giovedì 16 ottobre 2014

Origini



Attraverso il multicolore respiro della vegetazione, ogni Primavera la Dea Madre presiedeva al rinnovamento della vita, in cui a cadenze cicliche era celebrato il rito del Ver Sacrum: liturgia migratoria che interessava le popolazioni arcaiche della penisola italica. Tramite l’interpretazione di segni emblematici recati da animali (corvo, lupo, cervo, picchio, cinghiale) che erano espressione visibile della volontà divina, i nuclei migratori ricevevano indicazioni certe sulla direzione del loro peregrinare.

Alcuni presumono, che in tempi remotissimi, vi furono altre migrazioni partite dalle coste dell’attuale Toscana e Lazio, originate da tragiche necessità dovute ad immani catastrofi naturali. Il fondatore stesso di Troia, Dardano – colui che istituì, o nuovamente estrinsecò agli albori dell’attuale Ciclo, i Misteri Samotraci – alcuni storici antichi lo soprannominavano Hesperoten; ovvero, colui che proviene da Hesperia – odierna Italia –

Forse, sono proprio tali migrazioni preistoriche che diedero impulso alle stesse civiltà cretese e fenicia. Gli antichissimi Pelasgi, chiedendo responso a Dodona, la benevola Dea Madre, ottennero la risposta di tornare ai luoghi remoti delle proprie origini; precisamente nel centro geografico della nostra penisola, oggi Rieti. Qui si trovava il lago di Cotilia – oggi scomparso – su cui galleggiava un isola sacra, che il soffio dei venti trasportava da una sponda all’altra.
Così come, Virgilio – Eneide III, 96 – attingendo a vetuste memorie, narra che giunti all'isola di Delo, i Troiani interrogarono l'oracolo di Apollo; e questo ingiunse loro di tornare all'antica terra d'origine: “Cercate l'antica madre” (antiquam exquirite matrem)

Qui ci riferiamo alla notte del concepimento della nostra Età storica, la cui prefigurazione scaturisce dalla distorsione di un “sogno ancestrale”.
Agli inizi del IV millennio Creta instaurò, nelle Cicladi nell'Egeo e nel Mediterraneo orientale, la propria supremazia. Iniziò l'epoca che gli storici definiscono della "talassocrazia cretese". Essa durò, più o meno, tra il IV ed il III millennio a.C. (vale a dire che si evolse in piena età del bronzo). Della talassocrazia conservarono memoria gli egiziani che conobbero i Cretesi col nome di "Keftiù" (i famosi "popoli del mare").
Creata alla fine del IV, la talassocrazia fu perfezionata nel corso de III millennio a.C.
Verso l'inizio del 1000 a.C. la potenza Cretese ebbe un improvvisa quanto rovinosa battuta di arresto. Due ne furono le cause: da un lato un rovinoso terremoto (probabilmente l'esplosione di Santorini) che distrusse i "Palazzi"; dall'altro la calata dei dori invasori (che avevano già distrutto, tra l'altro, la civiltà micenea).
Ciò premesso, vediamo come il mito trattò questi avvenimenti storici travasandoli nella narrazione mitica.
Narra la mitologia che Zeus, fu colpito dalla bellezza della ninfa Europa. Decise di farla sua e per ottenere il suo scopo assunse le sembianze di un bellissimo e candido toro bianco e, in questa veste, si presentò dinanzi ad Europa.
Questa fu incantata dalla visione e senza sospetto, si sedette sul suo dorso ed il toro non ebbe certo difficoltà a rapirla conducendola, attraverso il mare, fino a Creta, dove la possedette.
A Creta Europa partorì Minosse, il leggendario re che affidò a Dedalo l’ideazione del Labirinto, nonché direttamente collegato anche alla grande impresa argonautica diretta verso la Colchide, poiché tale re fu padre di Giasone.

La religione cretese più antica che era fondata - come è naturale - sul culto della "Dea madre" (vale a dire la "fertilità") che era una divinità propria di provenienza anatolica ("Ku-ba-ba", poi "Ku-be-le" e infine Cibele).
In secondo luogo la società della civiltà del bronzo era di tipo patriarcale, innestandosi sulla preesistente struttura matrifocale, dove si afferma l'autorità di una divinità maschile che si configura come enigmatica e splendente, quanto oscura forza "fecondatrice".

Ino, figlia di Kadmos, nutrice di tale emblematica potenza fecondatrice, il cui furore è plasmato nel mito di Dioniso, invasa dal furore del dio, uccide e si uccide.

Pertanto, segno rappresentativo della manifestazione di queste civiltà remote, in cui vorticò con misurata proporzione l’orrido e il senso del sublime, non poteva non essere il Labirinto. Emblema del presentimento di una crisi destinata ad amplificare lo smarrimento dell’uomo, incamminato nelle profondità del Ciclo cosmico rinnovato attraverso un percorso incognito, tanto nell’attraversamento materiale che in quello spirituale, annodato alla dissolvenza post mortem. 
Labirinto e Ascia bipenne costituiscono il traslato di un medesimo significato - lirico e marziale - che rimanda al regno ctonio della Dea Madre.

Per l'uomo arcaico e antico ri-congiungersi alle origini, voleva dire padroneggiare lo strumento indispensabile allo sprofondamento-inabissamento, che determinò attraverso la precipitazione vorticosa delle sostanze la gravità stessa, e con essa la danza delle Ere replicata attraverso le movenze stesse dei corpi uniti nel girotondo sacro. 
Nell'eseguire questo, come accade nella rievocazione del tragico mito indonesiano di Hainuvele - anch'esso prefigurante la connessione ancestrale con il labirinto - donne e uomini formavano in alterna successione una spirale a nove giri e che durava nove notti. Hainuvele, mentre danzava fu uccisa e sospinta nella fossa – che è il mundus stesso, collegante la terra alle regioni infere – dove è proprio in questa sua morte che la vita si rigenera, assieme l’inganno stesso annodato alla sua “necessaria” illusione.

L’archetipo è il labirinto connesso alla dimensione materiale, che le generazioni degli uomini, le une dopo le altre devono attraversare per arrivare alla regina degli inferi che li destinerà, in ragione del concepimento genitoriale, all'esistenza terrena…questa dunque è una reminiscenza primordiale comune a tutto il mondo primitivo, ed è ciò che è anche raffigurato anche sull’Oinochoe di Tragliatella, dove si riflette parte del mito stesso di Hainuvele, di colei che “è stata” danzata sotto terra, o con altre parole: è stato il labirinto danzato a condurla sotto terra…è evidente la connessione tra morte e nascita. "E non è di poca importanza che proprio questa connessione venga fissata da una danza" - Karl Gustav Jung e Kàroly Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia , Torino, Boringhieri, 1972, p. 183.

Presso ogni latitudine le danze primitive si svolgono in cerchio e a spirale. E’ la semplice e profonda rievocazione della ciclicità cosmica cui l’uomo, fino a un dato momento della sua presenza, fu saldamente connesso. La terra su cui si viveva era compresa essere un effettivo altare cosmogonico, dove si “arava il culto” alla divinità incognita. Pur con una diversa modalità, riuscendo a svincolarci da un ferale razionalismo, dovremmo tornare ad essere pienamente coscienti del nostro destino; tornare a conferirgli una dimensione puramente mitica, comprenderne la traccia melodica assieme la presenza vivificante dell'enigma tragico e risplendente.


Link a questo post:

Crea un link

<< Home page