto ad ogni persona di poter acuire la vista nello sconfinamento dimensionale determinato dalla morte. E’ un simbolo retaggio di culture estatico-veggenti pre-economiciste, estranee ad oscuri dogmi monoteistici e costituisce il segno ideale dell’effettiva conquista ottenuta dalla coscienza attraverso l’esercizio di una severa quanto “felice” disciplina, propriamente sciamanica, in virtù della quale il defunto può vedere chiaramente attraverso le tenebre delle illusioni calate sul mondo e sulle dimensioni invisibili ad esso coeve. L’occhio di Horus significa una vista che si estende oltre la percezione sensoriale, è l’occhio della persona trapassata e scrutante i misteri dell’origine splendente. Solo in età moderna avviene il detestabile sovvertimento di significato e l’occhio diviene “entità di controllo che spia la vita degli uomini, delle masse, obliquamente monitorati nelle tenebre (dell’inganno)”.
L’esasperazione dell’occhio vigilante, funzionale agli stessi dogmi ecclesiali, oggi è introiettata e amplificata dalla dimensione tecnologica per mezzo di miliardi di sensori estremamente sofisticati e diversificati per grandezza e forma. L’asservimento ultimo coincide con la prova maggiore cui l’animo dovrà essere sottoposto e consiste proprio nella nostra prossima, imminente, di fatto già attuata, ibridazione con artificiali congegni; sterili apparati impassibili adibiti al nostro “perfetto” monitoraggio.
Inoculano questi dispositivi nascondendoli dietro la paura delle malattie, della necessità di sicurezza, ma tutto ciò non avrà altra funzione se non quella di provare ad estinguere definitivamente l’ultimo barlume autenticamente eroico atto ad illuminare la nostra presenza in questa vita e presumibilmente anche nell’altra; di estinguere insomma quel “predicato celeste” o “impronta di luce propriamente cristica” che da effettiva dimensione e senso all’esistenza. Per questo il pensiero transumanista si trova agli antipodi della spiritualità, poiché vede in questa l’unica reale possibilità di affrancamento che noi possiamo avere dalle infide seduzioni offerte dal sottomondo della macchina, dallo stato di perenne necessità e molteplici fisime indotte che ci riducono ad una percezione miserrima di noi stessi.
Per la religione eroica, cui è ascrivibile l’orfismo, religione che nell’archetipo della morte e resurrezione costituisce il sostrato spirituale del cristianesimo stesso, la meditazione sul sacrificio è una circostanza attiva, che incide profondamente sulle cause interiori dell’uomo stravolgendone completamente gli ancoraggi ordinari con cui cerca di assicurare, peraltro invano, la propria esistenza impermanente. Tanto più gli ancoraggi esistenziali sono costituiti da tenaci legami a meschine ordinarietà, che il venerabile sovvertimento interiore offerto da un percorso propriamente redentivo apparirà come assurdo.    
La cerniera separante la dimensione aurea da quella volgare è costituita dalla condizione di servitù morale, originata dallo smarrimento della memoria, ovvero, dalla perdita di quella facoltà di potersi porre sensibilmente al di fuori del tempo. Rammemorazione è la prerogativa di poter risalire alle sorgenti splendenti dell’idea. La fattiva impossibilità di riuscirvi accredita la nostra condizione servile e determina l’insondabilità stessa della nostra condanna. 
Alla catena rimaniamo perché ignoti a noi stessi.  

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lunedì 2 marzo 2015

dall'Iliade




La fine del canto XII dell’Iliade individua nell’equilibrio delle forze contrapposte dei due eserciti schierati gli uni contro gli altri, la dilatazione dell’istante in cui la furia della guerra trasmuta la violenza in una visione di armonia: “come, da una parte e dall’altra di un confine due uomini litigano con le misure in mano su una terra comune, e , su una striscia di terreno, si disputano per fare delle parti uguali, così solo il parapetto li separava…” (XII, 420)
Gli Achei organizzano una difesa che resiste all’attacco dei Troiani senza però poterli respingere. Ettore infrange la barriera lanciando una pietra che sembra frantumare la solidità avversaria.
“Come la fune drizza l’albero maestro, nelle mani di un bravo operaio, che conosce a fondo il suo mestiere grazie agli insegnamenti di Atena, così per essi si equilibravano il combattimento e la guerra” (canto XV)
Similitudini queste, in cui si può cogliere l’indizio che rimanda ad un mondo che seppur insanguinato da lotte cruente è ancora capace di essere profondamente e totalmente umano, in cui i guerrieri non sono paragonati a fiere che sbranano le prede, ma, bensì, i termini di paragone richiamano all'aurea dimensione artigianale. 
La luce simbolica illustra uno scenario ideale, in cui entrambe le schiere per sopravvivere dovrebbero perpetuare un equilibrio reso possibile solo attraverso la disputa: di lottare senza sopraffarsi per giungere a parti uguali. 
E’ l’equinozio allegorico emblematizzato dal perfetto equilibrio, fissato dall’asse verticale che sostiene i piatti della bilancia manovrati da un’onesta operaia (XII, 430) che, tenendo peso e lana, stabilisce parti equanimi; attenta a non rubare. La sua fatica va in un magro guadagno: vale davvero la pena di un tale sforzo (la vita stessa) per un così misero compenso (la sofferenza)? Si rende evidente che solo un eminente principio etico può conferire assenso positivo a una simile domanda. L’onesta donna non ruba sul peso per ossequio alle regole stabilite. Lo sforzo verso l’equilibrio è all’origine della gravità cosmica, riflessa nella centratura dell’animo e, pertanto, di una tensione primariamente etica (poetica) che informò di sé ogni circostanza dell’agire umano e della stessa realtà militare o propriamente guerriera.
L’angoscia del vivere è esemplarmente guidata nella metafora del costruttore di navi, che equilibra la corda all’albero maestro, emblema dell’ancoraggio verticale (metafisico) che assicura l’anima trascinata dalla transitorietà del divenire – ugualmente Odisseo si assicurerà all’albero della nave per impedire d’essere trascinato in rovina sugli scogli dal canto delle sirene – .
Difficoltosa disciplina del vivere, composta e governata da pesi e contrappesi, da funi metaforiche che aggiogano e talvolta innalzano da tormenti che si altalenano a più rare intime gioie nella finalità di ottenere una coscienza definita dell’arte del vivere. 
Conquistare un arte del navigare lungo la rotta del “ritorno”, la capacità di attraversare il labirinto esistenziale che, per un ultima volta ancora, l'ingegno di Dante arriva a ri-solvere al tempo in cui iniziavano a baluginare gli albori dell’inquieta età moderna.
     
Oggi, domina l’inconfessata o malcelata volontà suicida globalmente diffusa, la guerra è una forma di “violenta statistica della morte” assolutamente disumana, un aberrante  iper-contaminazione monitorata dal rombo cupo di "monocoli" droni volanti.

Attualmente ogni circostanza proposta all'attenzione delle masse è pretesto di condizionamento mediatico, di ribaltamento valoriale utile a rafforzare la suggestione oscura che avvolge dei suoi significati nichilisti la cosiddetta "crescita", così come la stessa distruzione è svuotata d'ogni speranza di autentico rinnovamento, come quella perpetrata ultimamente sui capolavori prodotti dalla civiltà assira a Ninive così come a Mosul in Iraq.
Un annientamento della bellezza compiuto dagli adepti della fantomatica isis e che assolve ad un incontrovertibile significato straniante congiunto ad ogni evento mediatico programmato...una “performance” biecamente realista caratterizzata da connotati crudelmente pop, più di quanto potrebbe ottenere un Damien Hirst attraverso le sue necrofile installzazioni, ma l'idea di fondo, il barlume nero che da avvio all’impulso della rappresentazione, al suo profondo non-senso e alla modalità scenica attraverso cui è filtrata, è la medesima. 
La sottocultura pop irraggia un sinistro chiarore che standardizza la dimensione delle cose, aggredendo l'irrealtà dei pensieri stessi per attuare quella distruzione simbolica – empiamente ed emblematicamente celebrata l’11/09/2001 –  d'ogni residuale splendore e ricchezza proprie all'identità maggiormente autentica dell'uomo.
Gli estremisti incappucciati, dalle movenze fiacche e assolutamente irrituali, che con il martello pneumatico sgretolano capolavori marmorei irrepetibili, realizzano null’altro che l'oscura glorificazione della macchina...è l'esaltazione fosca di un dominio solo meccanico, agito da un deleterio fanatismo mistico che imprime nuovi ritmi ipnotici a questo caoticoe assolutamente funesto divenire, dove tutto sembra assorbito dentro un delirio elettro-chimico post-futurista.

Nel 997 truppe arabe guidate da Al-Mansur, condottiero del califfato di Cordova, pur radendo al suolo la città di Santiago de Compostela, non osarono neppure sfiorare la venerata edicola sepolcrale di San Giacomo su cui successivamente fu edificata la Cattedrale.
L’Islam autentico è costituito dalla cultura araba che seppe sviluppare la più raffinata società di tutta l’Europa medievale nelle città di Cordova, Siviglia, Granata, dove convissero pacificamente nell’arco di quasi tre secoli le tre religioni monoteiste di fondazione abramitica. Furono edificate moschee, giardini e splendidi palazzi, si fondarono le migliori università e scuole d’architettura. L’agricoltura romana fu ampliata migliorandone i sistemi d’irrigazione e introducendo nuove colture e piante da frutto (riso, agrumi, pesche…). Buona parte delle conoscenze matematiche e filosofiche degli arabi e della speculazione greca antica furono diffuse in tutta Europa grazie a tali califfati.

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domenica 1 marzo 2015

la stirpe di Ram








“Appena i vascelli si mossero e giunsero nel mezzo dei cieli, il Messaggero rivelò le sue forme, la maschile e la femminile, e fu visibile a tutti gli Arconti, i figli della Tenebra, maschi e femmine. Alla vista del Messaggero, che era di bella forma, tutti gli Arconti furono eccitati di concupiscenza per lui, quelli maschili per la sua forma femminile e quelli femminili per la sua apparenza maschile. E nella loro concupiscenza cominciarono a liberare la Luce dei cinque Dei Luminosi che essi avevano divorato”
(Teodoro bar Konai – commentatore biblico VIII-IX sec.)









Pressappoco coincidente con l’inizio della condizione maggiormente critica dei tempi (Kali-yuga) prende avvio il calendario ebraico.

In quest’epoca (circa 3700-3100 a. C.) si ha la rottura del grande ciclo di Rama.

L’avvio del Kali-yuga segnerebbe la linea di demarcazione che separa dal traguardo finale i deliri e le aspirazioni di tutte le Civiltà e assieme, agli albori cupi che preannunciarono l’Età Nera, l’ultima significativa rottura semi-mitica occorsa all’unità ancestrale che saldava l'anima alla forza spirituale, qualità presumibilmente emblematizzata dalla stirpe di Ram – Ramidi – ciclo di Rama; capostipite, conquistatore e iniziatore dell’India, proveniente dal centro europa (Urali/Caucaso) da cui si diramano solo successivamente le distinzioni razziali bibliche ricordate nei caratteri ereditati dai figli di Noé: i “Camiti”, i “Semiti”, “Ariani”.       

La figura di Ab-ram, secondo la tesi Saint-Yves, così come di Fabre d’Olivet, riassumerebbe un intera stirpe (gli Ab-ramidi) scampata alla repentina dissoluzione del ciclo iniziatico di Ram, che in tempi remoti delineò i caratteri venerabili della Tradizione definita appunto come Primordiale, e che rivela la sostanziale unità sacrale d’ogni posteriore civiltà antica. 

Ciò che preme sottolineare è la Rad. RAM, che intende ogni idea di “elevazione” - significando propriamente l’alto e il sublime - presente in Egitto attraverso i nomi delle dinastie dei Ram-es, così come in età più tarda nella famiglia-tribù dei Ram-nenses, i tirreni che contribuirono alla fondazione di Roma: ultima città fondata dai superstiti della stirpe dei Ramidi. Notare come il nome dell'Urbe conservi la medesima rad. RAM – RM, presente tra l'altro nella divinità mediterranea Nemesi- Ramnusia, la quale secondo Esiodo è figlia dell’Oceano e della Notte, pertanto, di ciò che rimane segreto, nascosto. La Dea allegorizza la generazione occulta della Provvidenza, avvinta, secondo Macrobio, al predicato splendente figurato dal sole.

Nemesi Ramnusia custodendo il senso dei più antichi misteri, rappresenta il senso della misura etica che presto o tardi arriva a rettificare ogni prevaricazione.    



“…Vieni, beata, santa, agli iniziati sempre soccorritrice:

concedi di avere una buona capacità di riflettere…”

(Inno orfico a Nemesi – frammento)



Dovremmo individuare nella discendenza ancestrale della stirpe di Ram non tanto una distinzione meramente razziale, ma una specifica qualità occulta propria dell’identità animica che ci distingue in quanto umani e connessa alla percezione stessa di Coscienza-Conoscenza, caratterizzata dalla medesima percezione di Chiarità-Levità interiore, connesse alla forza di Liberazione-Redenzione dall’inganno atavico che ci vede imprigionati nella struttura dell’attuale sotto-dimensione.

Potremmo intuire in alcuni toponimi la sedimentazione spirituale di drammatici eventi che segnano le vicissitudini dell’uomo “tuffato” nella corrente del divenire e perciò, ad esempio, nel nome stesso di una regione come l’Armenia, si potrebbe individuare uno dei punti di confluenza e diramazione dell’umanità post-diluviana o post-atlantidea. Luogo biblico di approdo della metaforica Arca di salvezza, affatto identificata come un mezzo di navigazione solo materiale, ma, emblema di un principio trascendente come riporta un passo dell’apocrifo di Giovanni, che asserisce: “…non fu come disse Mosé : essi si nascosero in un arca; essi si nascosero in un luogo, non soltanto Noè ma anche molti altri uomini della generazione non vacillante. Essi si recarono in un luogo, si nascosero in una nube luminosa”. Qui l’autore non parla di acqua ma di oscurità, presentando il diluvio come drammatico contrasto fra le tenebre e la luce  con cui l’Arconte (Jaldabaoth) aveva avvolto la terra.  

Le genti di Aram custodirono il senso dell’ineffabile congiunto alla dimensione della sopravvivenza ordinaria.

Nella genealogia di Gesù secondo Matteo, tutto prende avvio con la discendenza di Abramo e dunque degli Ab-ramidi, ma è anche ricordato un Aram più recente che mutua il nome dall’antico. Così nella genealogia secondo Luca è posto in evidenza un altro simbolico fratello del primo Aram, ossia Arphaxad, così riportato nella versione greca neotestamentaria. Il nome ebraico antico-testamentario è Arpha-cheshad (rad. aòr - phe e shad) che s’interpreta nel significato di “luce che guarisce con potenza provvidenziale”; alludendo con questo al sigillo luminoso (segno di Luce) che opera internamente alla nostra potenzialità sopita e che Cristo, quale profeta dei tempi detti come ultimi, ha perfettamente ridestato in sé tracciando il tragico e splendente percorso di riscatto dall’ottenebramento subito dalla coscienza.  

La lotta leggendaria adombrata nel Ramayana, e accaduta al termine dell’età precedente alla nostra, (prima del Kali-yuga) quando gli effetti della degenerazione cominciarono a rendersi manifesti e venne meno alla saggezza umana quell’unico principio spirituale da cui tutto dipende, originando da questo turbamento metafisico volto a sovvertire l’unità del ciclo di Rama il primo significativo attacco delle forze buie alla lucentezza.  


Fabre d'Olivet, - scrive Artaud - nella "Histoire philosophique du genre humain", parla lungamente di una primitiva separazione d'essenze che bisogna intendere insieme sul piano divino e sul piano umano. La seconda azione non essendo che il riflesso e, per così dire, il contraccolpo storico dell'altra: l'azione celeste che, all'origine di tutto, non mette in gioco che delle forze pure.  



“I Persiani pretendono che Ibrahim, cioè Abraham, fosse il loro fondatore, così come gli Ebrei. Così vediamo che secondo tutta la storia antica i Persiani, gli Ebrei e gli Arabi sono discendenti di Abramo. (p. 85)… dicono che Terah, il padre di Abramo, fosse venuto in origine da un paese dell’Est chiamato Ur, dei Caldei o dei Culdei, per abitare in una regione denominata Mesopotamia. Qualche tempo dopo che abitava là, Abraham, o Abramo, o Brahma e sua moglie Sara o Sarai, o Sara–iswati, lasciarono la famiglia del loro padre ed entrarono in Canaan. L’identificazione d’Abramo e di Sara con Brahma e Saraiswati in primo luogo è stata precisata dai missionari Gesuiti”

È un fatto interessante che i nomi d’Isacco e d’Ismaele derivino dal Sanscrito: (Ebreo) Ishaak = Ishakhu (Sanscrito) = “amico di Shiva”. (Ebreo) Ishmael = Ish–Mahal (Sanscrito) = “grande Shiva”.

Una terza mini–versione della storia d’Abramo lo trasforma in un altro “Noé”.
Sappiamo che un’inondazione guidò Abramo dall’India. “… Così disse il signore Dio d’Israele, i vostri padri abitavano anticamente dall’altro lato dell’inondazione, Even Terah, il padre d’Abramo e il padre di Nachor; ed hanno servito altri dei. Ed ho preso il vostro padre Abramo dall’altro lato dell’inondazione e l’ho condotto per tutta la terra di Canaan”. (Giosuè, 24,2– 3.)






Alexandre Saint-Yves d'Alveydre, (1842-1909) legato alla massoneria impegnò l'intera esistenza nello studio delle varie religioni del mondo, scrivendone numerosi volumi.
Antoine Fabre d'Olivet (1767 - 1825) è stato uno dei maggiori esoteristi dell'era moderna. Scrittore eccelso, poeta e compositore di brani musicali.

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