domenica 23 novembre 2014

innalzare la frequenza è educare l'ego - l'incanto e l'arco -



“…così senza sforzo, Odisseo tese il grande arco”

(Odissea; libro XXI)



Le terre raggiunte da Odisseo, tutte, costituiscono i multiformi aspetti della maggiore prova cui fu sottoposto il suo animo e che consisteva nel trovare la via del “Ritorno”. 
Uguale è per noi. 
La nostra anima deve poter trovare la strada di casa nell’attuale percorso propriamente “notturno”.

"Nell’uomo la disposizione esiste in potenza ma non in atto". 
Così scrive al-Ghazali, nel VI capitolo del suo trattato “la bilancia dell’azione”. Se noi ci sforzassimo di lottare contro noi stessi, allora perverremmo ad una condizione più che eccellente, travalicando la misera finitezza della nostra misura mortale.

Nel precedente post, ho scritto che per noi, odierni uomini addensati nella caligine del tempo presente, perennemente gravati da un “velo ottundente”, il problema consiste nella nostra estrema difficoltà di poter “innalzare la frequenza interiore”. Questo dell’innalzamento della “frequenza” è anche un modo di dire tipico delle dottrine new age, ed è davvero detestabile nella sua sintetica esplicazione.

Innalzare la frequenza interiore ad ogni modo sarebbe davvero quell’azione d’intima rettificazione che dobbiamo intraprendere; quella stessa peraltro, che permise a Odisseo di riappropriarsi della propria emblematica reggia.

Innalzare la frequenza è l’Azione, come ci ricorda al-Ghazali, e consiste nel vincere le passioni, estinguendo progressivamente l’insieme diversificato di tutte quelle caratteristiche essenzialmente malvagie e detestabili, che ci legano al mondo inferiore. Innalzare la frequenza non è proiettare desideri nell’intenzione di modificare la realtà a proprio uso e consumo. Non si tratta di uno stolido “pensiero positivo”. Anche ad esso, trovano sostegno i molteplici inganni che nutrono l’ego volgare, la nostra controparte oscura, disposta ad una considerazione di sé ipertrofica ma per nulla vigorosa. Un ego volgare non potrebbe mai evocare in sé la tensione aurea necessaria all’incurvamento del celeberrimo arco cantato nell’Odissea.

L’azione, consiste nella somma delle indefinite prove che operiamo in noi dal momento in cui scegliamo per ottenere una chiara misura del nostro nutrimento fisico e animico.

A cos’altro si riferirono gli alchimisti antichi, nel parlare della “pietra filosofale”, se non all’enigmatica ricchezza interiore individuata nelle facoltà di ognuno, asserendo al contempo che la maggioranza non se ne avvede buttandola nella spazzatura, i fanciulli ci giocano nei cortili e i ricercatori invece, una volta individuata, la maneggiano con estrema cura. Tale ricchezza null’altro è se non l’incanto.
Incanto regolante il "calore" interiore, e che conferisce effettiva Conoscenza all'attenzione.

L’incanto non è una considerazione bassamente ingenua della vita. L’incanto è il nerbo della Disciplina interiore ed esteriore. Disciplina Felice. Desiderio inteso nella sua accezione etimologica più pura. Nonostante tutto in noi balugina ancora una chiarità pre-olimpica. Incanto; facoltà umana e super-umana, che apre strade e uscite insospettate in camminamenti sclerotizzati e preordinati, senza uscita apparente, come quelli di un alveare o formicaio, produttivi ma desolatamente vuoti di tenerezze: allegorie dell’astruso labirinto contemporaneo confezionato dal dominio tecnologico. Uno stravolgimento epocale dell’idea tecnica ripartisce l'ordinamento umano in categorie solo funzionali alla produzione e consumo, adottando una concezione estremamente corrotta e completamente oscurata della disciplina.

L’Incanto, invece, conferisce Eccellenza all’Azione interiore e dunque amplifica la forza alla nostra interiorità, affinché possa rimuovere i sigilli intangibili che la mortificano. 
Le gerarchie malevoli, le categorie di sistema all'interno dei loro algidi ordinamenti non prevedono le circostanze dell'incanto, dimostrando in ogni occasione di disprezzarne l'essenza. Così facendo occludono l'unica sorgente che può irrigare la forza nell'uomo.
Surrogato dell'incanto è lo stupore profano per l'innovazione tecnica, che annichilisce l'attenzione indebolendo il carattere. 
Qui non si tratterebbe di sostituire un desiderio con un altro, in ciò consisterebbe l’inganno delle "ombre", ma piuttosto, ridurre l’inclinazione delle passioni stesse, svincolandosi progressivamente dal loro giogo. Le passioni costituirebbero l’aspetto larvale o fantasmico dei reali sentimenti. La colossale, grande opera invertita d'insospettabile magia nera, quotidianamente reiterata dal mondo industriale in forme più o meno subliminali, consiste proprio nel rafforzare l’influenza malevola di desideri deformi e offuscanti l’inclinazione del sentimento autenticamente cosciente di sé.

Tale contro-opera d’infiltrazione animica non inizia oggi e non è iniziata nemmeno duemila anni fa. Possiamo dirci sicuri che già duemila anni fa l’intima natura umana era già quasi irreversibilmente compromessa.

Recuperare l’incanto, in una realtà tanto corrotta, è per noi l’unica possibilità di riscatto. E’ un compito estremo. L’azione interiore consistente nel “tendere l’arco” non ha altra veridicità se non nell’intima radianza evocata da una “Convinzione Felice”, posta oltre ogni “piccola” e personale convinzione stessa. 

 “...Senza sforzo Odisseo tese il grande arco"

L’evento culmine su cui è centrato lo svolgimento della narrazione, il riscatto compiuto da Ulisse con l’azione della strage dei propri nemici-parassiti, principia da un atto che accortamente il Poeta dichiara essere fatto senza sforzo.
In effetti, l’addestramento più efficace è quello che massimizza i carichi di lavoro senza spossare l’organismo. Così come, contrariamente alle apparenze, i professionisti sanno che i colpi più potenti, che hanno effetti più profondi sul punto raggiunto, sono quelli che si portano in massima rilassatezza. Semplici verità fisiche, la cui padronanza richiede anni di lenta e costante preparazione e che trovano analogia con la stessa azione interiore dell'intima correzione. Migliorarsi eliminando progressivamente le contrazioni, durezze, vizi di pensiero e azione, eliminando la trascuratezza nel carattere, maturando il desiderio di recuperare la Compassione. La mancanza di Compassione ci sprofonda nel buio di suggestioni che ci privano della nostra autodeterminazione. L'assenza di Compassione sclerotizza, contrae, indurisce essicando la coscienza miseramente.
Il dogma religioso sancì il dominio della crudeltà insinuata nelle coscienze svuotate di compassione, il dominio tecnologico massimalizza tale svuotamento di senso.
Non è un caso che la prima finalità del dominio tecnocratico e industriale sia quella di raschiare via l’incanto dalle coscienze, impoverendo la ricchezza stessa dei luoghi in cui viviamo, assolvendo ad una deleteria azione d’avvelenamento animico ancor più intenso di quanto abbia potuto fare il dogma religioso; il quale ha abdicato la propria atroce autorità in favore del primo.

Le fatiche di Ercole o l’affannosa ricerca di Odisseo, la Passione stessa del Cristo, non riguardano eventi cristallizzati nel fondo opaco di un tempo indistinto che giammai fu solo “tempo” ordinariamente inteso. Esse costituiscono il preludio allegorico e tragico, nonché cupo e assieme massimamente splendente di una condizione estrema: la condizione in cui avrebbe versato la coscienza dell’uomo precipitato nell’attuale Ciclo. 
Follia, Furor, Estros, Disperazione, Evocazione, Delirio, Gioia ineffabile, Commozione, Compassione sono i nostri attributi cosmici. Le Sacre Discipline servirono ad amplificare regolando liricamente tali estensioni sovrasensibili dell’essere. 
Esiste dunque una possibilità latente di poterci allineare a un determinato sentire, che è quello più profondamente umano e pertanto schiettamente cosmico e dunque massimamente centrato in sé, questo, ovviamente, pur non potendo realizzare la compiutezza che fu propria degli eroi antichi.


Link a questo post:

Crea un link

<< Home page