venerdì 10 ottobre 2014

Cristo e la liturgia del Cosmo



Questa è una sorta d’evocazione, attraverso cui cerco di rinsaldare le radici della coscienza nel terreno archetipico dell’Allegoria. E’ il campo “immaginale”, sovrastato dalla stessa “prima” immensità celeste, dove scintillanti ruotano i segni e le linee più antiche della creazione. E’ risaputo che questa sia la distesa in cui germogliano i misteri dell’animo.
Qui in particolare, l’attenzione è andata al passo evangelico della Domenica delle Palme, in cui si celebra l’ingresso di Gesù nella città santa di Gerusalemme.

L’evangelista Marco, introduce la sezione dei capitoli 11-13, narrando l’ultima settimana di vita del Messia, e dunque, della Sua Passione e Morte (capitoli 14-15).

Il testo, rende evidente la traccia di un’espressiva opera simbolica, o profetica, ornata di chiare reminiscenze veterotestamentarie, le quali, nel trattare l’ingresso messianico in Gerusalemme, scandiscono l’evento in cui si attualizzano i diversi periodi rinnovanti il Mistero della vita universale. Ad esso sono collegati tre fondamenti: quello della necessità, quello dell’urgenza insita nel mutamento e l’ultimo, nella garanzia di fede.

Cosa si dovrebbe intuire prima d’ogni altra circostanza particolare? Che la figura del Cristo, è l’emblema stesso dell’essenza sensibile operante nella totalità dell’Universo. Tale essenza s’interna e convoglia nell’incessante rinnovarsi del tempo; o meglio, di ciò che arriva a determinare l’alveolo stesso in cui viene a scorrere la corrente del tempo. L’emblema del Cristo, in un certo senso, è la figurazione antropomorfica dell’Aion stesso, dell’ancestrale emanazione scaturita dall’ineffabile principio ispiratore della vita e che ne regola l’espansione cosciente attraverso un Era definita.
Vita, duplicemente incardinata sui perni dell’atrocità e della levità. La mirabile costruzione allegorica, è tanto più autentica proprio perché non affonda nella sola e nuda interiorità umana. Essa riguarda la pertinenza dell’inesprimibile essenza geniale, o propriamente divina, permeante le molteplici emanazioni universali e il cui il riflesso transitorio, che è l’uomo, (enigma cosciente) trasparisce ai raggi del sole come fosse prisma vivente addolorato e radioso (felix). L’uomo è uno "specchio vivente", in cui si riflettono i segni enigmatici del cielo e della terra.

Il senso delle cose è soggetto a continua mutazione; il tempo, è la dimensione che in sé contiene infinite dimensioni possibili, e passaggi stessi ad altre ulteriori possibili estensioni. Gli antichi vissero effettivamente in un'altra dimensione da quella odierna. La tessitura degli eventi, trascolora su questo labile supporto che è lo scenario, ormai logoro, della rappresentazione propria all'attuale Ciclo. L’impoverimento del senso di un Età, prefigura l’estremo logoramento dell’intero periodo maggiore in cui si realizza l’immenso Sacrificio Cosmogonico.

La nostra determinazione e identità si mostrano nello svolgimento di questo sacrificio, che è appena intuibile e la cui azione invita la coscienza all’attenzione costante per l’Evento, ad essere per l’Evento mediante la Vigilanza del Cuore. Per questi reconditi motivi, la nascita di Gesù non poteva non essere rivelata da una precisa congiunzione astronomica e astrologica, decifrata dall’attenzione sapiente dei Magi. E prima, per lo stesso motivo, l’annunciazione della natività non poteva non essere veicolata alla Madre da un entità geniale.

L’ora della Rivelazione, è un’ora propriamente crepuscolare, (sia essa alba o tramonto) è un sigillo impresso in un momento del transito di due Ere.

Per ri-fondare l’attenzione nella coscienza degli uomini, si rende necessaria la trasposizione allegorica, il significato universale traslato nella grandezza espressiva pertinente a figure sensibili, che sono in grado di reintegrare il senso etico, la potenza, l'identità geniale stessa al dolore in cui s’annoda la fragile apparenza, elevandone il principio transuente in componimento tragico e trasmutando, per la sua azione, l’essenza di ciò che è transitorio in eterno. La geometrica stabilità poetica della Madre Dolorosa, è una composizione piramidale, in cui arrivano a convergere o ugualmente da cui si sprigionano, o anche, al cui vertice trovano unione inesprimibili Potenze precosmiche. Queste, infusero nel cuore dell’Uomo il senso della Meraviglia, l’ispirazione geniale, che lo sciolse da legami solo materiali convertendo la violenza, insita nell’esigenza di sopravvivenza, (l’intelligenza stessa quando smarrisce la prossimità al bene, si perverte in violenza insensata) in ferma determinazione che partecipa l’intima natura al senso del trascendente.

La veridicità del messaggio di Cristo, la sua preminente autenticità, fonda proprio nel fatto che esso è una perfetta costruzione allegorica, ruotante attorno un preminente nucleo simbolico di Salvezza. Questo, nonostante la cupidigia degli uomini attraverso i millenni, abbia stravolto il significato originario della Ri-velazione, deformata con un filtro ideologico utile a consolidare quelle medesime forme di potere oppressivo, falsamente paterno e in realtà mostruoso, che il messaggio portato dal Cristo in realtà intese rinnegare. Si tratta di ravvedere la coscienza, mediante un percorso di ascesi, dall’inganno epocale che contraddistingue la fase avanzata dell’attuale Età oscura.   
Non ha davvero senso ricercare prove storiche del passaggio terreno del Messia. Esso, di fatto, è perenne e scaturisce, rinnovandosi come lampo d’intuizione maggiore, nel palpito ardente universale cui noi siamo intimamente correlati; solidamente strutturati quando ne realizziamo l’identità alla sostanziale radianza.
La convinzione, è che noi siamo diretta emanazione di una Virtù trascendente per la quale ogni significato accidentale occorso alla nostra “caduta spirituale” perde d’importanza. Vi sono state cruente battaglie per la sopravvivenza dell’anima nella storia del Cosmo, forse la più cruenta accade proprio ora. Esseri ostili, agenti su piani non comunemente dati della realtà, agiscono dietro quinte rarefatte della scena primaria che a noi sembra essere come l’unica. Arconti, Demoni o Alieni, poco importerebbe sapere molto sulla loro identità una volta che s’è interiorizzato il nostro compito di responsabilità: la custodia dello scrigno evanescente e inviolabile, che preserva la nostra identità. Questo è il motivo della contesa, e che ci rende i protagonisti di un remotissimo assedio immateriale.

La Gerusalemme in cui entra Gesù non è la Gerusalemme storica. Essa è il supporto allegorico, riferente il ritorno dell’uomo nelle sue multiple profondità, di natura affatto meramente psichica, ma di realizzazione multidimensionale. La città interiore è fondata a specchio del cielo, assialmente orientata verso la sua apertura metadimensionale, e riguardante il rinnovato consolidamento dello spirito attraverso le volute dei Cicli che attraversa in sé stesso, fuori se stesso ed oltre se stesso. E’ una follia necessaria, che infonde il maggior significato alla Ri-velazione.
Si legge in Marco 11,2 che Gesù scelse di salire su “un asinello sul quale nessuno è mai salito”. “Essi condussero l’asinello di Gesù, e vi gettarono sopra i loro mantelli, ed egli vi montò sopra. E molti stendevano i propri mantelli sulla strada e altri delle fronde, che avevano tagliate dai campi…”
L’asino è la cavalcatura emblematica. Presso le culture microasiatiche, la Persia e dunque presso i Caldei, (Magi) era l’animale messaggero di morte, intesa come ineluttabile rinnovamento delle cose. i Greci lo collegavano anch’essi con la fine delle cose mettendolo in correlazione a Saturno, dunque alla gravezza, alla materia oscura in cui è realizzato l’isolamento necessario all’incubazione. Dioniso, radioso e terrificante, i Sileni ebbri e savi, lo usavano come cavalcatura prediletta. Esiste, tra l’altro, (nota Marius Schneider) fin dalla più remota antichità, correlazione strettissima tra il suono cupo del tamburo e il raglio disperato dell’asino, entrambi testimonianti la vibrazione sonora di un richiamo estremo, che invoca profondamente le forze mortali rigeneratrici del Cosmo. Per tale via, possiamo comprendere meglio il nesso iconografico che vede Cristo crocefisso in corpo di uomo con testa d’asino. Immagine questa, non necessariamente (o per nulla) blasfema, bensì, raffigurante un eminente simbolo sacrificale, poiché al disperante raglio asinino, invocazione di una materia inesorabilmente prigioniera in se stessa, gravata di dolore e vuota di speranza, è stato associato il grido altissimo di Gesù sulla croce al culmine estremo della Sua Passione terrena.

                                         
 (graffito di inizio del II secolo trovato sul Palatino a Roma)


E’ l’eredità preistorica del mondo estatico e veggente a riversare i propri significati liturgici nell’emblema del Cristo; che agli inizi di una nuova Era, nuovamente sottomette le forze cieche e laceranti che operano in seno alla materia, sconfinando per questo in diversi ordini e gradi di realtà.
Non si può ignorare l’accortezza dell’avviso che ci viene fornito dalla narrazione quando dice: “un asinello sul quale nessuno è mai salito”. E’ proprio il carattere cosmogonico dell’allegoria a traslare nel simbolo asinino la gravità stessa della materia, continuamente rigenerata nel corso delle Età in cui, attraverso ogni passaggio precessionale, è necessario aver ragione dell’originaria modulazione che fornisce, attraverso la manifestazione concreta delle cose, come estrema possibilità dell’animo per intonarsi all’accordo (in-canto) perduto.
Per questo discepoli e seguaci rivestono il dorso dell’asino dei propri mantelli. Il mantello esprime l’indispensabile, ciò di cui l’uomo ha bisogno esteriormente che interiormente. Con l’azione di ricoprire l’animale si definisce una specifica intenzione, la volontà di disponibilità a cooperare per l’avvento, o restaurazione, del Nuovo Regno, il cui senso trova compimento nel controllo delle potenze disgreganti, delle forze caotiche svincolate dal sovvertimento occorso alla Macina del Cielo.

Nell’Antico Testamento difatti il mantello rappresenta l’emblema di un regno (come si legge in Re 11:29-32) e in un altro passo, la trama di cui il mantello è formato svolge lo spirito profetico congiunto al mutamento dei tempi (in Re 19:19). L’identità profetica riguarda il significato dell’uomo, della sua posizione rispetto al tutto che lo sovrasta e che egli stesso contiene.

Nel Nuovo Testamento, in Giovanni il mantello/tunica riassume la figura dello Spirito che Gesù comunica alla Sua morte e sempre in Giovanni (19:23) è l’indivisibile unità dello Spirito che ricevono.

Il mantello è l’intreccio cangiante della realtà, e come nel senso materiale i fili della sua trama sono verticalizzati dall'ordito e poi tesi sul telaio, dove il loro numero determina la larghezza del tessuto, così nella dottrina dell’universale, il numero delle rivoluzioni celesti determina la misura dei Cicli in cui si rende necessario per l’uomo ri-attualizzare la propria identità spirituale. E’ il “mantello celeste”, su cui sono istoriate le tappe del misterioso cammino dell’animo.

Non avrebbe altro senso il fatto che all’ingresso in Gerusalemme, (Mc. 11:8) la folla si sottomette a Gesù riconoscendolo come proprio Re, se non per il motivo che gli uomini si ravvedono per aver dipanato la caligine offuscante la loro reale identità; per la quale riconoscono il significato profetico dell’Età, il significato dell’Evento e dell’inganno del sottomondo. Per questo quanti toccano il “mantello” del Messia sono risananti nei corpi, divenendo essi stessi figure della vita realizzata in sé.

In un certo senso, non avrebbe davvero importanza determinare l'esistenza storica del personaggio di Cristo, poiché il Cristo autentico e perennemente agente è la coscienza stessa universale; la geniale identità luminescente, che si realizza come presenza interposta tra noi e la nostra stessa ombra, talmente intima da esserci estranea. L’invito più significativo rivoltoci dal "Cristo allegorico", consiste proprio nella discesa che dobbiamo compiere nella “stanza del cuore”, poiché è qui che la “terza” essenza dell'essere (o quint’essenza alchimica) trova il suo motivo di reale effettività. E' proprio in questa vertiginosa discesa che l’abisso interiore trova sostanziale identità con ciò che nell’universo è maggiormente elevato; poiché le dimensioni si annullano e con esse noi, attraverso l’estinzione dell’ego volgare, diveniamo iridescente Nulla.       


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