martedì 9 dicembre 2014

le regole del gioco




Ognuno ricavi in sé le risorse del rinnovamento, sperduti come siamo nel fondo abbacinante della società tecnocratica.

Il gioco della modernità è perverso e noi rifiutiamo ogni perversione. Postmoderni consapevoli e fragilissimi rigettiamo ogni alibi ideologico. Il nostro massimo difetto è non essere capaci di esprimere slanci lirici, autentiche compassioni scaturite dalla volontà di preservare la bellezza residuale del mondo…di questo mondo.

Distanti dal misticismo pur essendo intimamente accresciuti da una lieve tensione per il trascendente, ricerchiamo il contatto appena impercettibile con un lembo di quella sapienza primordiale che, attraverso ogni suo atto, la società meccanizzata cospira a reprimere. Come già fu considerato dai migliori: la finalità ultima del cosiddetto “progresso” è la repressione nell’uomo della sua innata essenza devota.

Stare al “gioco moderno”, significa dichiararsi intimamente spenti ma esteriormente smaniosi di fruire della novità, dello “sviluppo”, che in definitiva costituisce l’alibi ideologico attraverso il quale l’attuale forma di potere intende cristallizzare – plastificandola – la condizione del tempo presente; come annotò Elémire Zolla: “…poiché questo sarebbe uno dei ricatti della mentalità tecnocratica che vive del nuovo nella misura in cui non concepisce di poter dar spazio a qualcosa di diverso da se stessa”. Alibi e ricatti sono stati adoperati negli ultimi duecento anni per avvelenare gli equilibri di una realtà fondamentalmente sana.

Piccoli uomini, non dobbiamo tremare di fronte ai prodigi dell’inganno, siano essi “veterotestamentari” che “avveniristici”. Il piccolo uomo è fondamentalmente impotente, e tale deve “felicemente” rimanere.

Di fatto, è solo attraverso l’impotenza – incoerenza virtuosa – che possiamo tradurre in realtà il compassionevole nucleo della nostra rilevante radianza. Non a caso, tutte le dottrine new age diffondono il pensiero del “potere personale”, del “tutto è realizzabile”. Questo è un falso mito atto a disperdere la preziosa volontà dell’animo inquieto.

Il piccolo uomo non è se non come frammento. Attraverso la negazione post-moderna e post-nichilista, attraverso la negazione di ogni arido concettualismo noi rivendichiamo l’esser nostro patetici e ingenui. Attraverso un aspirazione che potremmo definire come "legittimamente primordiale" risiederebbe l’unica nostra possibilità di realizzare ciò che l’orfico Dino Campana chiamava "La Grande Salute": che è aspirazione alla sopravvivenza dell’istinto nel sopraggiunto dominio della realtà preconfezionata – sebbene lui morì in manicomio intuì il vero del vero – perché noi uomini nuovi – come scrisse – siamo senza nome ( senza sostanziale identità anche se presenti nelle statistiche dei moduli 730) siamo difficilmente comprensibili – rimaniamo sconosciuti a noi stessi – NOI, ritardati figli precoci di un avvenire ancora non verificato – ma astrusamente pianificato – per poter vivere nell’irraggiamento della continua febbre elettromagnetica, abbiamo bisogno di determinare una “nuova” salute, più scaltrita, più tenace, più gaia di quanto non sia stata fino a oggi ogni salute. E' l'essenza di una vitalità che dobbiamo conquistare attraverso un'apparente insignificanza e nella stessa mancanza di forze; misurandoci con tutto quanto fino ad oggi fu detto sacro, buono, intangibile, divino.

sabato 6 dicembre 2014

la regola aurea




Rocco Chinnici, l’ideatore del Pool antimafia ed una delle più alte e prestigiose figure della magistratura siciliana, ucciso il 29 luglio 1983 davanti la sua abitazione, in una intervista affermò che il fenomeno mafioso fu legittimato con l’aiuto determinante dato a Garibaldi e successivamente con l’Unità d’Italia:
“La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione di risorse con la sua tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, un alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere”.
  
Lo Stato, notava Savinio, porta la confessione di sé nel suo stesso nome.
Stato, prima di essere lo Stato, è il participio passato di stare, cioè a dire di un verbo che significa cessare dal moto, fermarsi, rimanere. Ieri, dunque, sovrana illusione di permanenza e aspirazione di sconfitta da parte dell’uomo del proprio mortale destino.
Lo Stato dei primordi, per questo, fu inscindibile dalla Religio, i suoi primissimi albori furono regolamentati da severe quanto accurate norme giuridico-sacrali. Nella più grave delle necessità s’innestò gradualmente la maggiore fra le menzogne.
Inevitabilmente determinato dall’espressione statalista, l’apparato burocratico introduce il germe della dissolvenza civile. Negli ultimi secoli dell’Impero, l’aridità formale della pubblica ritualità religiosa romana, già rivelava ben prima dell’avvento cristiano, mediante l’attuazione di un freddo cerimoniale la sopraggiunta morte degli antichi culti.
Non fu il cristianesimo a decretare la fine della religione avita, anche se, nei fermenti dissolutivi della decadenza, il cristianesimo cattolico trovò il nutrimento più adatto da cui ricavare la necessaria forza per crescere e soffocare a sua volta l’antico tronco sul quale egli stesso aveva debolmente attecchito e mettere a sua volta in pratica, in forma amplificata, la medesima corruzione che aveva dichiarato di combattere.
Così ha fatto il positivismo con il dogma cattolico, avvicendando ad una forma di depravata intransigenza mistica un'altra forma d’intransigenza ancor più subdolamente mistica e immensamente spietata, che nel dominio della macchina ha potuto assorbire e realizzare -  attraverso i cosiddetti prodotti di scarto - tutte le caligini più fonde che l’avevano preceduta.      
Preludio della dissolvenza indistinta dei tempi è la depravazione, la dissolutezza, la corruzione-contaminazione irrefrenabile come dimensione condivisa e irreversibile del castigo sociale.
Cosa dobbiamo comprendere dal recentissimo scandalo della gestione capitolina?
La fonda degenerazione di un plurimillenario itinerario storico, dell'Italia tutta, nei secoli riscattato fin dove la sensibilità dell’uomo poté emergere attraverso la coscienza delle classi d’artefici e umanisti, i quali nell’estinzione delle grandi età artigianali sono stati progressivamente confinati ai margini della storia fino ad esserne radiati senza possibilità di appello.  
In questa rimozione la civiltà ha perduto la propria autenticità, ribaltandosi in vuota società meccanizzata.
Non a caso l’architettura dell’età antica assolve alla funzione di “comprendere” mentre la sua degenerata espressione moderna “ammassa”, “rinchiude indistintamente”, circoscrive senza offrire nulla di più che non sia mero riparo. 
E' dovuta alla progressiva industrializzazione la crescita esponenziale del fenomeno della corruzione.
E’ nel dinamico peggioramento demografico, nell’esponenziale incremento della massa  - la cui moltiplicazione, peraltro, trova cause in sicure ragioni meta-storiche - che lo Stato diviene appunto opaco apparato ripetitivo, definendo le proprie coordinate operative attraverso un dominio parodistico o propriamente larvale, individuato nella produzione soffocante del preconfezionato, dove, attraverso l’alibi dell’innovazione mascherata da “nuovo-ordine”, è represso ogni progetto che riguarda la sovranità della persona, continuamente ingannata e intrappolata da espedienti più o meno brutali, che ne definiscono la perfetta sorveglianza digitale – una realtà innestata all’artificiale, elettrochimicamente standardizzata –
Le elité, quelle vere, per consolidare il proprio sistema di ricatto-controllo in realtà hanno bisogno della corruzione trasversalmente diffusa, che da sempre sostiene l’espansione industriale.
Il controllo industriale delle risorse di un Paese si realizza quando il sistema è formato da uomini e donne deboli, per questo motivo persone sostanzialmente senza vero carattere, ma dotate di formidabili egoità ipertrofiche, nonché, ultimamente provviste di una qualche vaga qualità telegenica, sono promosse a rivestire cariche politiche di rilievo.
Si faccia il caso del traffico di rifiuti o dell’abusivismo edilizio nelle regioni meridionali, con milioni di metri quadrati di case costruite ovunque in spregio a ogni regola urbanistica e di decoro, con l’occupazione di aree pubbliche, di zone verdi o di coste. Popolazione, mafia, politica e imprenditoria hanno stipulato attraverso questo saccheggio, iniziato negli anni ‘70 e proseguito per due decenni a ritmi sostenuti, un mirabile patto sociale e criminale. I ceti più diseredati ponevano rimedio alle proprie elementari necessità abitative; l’imprenditoria legale e quella mafiosa costruivano gli immobili nel silenzio delle amministrazioni pubbliche locali che, a loro volta, dall’inerzia conseguivano un convinto sostegno elettorale. Il controllo mafioso del territorio era lo strumento ideale per consentire che nessuno vedesse e nessuno si adoperasse per arginare lo scempio irrimediabile del meridione - divenuto discarica delle industrie di mezza europa  -
Ancora si potrebbero citare le vicende dell’emergenza-rifiuti in Campania: l’accordo collusivo tra politica e camorra è durato anni con la devastazione di migliaia di ettari di terreno, di fiumi, di colline, sino allo scempio delle strade-immondezzaio. Anche in questo caso è stata determinante la connivenza delle popolazioni locali che traevano vantaggi economici o clientelari dal business ed è durata fino al totale inceppamento del meccanismo e al degrado irreversibile dell’ambiente.
Dovremmo ritenere, a ragione, che ai peggiori seguirà il peggio del peggio