lunedì 17 marzo 2014

Il cavallo di Troia



Chi furono questi antichi dei? A quale realtà vincolarono l’operato umano? In quale zona del cono d’ombra generato dalla tragica eclissi cosmica che oscura l’attuale Età essi ancora sussistono? Quali dèi? li dèi falsi e bugiardi cui allude Dante? (inf. I,72). Difendiamoci dagli dèi ebbe a sostenere il gesuita Frixeido. La loro natura evoca prestigi contraddittori intessuti di luminescenza e timore, dolore e spietatezza, cara benevolenza e insensibile inganno. Chi ha mai dipanato a pieno l’astrusa verità del Mito?

Atena, definita da Pindaro nella settima Olimpica come “la dea glaucopide” si rivela un’equivoca mediatrice tra l’attività creativa dell’uomo e la capacità d’infondere una pseudo vita a perfetti simulacri. Creature metalliche capaci di esprimere manifestazioni vitali. Quale soffio vitale venne infuso loro, e sopratutto a quale finalità?

Ecco le parole di Pindaro: “accordò la dea glaucopide che in ogni arte valessero con mani eccellenti sui mortali…” riferendosi a Efesto e Dedalo, forgiatori di sagome che parevano scaldate di un respiro proprio.

La "tekne" qualifica l’azione dell’uomo ma esasperata ne sovverte l’identità deformando la consonanza all’equilibrio del tutto con l’imprimere all’alternanza delle successioni naturali una forzatura paralizzante, ribaltandone l’essenza multiforme in una mimesi drammaticamente caricaturale.

Quale gravità addensa la mole del celeberrimo cavallo di Troia?

“Continua, dunque e lo stratagemma del cavallo raccontaci, del cavallo di legno, che Epeo fabbricò con Atena, l’insidia che sull’acropoli portò Odisseo luminoso, riempita d’eroi, che distrussero Ilio” (Omero. Od. VIII 492-495)

A parlare è Odisseo, che trovandosi al cospetto di Alcinoo, invita Demodoco a cantare l’ultima notte della città e a ricordare l’ingresso dell’imponente "inganno cavo", definito secoli dopo da Virgilio stesso come fatalis machina. Sempre nell’Eneide (II 237, VI 515-516) il cavallo è ricordato come apparentemente animato, sembrando avanzare da solo senza ausilio d’azione umana, inciampando quattro volte sulla soglia della città (II 242-244).
Potremmo qui trovarci innanzi ai frammenti di una tradizione orale di cui Virgilio fu partecipe e che nell'ausilio dell'espediente poetico fa rifermento alla memoria remota di un effettiva interazione dell'uomo con tali inconsueti meccanismi statuari, la cui testimonianza mitica è esemplarmente sedimentata nella celeberrima fucina di Festo. 

L’abilità di Epeo è amplificata dalla divinità, affinché lo strumento di morte fosse esemplarmente perfetto attraverso la simulazione di un inganno votivo che confonde, ribaltando un principio di lealtà e fiducia in esordio di distruzione (perfetta dissoluzione) mediante lo spietato artificio. 
Nulla di distante dalle odierne dinamiche stranianti proprie al disfacimento che reca con sé la sovversione industriale, ammantata di una irresistibile maschera seduttiva che dissemina d’infiniti, quanto inconsueti per varietà di dimensioni e forme, cavalli di Troia, i quali, vantano una loro sicura alleanza con potenze invisibili. Le cosiddette conquiste del progresso tutt’altro che celebrare l’omaggio all’identità monocola e miope della sola ragione, in realtà offrono una congerie di sigilli segnici che appartengono a un controllo magico (magismo oscuro) della realtà e che richiamano alla memoria, in forma assolutamente criptica, l’antico adagio massonico di un insospettata ars rethorica (insospettata per il tempo odierno) completamente degenerata, dove l’arte del persuadere fonda la propria forza nella capacità di evocare pure entità spettrali, eidolon, nelle forme più disparate solo apparentemente prive di sospetti legami con la sfera dell'occulto (inteso per tali riferimenti nel suo significato più degenere e oscuro) e che vanno dall’edificio architettonico, all’esempio pubblicitario, alla luminescenza silicea, comunque sempre espressioni associate ad una forma di pornografia subliminale che è necrofila per corrispondenza rappresentativa. Basta prendere atto degli stessi contenuti che sono propri alla cosiddetta “arte moderna”, altro colossale cavallo di Troia insidiante l’integrità della nostra “cittadella interiore”.

Gli esempi poi offerti dal mondo della musica pop – rock – metal – sono molteplici, più o meno evidenti, così come il simbolismo impresso su molta della carta moneta. Emblemi sostanzialmente appartenenti ad una sfera ritenuta per secoli sacra e inviolabile occorrono in realtà al consolidamento di un lastricato infido su cui si snoda il percorso degradante della società post-moderna, che passo dopo passo è letteralmente assorbita dentro un cupo dominio di dissolvenza identitaria.

Esemplare “Dono votivo” all'assediato tempo presente è l’infinitesimale nano elemento.        

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