mercoledì 29 ottobre 2014

unità trinitaria internata nell'uomo - del valore operativo




Come ebbe a scrivere Silvano Panunzio, nel decimo capitolo La Triade storico cosmica del testo Metapolitica: l’uomo è creatura regale. Tale regalità si rivela nella stessa struttura morfologica della testa umana, dove al culmine della stessa esiste una sutura chiamata appunto “coronale”. 
E’ noto come il Golgota, luogo della crocifissione emblematica, significhi “cranio” e ugualmente il colle capitolino dell’Urbe “Capitolium” esprima il medesimo significato.
Benché al momento tutto appaia sovvertito, è sempre attuale l’invito rivoltoci dalla Liturgia nel vivificare, in ogni caso, i nostri “segni” interni mediante un rito intimo e silenzioso i cui esiti, inesprimibili sul piano meramente formale, propagano attraverso un dominio di “salvezza abissale” quanto non appartiene alla dimensione dell'ego.
In questo momento di passaggio epocale, il compito maggiormente autentico che ci riguarda tratta d’intuire l’intima struttura delle cose ed agire, cercare di agire ristabilendo interiormente a noi stessi la vivente gerarchia del simbolo. 
Uniformare ad essa la considerazione profonda delle mutazioni cui la vita ci sottopone, senza peraltro aver la pretesa di realizzare alcunché se non l’ideazione di quel sovra-senso mistico e doloroso allegorizzato nella Passione del Cristo. 
Una Passione depurata di tutte le patologie esasperanti quella sorta d'involuta consacrazione della sofferenza fisica, intesa come espiazione dell’originario peccato, il quale, invece, andrebbe inteso come la vorticosa ed inevitabile precipitazione della qualità animica nella dimensione materiale, esemplarmente coagulatesi nell'immagine dell'uomo.

Il simbolo dignifica la materia, l’assialità della Croce infissa sul Golgota è compitata da tre congiunture emblematiche, che realizzano il rapporto discendente-ascendente informante la materia del suo legame con la sfera del trascendente. 

Queste tre congiunture si realizzano attraverso il “Martello” la “Lancia” e la “Corona”.
La Corona sormonta il Capo dell’Uomo-Dio, la Lancia di Longino ne apre metaforicamente il costato-cuore ed il Martello ne ha conficcato i chiodi negli arti. 
Pertanto, dalla base alla sommità della croce, si trovano riunite le tre tradizioni, le tre iniziazioni del mondo arcaico e antico qui riordinate per un ultima volta, prima del precipitoso declinare dei tempi. 

Il Martello esemplifica la tradizione artigiana, le iniziazioni ai misteri del mestiere, la Lancia emblematizza la tradizione regale-guerriera, e la Corona, quella regale-sacerdotale.

Attraverso un cupo nembo di dolore, coralmente elevato dalle tre madri avvolte nei loro manti scuri, l’iniziazione profetica del Cristo - che è l’Uomo predicato del participio divino - riassorbe in sé, mediante un’unità radicale, le precedenti tre.
Conferma di ciò l’abbiamo nell’Antico Testamento, in Isaia con la punizione di Dio contro coloro che attaccano Israele, cosi' si legge in 49:26 “Farò mangiare le loro stesse carni ai tuoi oppressori, si ubriacheranno del proprio sangue come di mosto". Qui l'atroce profeta rivela il dimezzamento della Tradizione integrale, quando il “Giorno” appena sorto del nuovo Ciclo, avrebbe sempre più deteriorato. 
Come sempre in Isaia XLIV -12 denuncia i falsi fabbri, divenuti ormai incapaci di trasfondere il puro mistero attraverso la loro arte, ma di produrre unicamente idoli svianti. Ciò sta ad indicare l’insorgere della vanità e della mistificazione, che solo la Restaurazione Integrale potrà correggere: “Ecco, io ho creato il fabbro che soffia nel fuoco sui carboni e ne trae uno strumento per il suo lavoro; ed io pure ho creato il devastatore per distruggere” (Is.LIV-16). 
L'interpretazione anagogica deve ricondurre il senso al combattimento spirituale, dunque, alla compiuta iniziazione alchemica dell’Homo faber, il “figlio del fabbro” assurto a “figlio di Dio”, di colui che specificamente alimenta in sé il fuoco sacro e appresta gli strumenti della Grande Opera: la trasmutazione spirituale o perfetta dissolvenza dell’ego. 

Grande Opera, il cui senso agli albori dell’Illuminismo è stato sovvertito dall’involuta massoneria speculativa.
Il significato di tutto ciò è lampante, solo attraverso l’esercizio interiore riflesso esteriormente (ascesi) si muove prodigiosamente dal finito animale al senso ineffabile dell’eterno. 

Si parte dal corporeo e dunque dal “laborare” dell’Homo faber, sperimentando il dominio della volontà guidata dalla Grazia e, pertanto, all’agere dell’homo imperans e, infine, all’intellegere dell’homo sapiens, culminante nell’azione “orante” - di colui che intona, che modula l’incanto all’adorazione perfetta dell’homo contemplans -
Quattro gradi dell’ascesa che appartengono al Mistero Cristico, riassumente in sé la perfetta Regalità, la perfezione Sacerdotale e Profetizzante, poiche' egli nell'allegoria e' Figlio dell’Artefice - Fabbro. 

E’ anche interessante notare che il verbo da cui proviene l’espressione evangelica Tékton (figlio) ha medesimo significato di “generare”, “produrre”. 

Nella simbologia biblica il capostipite di quest’ordine di “fabbri” è Tubalcain che, nel mito classico ha attinenza con Vulcano, così come sua sorella Naama sembra ricollegarsi con Minerva, patrona dei Collegia che riunivano gli artefici.

Dante, omaggiando tale memoria sapienziale nel Purgatorio (XXVII-142) al termine del suo viaggio nei dominii inferi e intermediari, prende congedo da Virgilio ricevendone l’iniziazione che gli consente di salire ai Cieli, riassumendo il potere dei Misteri antichi nell’espressione: “perch’io te sopra te corono e mitrio”.

Giova a tal proposito ricordare Luca XXIII-31 dove: “Le donne piangevano per Gesù. Se esse avessero saputo quello che stava per venire, avrebbero pianto per sé stesse. «Non piangete per me», dice Gesù, «piangete per voi stesse», poiché se fanno questo a me, che cosa faranno a voi?”….
“Perché, se si tratta così il legno verde, che ne sarà del secco?” in cui traspare il simbolismo alchimico del Nuovo Testamento che richiama e perfeziona l’Antico: “Perciò tu, figlio d’uomo, gemi con i lombi rotti e gemi con dolore davanti ai loro occhi. E avverrà che quando ti domanderanno: “Perché gemi?”, risponderai: “Per la notizia che sta per giungere, ogni cuore si struggerà, tutte le mani s’indeboliranno, tutti gli spiriti verranno meno e tutte le ginocchia si scioglieranno come acqua”. Ecco, la cosa giunge e si compirà, dice il Signore, l’Eterno” (Ezechiele 21,11s).

Il Legno verde è l’Albero della Vita, il Legno secco è l’uomo decaduto del presente Ciclo. L'uomo che deve pervenire nuovamente alla Grazia perduta, riconquistare la condizione aurea mediante un'opera che e' triplice e della quale oggi a stento ne possiamo appena intuire il senso.  
San Tommaso scrive che l’uomo è fabbro del proprio destino.
Nell’attuale quadro antitradizionale e propriamente satanico, si comprende del perché le cosiddette istituzioni appartenenti a tutti gli Stati moderni abbiano operato per scardinare le tre parti simboliche dell’uomo, scatenando un'immensa congerie di frequenze disarmoniche, amplificate dal dominio industriale e dalla progressiva “digitalizzazione” della realtà, che, per sua prerogativa dissolvente, sancisce definitivamente l’autentico avvento dell’anti Cristo.

Si comprende anche del perché nella seconda metà del 1700, la massoneria speculativa, che alimentò la Rivoluzione Francese, intese porre arbitraria fine, mediante la prima legge approvata dall’Assemblea Legislativa  del 1791, alle antichissime Corporazioni artigianali; usurpandone peraltro i lemmi simbolici di riferimento e svuotandoli di reale senso e significato.

L’attacco all’edificio tradizionale sarebbe culminato nella seconda metà del secolo scorso, con l’avvento massificante dell’insipiente caos contemporaneo celebrato mediante i fasti ferali della cosiddetta cultura pop (finanziata assieme la sua ulteriore deriva “informale” da potentissime lobby) e dello stesso consumo di massa globalizzato.

   

E’ una fiamma dolorosa il sole, barbaglio di raggi distillanti esigue quantità di Grazia.


Ricercar comunione con i principii sempiterni, che noi stessi nel profondo alberghiamo, camminando nella vastità delle Ere, dimentichi e storditi tra pene e più rare gioie, uniti alla meraviglia da un vincolo segreto e indistruttibile.
D'ogni antica opera, ci appartiene la tenerezza, deposta a fondamento della gravità.

giovedì 16 ottobre 2014

Origini



Attraverso il multicolore respiro della vegetazione, ogni Primavera la Dea Madre presiedeva al rinnovamento della vita, in cui a cadenze cicliche era celebrato il rito del Ver Sacrum: liturgia migratoria che interessava le popolazioni arcaiche della penisola italica. Tramite l’interpretazione di segni emblematici recati da animali (corvo, lupo, cervo, picchio, cinghiale) che erano espressione visibile della volontà divina, i nuclei migratori ricevevano indicazioni certe sulla direzione del loro peregrinare.

Alcuni presumono, che in tempi remotissimi, vi furono altre migrazioni partite dalle coste dell’attuale Toscana e Lazio, originate da tragiche necessità dovute ad immani catastrofi naturali. Il fondatore stesso di Troia, Dardano – colui che istituì, o nuovamente estrinsecò agli albori dell’attuale Ciclo, i Misteri Samotraci – alcuni storici antichi lo soprannominavano Hesperoten; ovvero, colui che proviene da Hesperia – odierna Italia –

Forse, sono proprio tali migrazioni preistoriche che diedero impulso alle stesse civiltà cretese e fenicia. Gli antichissimi Pelasgi, chiedendo responso a Dodona, la benevola Dea Madre, ottennero la risposta di tornare ai luoghi remoti delle proprie origini; precisamente nel centro geografico della nostra penisola, oggi Rieti. Qui si trovava il lago di Cotilia – oggi scomparso – su cui galleggiava un isola sacra, che il soffio dei venti trasportava da una sponda all’altra.
Così come, Virgilio – Eneide III, 96 – attingendo a vetuste memorie, narra che giunti all'isola di Delo, i Troiani interrogarono l'oracolo di Apollo; e questo ingiunse loro di tornare all'antica terra d'origine: “Cercate l'antica madre” (antiquam exquirite matrem)

Qui ci riferiamo alla notte del concepimento della nostra Età storica, la cui prefigurazione scaturisce dalla distorsione di un “sogno ancestrale”.
Agli inizi del IV millennio Creta instaurò, nelle Cicladi nell'Egeo e nel Mediterraneo orientale, la propria supremazia. Iniziò l'epoca che gli storici definiscono della "talassocrazia cretese". Essa durò, più o meno, tra il IV ed il III millennio a.C. (vale a dire che si evolse in piena età del bronzo). Della talassocrazia conservarono memoria gli egiziani che conobbero i Cretesi col nome di "Keftiù" (i famosi "popoli del mare").
Creata alla fine del IV, la talassocrazia fu perfezionata nel corso de III millennio a.C.
Verso l'inizio del 1000 a.C. la potenza Cretese ebbe un improvvisa quanto rovinosa battuta di arresto. Due ne furono le cause: da un lato un rovinoso terremoto (probabilmente l'esplosione di Santorini) che distrusse i "Palazzi"; dall'altro la calata dei dori invasori (che avevano già distrutto, tra l'altro, la civiltà micenea).
Ciò premesso, vediamo come il mito trattò questi avvenimenti storici travasandoli nella narrazione mitica.
Narra la mitologia che Zeus, fu colpito dalla bellezza della ninfa Europa. Decise di farla sua e per ottenere il suo scopo assunse le sembianze di un bellissimo e candido toro bianco e, in questa veste, si presentò dinanzi ad Europa.
Questa fu incantata dalla visione e senza sospetto, si sedette sul suo dorso ed il toro non ebbe certo difficoltà a rapirla conducendola, attraverso il mare, fino a Creta, dove la possedette.
A Creta Europa partorì Minosse, il leggendario re che affidò a Dedalo l’ideazione del Labirinto, nonché direttamente collegato anche alla grande impresa argonautica diretta verso la Colchide, poiché tale re fu padre di Giasone.

La religione cretese più antica che era fondata - come è naturale - sul culto della "Dea madre" (vale a dire la "fertilità") che era una divinità propria di provenienza anatolica ("Ku-ba-ba", poi "Ku-be-le" e infine Cibele).
In secondo luogo la società della civiltà del bronzo era di tipo patriarcale, innestandosi sulla preesistente struttura matrifocale, dove si afferma l'autorità di una divinità maschile che si configura come enigmatica e splendente, quanto oscura forza "fecondatrice".

Ino, figlia di Kadmos, nutrice di tale emblematica potenza fecondatrice, il cui furore è plasmato nel mito di Dioniso, invasa dal furore del dio, uccide e si uccide.

Pertanto, segno rappresentativo della manifestazione di queste civiltà remote, in cui vorticò con misurata proporzione l’orrido e il senso del sublime, non poteva non essere il Labirinto. Emblema del presentimento di una crisi destinata ad amplificare lo smarrimento dell’uomo, incamminato nelle profondità del Ciclo cosmico rinnovato attraverso un percorso incognito, tanto nell’attraversamento materiale che in quello spirituale, annodato alla dissolvenza post mortem. 
Labirinto e Ascia bipenne costituiscono il traslato di un medesimo significato - lirico e marziale - che rimanda al regno ctonio della Dea Madre.

Per l'uomo arcaico e antico ri-congiungersi alle origini, voleva dire padroneggiare lo strumento indispensabile allo sprofondamento-inabissamento, che determinò attraverso la precipitazione vorticosa delle sostanze la gravità stessa, e con essa la danza delle Ere replicata attraverso le movenze stesse dei corpi uniti nel girotondo sacro. 
Nell'eseguire questo, come accade nella rievocazione del tragico mito indonesiano di Hainuvele - anch'esso prefigurante la connessione ancestrale con il labirinto - donne e uomini formavano in alterna successione una spirale a nove giri e che durava nove notti. Hainuvele, mentre danzava fu uccisa e sospinta nella fossa – che è il mundus stesso, collegante la terra alle regioni infere – dove è proprio in questa sua morte che la vita si rigenera, assieme l’inganno stesso annodato alla sua “necessaria” illusione.

L’archetipo è il labirinto connesso alla dimensione materiale, che le generazioni degli uomini, le une dopo le altre devono attraversare per arrivare alla regina degli inferi che li destinerà, in ragione del concepimento genitoriale, all'esistenza terrena…questa dunque è una reminiscenza primordiale comune a tutto il mondo primitivo, ed è ciò che è anche raffigurato anche sull’Oinochoe di Tragliatella, dove si riflette parte del mito stesso di Hainuvele, di colei che “è stata” danzata sotto terra, o con altre parole: è stato il labirinto danzato a condurla sotto terra…è evidente la connessione tra morte e nascita. "E non è di poca importanza che proprio questa connessione venga fissata da una danza" - Karl Gustav Jung e Kàroly Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia , Torino, Boringhieri, 1972, p. 183.

Presso ogni latitudine le danze primitive si svolgono in cerchio e a spirale. E’ la semplice e profonda rievocazione della ciclicità cosmica cui l’uomo, fino a un dato momento della sua presenza, fu saldamente connesso. La terra su cui si viveva era compresa essere un effettivo altare cosmogonico, dove si “arava il culto” alla divinità incognita. Pur con una diversa modalità, riuscendo a svincolarci da un ferale razionalismo, dovremmo tornare ad essere pienamente coscienti del nostro destino; tornare a conferirgli una dimensione puramente mitica, comprenderne la traccia melodica assieme la presenza vivificante dell'enigma tragico e risplendente.