giovedì 19 giugno 2014

Frammenti dalla Vita Nuova




“Vide cor tuum” scrive Dante nel capitolo III della Vita nuova. 
Notevole estrinsecazione del capovolgimento visionario ricollegante la coscienza alla scaturigine remota, che fin dall’iniziale bagliore cosciente identificò il cuore e il sole appartenenti alla medesima potenza generatrice: vide cor tuum è l’invito rivolto alla persona che ricerca l’ispirazione (oggi massimamente rarefatta) nei luoghi incogniti d’ogni Era.
Qui vive l’Uomo. Qui si rinnova la tensione creativa e la sua Redenzione.

Noi post-moderni sembriamo essere esclusi da quest’aspirazione.

Leggiamo la sua testimonianza ma fondamentalmente rimaniamo incapaci di risuonare alla medesima assonanza, che è l’unica in grado di liberare, svincolare, dai legami meschini imposti da un dominio composito d’artefazioni debilitanti e di molteplici circostanze bassamente vincolanti.
La medesima combustione lirica arde le galassie e la nostra interiorità.

Nella visione Beatrice mangia visibilmente diversi pezzi del magmatico cuore del Poeta traslato nell'ideazione di Amore: "...segnore di pauroso aspetto..." apparso in nebula di color fuoco : “…e tanto si sforzava per suo ingegno, che le fece mangiare questa cosa che in mano le ardea, la quale ella mangiava dubitosamente…”. 

E' la significativa testimonianza dell’imprescindibile passaggio utile a ritrovare l’enigmatico “corpo perduto” delle Origini attraverso il dolore intessuto alla trama stessa del tempo; reso “trasparente” dall’intima e perfettamente sincera volontà di redenzione, che sola svela, attraverso un processo di trasfigurazione, la reale identità della persona o, più esattamente, di ciò che si cela dietro l’involucro della persona o la sua maschera.

Una tensione interiore, questa, pienamente assonante ai medesimi furori dionisiaci, paurosi e assieme radiosi, mutuati dalle più antiche liturgie preistoriche tracimate dalla remotissima sorgente nostalgica che irrorò i semi della prima tragedia, essa stessa fioritura emblematica del puro desiderio emerso dalle insondabili profondità della nostra smarrita trascendenza.
In quest'ignoto vorremo dissolverci, nel medesimo enigma rifonderci e non altrove.


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